31 agosto, 2014

31 agosto 2000 – A Venezia dodici minuti di applausi per “I cento passi”

Il 31 agosto del 2000 alla Mostra del Cinema di Venezia viene proiettato per la prima volta “I cento passi”, il film di Marco Tullio Giordana dedicato alla vita e alla morte per mano della mafia del giovane Peppino Impastato. Quando si riaccendono le luci dalla sala che ospita pubblico e critica arrivano dodici minuti ininterrotti di applausi. È un successo inaspettato che premia la costanza di chi ha creduto in un progetto la cui storia parte da lontano. I primi in ordine di tempo a occuparsi della vicenda di Peppino Impastato sono Michele Mangiafico e Giuseppe Marrazzo che nel 1978 realizzano due servizi televisivi. L’anno dopo il regista Gillo Pontecorvo pensa di realizzare un film sulla vita del ragazzo, ma dopo un sopralluogo a Cinisi, non dà seguito all’intenzione. La vicenda di Peppino Impastato torna d’attualità nel 1993 quando Claudio Fava e il regista Marco Risi realizzano un servizio per la serie “Cinque delitti imperfetti” di Canale 5. Due anni dopo il regista Antonio Garella realizza un video per il programma televisivo “Mixer” mai andato in onda. Nel 1998 il regista Antonio Bellia con un video di una mezz’oretta intitolato Peppino Impastato: storia di un siciliano libero distribuito con il quotidiano “Il Manifesto”. Nello stesso periodo Claudio Fava e Monica Capelli cominciano a lavorare su una sceneggiatura che vince il Premio Solinas ottenendo così una parte dei fondi necessari per finanziare il film. La regia viene affidata a Marco Tullio Giordana, che all’epoca ha all’attivo film d’impegno come "Maledetti vi amerò" del 1980 e "Pasolini, un delitto italiano" del 1995. Trovati i fondi che mancano grazie anche al sostegno del giovane produttore Fabrizio Mosca Giordana riesce a concludere il lavoro in tempo per proiettarlo al Festival di Venezia dove la giuria gli assegna il premio per la miglior sceneggiatura. È il primo di una lunga serie di riconoscimenti tra i quali spiccano i quattro David di Donatello del 2001: a Claudio Fava, Monica Zappelli e Marco Tullio Giordana per la miglior sceneggiatura, a Luigi Lo Cascio per il migliore attore protagonista, a Tony Sperandeo per il miglior attore non protagonista e a Elisabetta Montaldo per i migliori costumi. Nello stesso anno il film vince anche il prestigioso premio David Scuola. Notevoli riscontri ottiene anche la ricca colonna sonora che attinge a generi diversi. Accanto a brani di Giovanni Sòllima, Arvo Pärt, John Williams, Gustav Mahler, si possono infatti ascoltare passaggi jazz del Quintette Hot Club de France, il leggendario gruppo di Django Reinhardt e Stéphane Grappelli, o Volare di Domenico Modugno. L’idea di Marco Tullio Giordana è quella di rendere un clima senza curarsi troppo della perfezione storica per questo si mescolano artisti nati in anni differenti come Sweet, Animals o Leonard Cohen. Emozionanti sono le note strozzate di Summertime nella versione di Janis Joplin nel momento dell’agguato finale e la scelta di far accompagnare i funerali dall’organo hammond dei Procol Harum in A whiter shade of pale.

29 agosto, 2014

30 agosto 1923 – Giacomo Rondinella, figlio d’arte

Il 30 agosto1923 nasce a Messina Giacomo Rondinella, figlio di un cantante famoso come Ciccillo Rondinella e dell’attrice-cantante Maria Sportelli, più conosciuta con il nome d’arte di Mary Mafalda. I genitori non vogliono che il ragazzo ripercorra le loro tracce. Per questa ragione lo fanno crescere lontano dalle scene e lo iscrivono alla scuola nautica per conseguire il diploma di capitano di lungo corso. Arruolato nel battaglione San Marco viene sorpreso dall’armistizio dell’8 settembre 1943 e costretto a rifugiarsi in casa di amici. Lasciata la divisa decide di entrare nel mondo dello spettacolo. All’inizio del 1944 debutta al circolo culturale Beato Angelico di Roma, accompagnato al pianoforte e alla chitarra da due giovani amici e subito dopo viene scritturato dalla compagnia Sportelli-Valori. Nel 1944 canta al cinema teatro Cola di Rienzo di Roma durante una festa di beneficenza e viene notato dal maestro Segurini che lo scrittura per cantare alla radio. Nel 1945 partecipa alla rivista “Imputato alzatevi”, di Michele Galdieri, con Totò, dove interpreta per la prima volta Munasterio ‘e Santa Chiara, destinata a diventare un successo mondiale. Lavora poi con le compagnie di Alberto Sordi, Rossano Brazzi, Anna Magnani, Macario, Carlo Dapporto e Renato Rascel. Tipico rappresentante della melodia partenopea, in breve tempo diventa popolarissimo vendendo migliaia di dischi. Nel 1954 presenta al Festival di Napoli Penzammoce con Achille Togliani e Pulecenella con Katyna Ranieri. Torna alla rassegna napoletana nel 1956 conquistando il secondo posto con Suspiranno 'na canzone in coppia con Aurelio Fierro e l'anno dopo è terzo insieme a Gloria Christian con 'Nnammurate dispettuse. Nel 1958 arriva ancora terzo con Giulietta e Romeo insieme a Nicla Di Bruno e nel 1961 è secondo con Palummella swing, in coppia con il duo Gino Latilla-Carla Boni. Nel 1960 è uno dei cantanti fissi di Canzonissima e nel 1962 partecipa al Festival di Sanremo con Il nostro amore insieme a Gesy Sebena. Nello stesso anno è ancora una volta secondo al Festival di Napoli con Serenata malandrina. Si trasferisce poi a Toronto dove gestisce un teatro di rivista, salvo tornare brevemente in Italia nel 1968 per partecipare al Festival di Napoli piazzandosi terzo con Guappetella. Tra le sue numerose pubblicazioni discografiche è da ricordare l'antologia di classici napoletani Napoli fonte perenne di melodia.

28 agosto, 2014

29 agosto 1911 - Marcel Bianchi, la miglior chitarra dopo Django Reinhardt

Il 29 agosto 1911 nasce a Marsiglia, in Francia, il chitarrista Marcel Bianchi. Fin da ragazzo si lascia affascinare dalla musica e studia il mandolino, il violino e la chitarra. Negli anni della gioventù non pensa che il mestiere dello strumentista possa diventare un modo per guadagnarsi da vivere. La svolta arriva nel 1934 quando, dopo aver avuto l'occasione di accompagnare Louis Armstrong in uno dei suoi concerti francesi decide di trasformare l’hobby in un lavoro. Due anni dopo, nel 1936, diventa musicista professionista. Nel 1937 si stabilisce a Parigi dove viene ingaggiato da Alix Combelle e suona con quasi tutti i protagonisti della scena jazz parigina di quel periodo, da Philippe Brun a Stéphane Grappelli, da Jerry Mengo a Bill Coleman, a Fletcher Allen a molti altri. Partecipa anche ai concerti dell'Hot Club di Francia. La sua attività viene interrotta dalla guerra. Imprigionato dai tedeschi riesce a fuggire dal campo di prigionia in cui è stato rinchiuso e si stabilisce in Svizzera. Al suo ritorno in Francia, ne1 1946, è tra i primi ad adottare la chitarra elettrica. Forma un sestetto con il quale si esibisce in numerosi club a Parigi, sulla Costa Azzurra, e in tournée all'estero. Dotato di una eccellente tecnica e di una buona sonorità, Marcel Bianchi appare influenzato da Charlie Christian e Les Paul. La critica lo considera il miglior chitarrista francese dopo Django Reinhardt. Muore nel 1998.

28 agosto 1920 - Giorgio Consolini, il primo interprete di “Luna rossa”

Il 28 agosto 1920 nasce a Bologna il cantante Giorgio Consolini, uno dei protagonisti della canzone italiana del secondo dopoguerra. Dopo aver mosso i primi passi come cantante nelle balere romagnole firma il suo primo contratto discografico nel 1945 e resta nella storia della canzone italiana per essere stato il primo interprete di Luna rossa, da lui presentata alla Piedigrotta del 1950 e divenuta poi un grande successo di Claudio Villa. Numerose sono anche le sue partecipazioni al Festival di Sanremo dove, sempre in coppia con Gino Latilla, nel 1953 conquista il terzo posto cantando Vecchio scarpone e nel 1954 vince con Tutte le mamme. Nel 1957 alla manifestazione sanremese, in coppia con Claudio Villa, presenta i brani Cancello tra le rose e Usignolo e vince la serata degli Autori Indipendenti con Ondamarina. Torna al Festival nel 1958 con Arsura, in coppia con Carla Boni, Campane di S. Lucia con Claudio Villa, È molto facile dirsi addio insieme a Marisa Del Frate e Se tornassi tu con Johnny Dorelli, nel 1960 con Amore, abisso dolce in coppia con Achille Togliani e Il mare con Sergio Bruni e nel 1962 con Vita, in coppia con Narciso Parigi. Negli anni Ottanta, sull’onda del revival nostalgico forma il gruppo “Quelli di Sanremo” con Nilla Pizzi, Carla Boni e Gino Latilla. Tra le sue interpretazioni più famose si ricordano anche Tamburino del reggimento, Vecchia villa comunale, Polvere, Giamaica e Rondinella forestiera. Muore nella sera del 28 aprile 2012 all'Ospedale Maggiore di Bologna all'età di 91 anni. 

26 agosto, 2014

27 agosto 1975 – Jah live, il Leone non è scomparso

Il 27 agosto 1975 si diffonde in tutta la Giamaica la notizia che Sua Maestà Imperiale Hailé Selassié è morto. Quel giorno l’isola è percorsa da un insolito vento freddo. C’è incredulità e stupore all’idea che l’uomo in cui Jah si è reincarnato sia scomparso. Per la religione Rastafariana nell’uomo infatti convivono tre diversi livelli: il primo livello, quello animale, in cui l’uomo è dominato dalle passioni, il secondo nel quale con la volontà riesce a dominare le emozioni e le passioni e, il terzo, il livello più alto, nel quale l’uomo entra in profonda comunione con il proprio essere. L’origine di questa religione va ricercata nella Valle del Nilo, in quella vasta area geografica che va dall’Egitto all’Etiopia, centro e origine delle grandi religioni monoteiste. La sua filosofia raggruppa e unifica le basi delle varie fedi che si sono formate in questa zona. Dagli antichi egizi attinge il riconoscimento della forza vitale di Ra, il sole, e dall’ebraismo la convinzione che l’umanità sia stata creata a immagine e somiglianza di Dio, o Jah. Il cuore di questa religione affonda nei misteri dell’antico “Libro dei Morti Egiziano” appresi da Mosè nel periodo passato a corte perché adottato dalla figlia del Gran Sacerdote d’Egitto. Si racconta poi che quando Makeba, la regina di Saba che regnava su un impero comprendente l’Etiopia, l’Egitto e parte della Persia, andò in visita da Re Salomone, venne da lui convertita alla fede nel Dio di Abramo. Makeba ebbe anche un figlio da Salomone, Menelik, che, educato a Gerusalemme, garantì la sopravvivenza della religione d’Abramo in Etiopia in forma non contaminata. Con l’avvento del Cristianesimo fu l’apostolo Paolo ad assumersi l’incarico di aggiornare le credenze del popolo etiope. Convertì un rispettato rabbino ortodosso che, tornato nel suo paese, introdusse le novità portate da Cristo alla religione di Abramo. Nacque così la Chiesa Ortodossa d’Etiopia, la forma più pura di Cristianesimo che mantiene intatto il collegamento con le proprie radici ebraiche ed egizie. Il duecentoventesimo re d’Etiopia, Ras Tafari Makonnen, assurto al trono d’Imperatore con il nome di Hailé Selassié (Potenza della Trinità), diretto discendente da Davide e, tramite lui, da Mosè, nel secondo dopoguerra stabilisce ufficialmente in Giamaica la sede della Chiesa Ortodossa d’Etiopia, su richiesta dei Rasta giamaicani. Il Rastafarianesimo non è altro che un aggiornamento di questa antica religione, figlio della cultura nera della Giamaica e del sogno del ritorno degli schiavi alla Madre Africa. Riconosce in Hailè Selassiè la presenza della divinità e i suoi adepti rifiutano l’ipocrisia “Babilonese” della Chiesa moderna, soprattutto di quella di Roma, considerata la più Babilonese di tutti. Per i Rasta oggi si stanno vivendo gli ultimi giorni di questo ordine mondiale e solo i virtuosi, cioè coloro che si saranno battuti per salvare il mondo dall’avidità babilonese, riusciranno a sopravvivere all’Apocalisse e a vedere la nuova era di prosperità. Dopo la morte del Leone Hailé Selassié qualcuno perde la fede, ma la gran parte dei fedeli ha fiducia nelle esortazioni dei Rasta che citando la Bibbia invitano tutti a non spaventarsi perché «Lui ha il potere di scomparire quando vuole». Sharon, la figlia di Bob Marley, chiede al padre se sia vero che Jah è morto. Bob le risponde di no e qualche giorno dopo compone la canzone Jah live.

26 agosto 1959 – Arriva la Mini, l’auto della Swingin’ London

Il 26 agosto 1959 vede la luce la Mini, un’auto destinata a diventare, negli anni Sessanta il simbolo della rottura con le tradizioni, una sorta di trasposizione a quattro ruote del look moderno e aggressivo che accompagna la nascita e la crescita di un nuovo protagonismo giovanile. Non è un caso che proprio questa minuscola quattroruote, insieme alla minigonna, ai Beatles, ai variopinti abiti di Carnaby Street e alle musiche di derivazione rhythm and blues sia ancora oggi considerata una delle componenti fondamentali della Swingin’ London, la Londra capitale della gioventù d’Europa all’alba degli anni Sessanta. E pensare che quando nasce alla fine degli anni Cinquanta in molti arricciano il naso di fronte a un gioiellino che frantuma le regole auree del perfetto costruttore d’auto. Fino a quel momento, infatti, per i costruttori britannici d’automobili “piccolo” non poteva essere ancora associato a “bello”. L’idea di vettura di città era legata alle “bubble cars”, vetturette spesso con tre ruote, con i posti in tandem e accesso frontale all’abitacolo. La rottura avviene per opera di Alec Issigonis, un geniale progettista d’origine greco-turca che, su incarico di Leonard Lord, l’amministratore delegato della BMC (British Motor Corporation) realizza a tempo di record una vettura dalle caratteristiche costruttive rivoluzionarie: motore anteriore disposto trasversalmente, radiatore laterale, trazione anteriore e sospensioni indipendenti con elementi elastici in gomma. Queste ultime sono frutto dell’apporto creativo di un grande amico di Issigonis, Alex Moulton, una specie di genio dei sistemi di sospensione. Solo otto mesi dopo l’affidamento dell’incarico i primi prototipi cominciano a macinare chilometri sulle strade britanniche! Il primo nome della vetturetta progettata da Alec Issigonis è ADO 15, una fredda sigla d’officina per un prototipo tutto da inventare. L’involontaria artefice di un nome destinato a restare per sempre nell’immaginario collettivo è la moglie di un giovane ingegnere dello staff di Issigonis. La donna, infatti, recatasi per caso a trovare il marito al quartier generale dei progettisti in Longbridge, si trova di fronte per la prima volta il misterioso modello di cui fino a quel momento aveva soltanto sentito parlare e, sorpresa, esclama: «Com’è mini!». La frase, buttata lì di getto, colpisce il gruppo di progettisti perché il termine sintetizza efficacemente tutti i valori espressi dall’autovettura. L’ADO 15 diventa Mini e il 26 agosto 1959 viene presentata ufficialmente.. Il primo modello ha un motore da 848 cc in grado di erogare 34 cv e viene immesso sul mercato come Austin Mini Seven e come Morris Mini Minor. La sua commercializzazione, cioè, viene affidata ad Austin e Morris, due dei molti marchi che compongono la BMC. Nonostante l’ottimismo del grande capo Leonard Lord, un tipo il cui principio era «quando costruisci automobili terribilmente buone, l’ultima preoccupazione che hai è quella di venderle!», l’accoglienza del pubblico non è esaltante e, per qualche tempo il modello, nonostante il prezzo tutt’altro che inaccessibile, sembra destinato ad attrarre l’interesse della fascia medio-alta della popolazione britannica, numericamente poco interessante per chi pensava di conquistare il mercato della motorizzazione di massa. È soltanto una falsa partenza che non pregiudica più di tanto il progetto. In breve tempo la Mini si tramuta in un grande successo commerciale e di costume, diventando il simbolo della rivoluzione generazionale degli anni Sessanta. L’accordo tra la BMC e il costruttore di vetture da corsa per la formula 1 dà il via alla produzione delle Mini Cooper, vetturette aggressivamente sportive con cerchi in lega, rifiniture e accessori presi a prestito dalle versioni destinate alle competizioni. Le vittorie di questo modello a ben tre edizioni del Rallie di Montecarlo (1964, 1965 e 1967) e i risultati conseguiti in centinaia di gare su strada e in pista fanno entrare la Mini anche nella storia degli sport motoristici.

25 agosto, 2014

25 agosto 1973 – Gli Stories, più di una cover band

Il 25 agosto 1973 al vertice della classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti c'è Brother Louie, un brano che ha già conosciuto un buon successo in Gran Bretagna nella versione degli Hot Chocolate. Il disco che sta dominando le classifiche statunitensi, pur simile a quello britannico, non è eseguito dalla stessa band. Artefici del successo negli States sono gli Stories, un gruppo di cui pochi, fino a quel momento, hanno sentito parlare. Per evitare i soliti sospetti di essere un "gruppo fantasma", i quattro Stories si cimentano in una lunga serie di concerti e di conferenze stampa. Tutti possono verificare così che la band esiste da poco più di un anno ed è stata fondata dal tastierista Michael Brown, già con Left Banke e i Montage. Suoi compagni d'avventura sono il cantante e bassista Ian Lloyd, il chitarrista Steve Love e il batterista Bryan Madey. Pochi mesi dopo la loro costituzione pubblicano il singolo I'm coming home e l'album Stories, passati inosservati, o quasi, ai più. All'inizio del 1973, quando gli Stories non hanno ancora compiuto un anno, Michael Brown, confermando la sua fama d'artista irrequieto, dichiara chiusa la storia del gruppo e se ne va. I suoi compagni non ci stanno. Lo sostituiscono con il tastierista Kenny Bichel e riprendono a darsi da fare. L'assenza del leader-fondatore li penalizza dal punto di vista creativo e per far fronte agli obblighi contrattuali con la loro etichetta decidono di interpretare un brano già conosciuto. La scelta cade su Brother Louie degli Hot Chocolate che, a sorpresa, diventa un successo. Il disco fortunato non cambia il loro destino. Nonostante i risultati saranno per sempre considerati niente di più di una buona "cover band". Persi per strada Love e Lloyd, sostituiti dal chitarrista Rich Ranno e dal bassista Kenny Aaronson pubblicheranno ancora qualche disco, tra cui Mamy Blue, versione del successo dei Pop Tops, e nel 1975 finiranno per separarsi definitivamente.

22 agosto, 2014

24 agosto 1969 - Il Ristorante di Alice

Il 24 agosto 1969 a Los Angeles e a New York viene proiettato per la prima volta il film "Alice's Restaurant", ispirato all'omonimo e autobiografico talking-blues di Arlo Guthrie, il figlio del grande folksinger Woody. Diretto da Arthur Penn la pellicola, in cui Arlo interpreta il protagonista, cioè se stesso, è destinata a restare una preziosa testimonianza di un'epoca e un esempio di come un lungometraggio possa assumere i modi e i ritmi di una canzone senza necessariamente diventare lezioso o, peggio, banale. La mano felice del regista oscilla tra la narrazione e il documentario senza mai farsi trascinare oltre i limiti del racconto. Non è un caso che la generazione ribelle degli anni Sessanta si ritrovi più in questo film che nel pessimistico "Easy rider". La storia è quella di Arlo, un giovane cantante rock diciottenne che, pur di evitare l'arruolamento in un esercito impegnato nella guerra del Vietnam, decide di riprendere a studiare. La scuola cui si iscrive, il Rocky Mountain College, però, non può sopportare a lungo i suoi atteggiamenti anticonformistici e in breve tempo lo espelle. Si unisce allora a due amici appena conosciuti, Ray e Alice, che gestiscono un piccolo ristorante che serve a sostenere un gruppo di ragazzi che vivono in comunità in una chiesa sconsacrata. Dopo varie peripezie Arlo riesce a ottenere l’esonero e decide di restare nella comunità, ma scopre che, uno dopo l'altro, i giovani se ne sono andati lasciando soli Ray e Alice. Nel film si alternano momenti ironici a episodi di satira aperta (uno fra tutti è il colloquio di Arlo con lo psichiatra militare) a momenti altamente drammatici, ma non ci sono segnali di disillusione. Anche la fine dell'esperienza comunitaria è vista più come un elemento che nasce dalla dissoluzione dell'America giovanile che come un dato di fatto. Le musiche e le voci di Joni Mitchell, Pete Seeger, Garry Sherman e dello stesso Arlo Guthrie sottolineano una speranza: quella che la parte più libera dei giovani statunitensi possa contribuire a cambiare lo stato delle cose esistenti. In questo senso le battaglie per i diritti civili e contro la guerra vengono viste come l'altra faccia del "sogno americano", quasi a sancire la legittimità della speranza una generazione che sta scoprendo l'impegno politico dopo aver percorso un pezzo della strada tracciata da Kerouac e Ginsberg. Se ne accorgono i giovani che la sera del 24 agosto affollano le sale dove il film viene proiettato in prima visione e ne decretano l'imprevisto successo.

23 agosto 1927 - Sacco e Vanzetti: tutt’o munno sano sta arrevutato

Nella prigione di Charleston nel Massachusetts sono le ore 0,19 del 23 agosto 1927 quando il boia abbassa la leva che immette la corrente nella sedia elettrica sulla quale è stato immobilizzato Nicola Sacco. Sette minuti dopo, alle 0,26, tocca a Bartolomeo Vanzetti. Finisce così la vita e la vicenda processuale dei due anarchici italiani. Il loro calvario inizia il 5 maggio 1920 quando mentre sono sul tram che da Bridgewater porta a Brockston, finiscono nella rete repressiva stesa dalla polizia per reprimere l’attivismo anarchico. Fermati per accertamenti vengono trovati in possesso di volantini d’agitazione politica, di un revolver a testa e delle relative munizioni. Trattenuti e sottoposti a tre giorni di incalzanti quanto ripetitivi interrogatori Sacco e Vanzetti si ritrovano sul capo un’accusa di assassinio. Per il procuratore Gunn Katzman sono loro gli autori di una rapina avvenuta il 15 aprile 1920 ai danni del calzaturificio “Slater and Morrill” di South Baintree nella quale sono stati uccisi a colpi di pistola il cassiere dell’azienda e una guardia giurata. I due italiani vengono condannati a morte nel 1921 dopo una lunga vicenda processuale che non ha messo in evidenza alcuna prova concreta a loro carico. C’è chi scrive che il verdetto appare fortemente condizionato dal clima repressivo esistente negli Stati Uniti contro gli anarchici, ma anche da un tutt’altro che nascosto sentimento razzista nei confronti degli immigrati italiani. In sostanza la loro unica colpa è quella di essere immigrati italiani e anarchici. L’ingiustizia della loro condanna provoca una reazione delle coscienze negli Stati Uniti e nel mondo. Contro la loro esecuzione si mobilitano gli organi di stampa e una lunga serie di intellettuali come Bertrand Russell, George Bernard Shaw e John Dos Passos. In moltissimi paesi nascono comitati per la loro liberazione. Tutto è inutile. Neppure la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros che ammette di aver preso parte alla rapina scagionando Sacco e Vanzetti riesce a fermare la “macchina della giustizia”. «Mai vivendo l'intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini». In questa frase, rivolta da Bartolomeo Vanzetti alla giuria che lo condanna alla pena capitale c’è il senso di una vicenda che non finisce con la morte dei protagonisti. I due anarchici italiani sono destinati a diventare in tutto il mondo un simbolo della lotta alle ingiustizie, oltre che all’idea stessa di pena capitale. Gran parte degli esponenti più conosciuti della canzone napoletana degli anni Venti si mobilitano per Sacco e Vanzetti trasformando gli spettacoli delle loro tournée nordamericane in vere e proprie iniziative di solidarietà. Come in una sorta di passaparola solidale le vedette del café chantant made in Napoli cantano brani come Mamma sfurtunata (‘A seggia elettrica) («...ma chella mamma s’accurgette subito/ca n’copp’a seggia elettrica ‘o figlio jeva a murì...) che porta la firma illustre di Ermete Giovanni Gaeta, meglio conosciuto con lo pseudonimo di E.A. Mario. Più ricca di implicazioni politiche è Lettera a Sacco p’o figlio suoio, («...e mo chistu volo se spezzate/dimostra chi è nucente, tu me muore...») scritto dal duo Ambro's-Ferraro il 27 maggio 1927, inciso anche su disco da Alfredo Bascetta. Dedicata a Sacco e Vanzetti è anche Lacreme ‘e cundannate, («... sta tutt’o munno sano arrevutato/pe’ Sacco e Vanzetti cundannate...») un brano che all’epoca del processo e della condanna a morte viene eseguito addirittura dalla bellissima “sciantosa e canzonettista” Gilda Mignonette nei suoi spettacoli. Nei giorni che precedono l’esecuzione Sica e Ferraro compongono E figlie 'e nisciune mentre quando tutto è finito Imella e Bascetta firmano Core nun chiagnere, una melodia malinconica che chiede di non smettere di sperare nella ricerca della verità.

21 agosto, 2014

22 agosto 1936 – Tony Kendall, l’agente segreto Jo Walker


Il 22 agosto 1936 nasce a Roma Luciano Stella, in arte Tony Kendall. Le sue esperienze nel mondo dello spettacolo cominciano sui set dei fotoromanzi dove il suo volto particolare viene notato da Steno che nel 1956 lo inserisce nel cast di “Femmina tre volte”. In quegli anni si chiama ancora Luciano Stella. È Vittorio De Sica che, dopo averlo conosciuto a un provino gli suggerisce di trovarsi un nome d’arte “americano”. Per la scelta lui racconta di essersi fatto ispirare da un’enorme insegna vista nei pressi di Torvajanica. Il suo primo film di successo è “La frusta e il corpo” di Mario Bava nel 1963 cui seguono notevoli esperienze nei vari filoni del “cinema di genere italiano” di quegli anni interpretando alcuni cult come “La jena di Londra” di Gino Mangini del 1963, “Delitto sull’autostrada” di Bruno Corbucci e soprattutto “La cavalcata dei resuscitati ciechi” di Amando de Ossorio. Non mancano prove anche nei film d’impegno come “Gli intoccabili” di Giuliano Montaldo nel 1968 o “Il muro di gomma” di Marco Risi nel 1991. Nel 1965 in “Operazione tre gatti gialli” diretto da Frank Kramer interpreta per la prima volta il personaggio di Jo Walker, un agente segreto ispirato alle fortune di 007. Il personaggio, che ottiene uno straordinario successo in tutto il mondo e, in particolare, in Germania finisce per condizionare la sua carriera. Interpreterà Jo Walker in ben sette film e la serie avrà termine non per un calo d'attenzione del pubblico ma soltanto perchè Tony Kendall deciderà di chiudere l'esperienza. Muore a Roma il 28 novembre 2009

21 agosto 1964 - L’ultimo western italiano prima della rivoluzione di Leone

Il 21 agosto 1964 a Milano viene proiettato per la prima volta “Le pistole non discutono”. Il film, diretto da un abile artigiano delle pellicole d’avventura come Mario Caiano, è il secondo western dopo “Duello nel Texas” prodotto dalla Jolly Film di Arrigo Colombo e Giorgio Papi che hanno come partner la spagnola Trio Film e la tedesca Constantin. L’impegno economico è notevole. Il costo preventivato è di duecentoquaranta milioni di lire, trenta dei quali rappresentano il cachet concordato con il “vecchio” cow boy statunitense “prestato” da Hollywood Rod Cameron. Sono tanti soldi, ma la società di produzione romana pensa di poter ottimizzare l'investimento utilizzando le scene e i macchinari per girare un altro lungometraggio. Si tratta di un western a basso costo diretto da Sergio Leone il cui obiettivo principale è quello di arrotondare gli incassi della Jolly Film. In realtà il destino ha in serbo una sorpresa. Il film di Leone, uscito nelle sale circa un mese dopo il film di Caiano con il titolo “Per un pugno di dollari”, segna l’inizio del “western all’italiana”, un genere destinato a lasciare un segno importante nella storia del cinema. “Le pistole non discutono”, invece, resta nella memoria collettiva come “l’ultimo western prima di Leone”, cioè l’ultimo esempio di una produzione italiana di film western “d’imitazione americana”. Nonostante la fama che lo circonda “Le pistole non discutono”, è un film decisamente meno “americano” di quanto si possa ritenere. Non è poi così strano visto che nel cinema, come in ogni ambito culturale, nulla nasce all’improvviso e la genialità del singolo in genere accelera e sintetizza processi che sono già in atto. Il western all’italiana non fa eccezione. Se Sergio Leone può essere considerato il primo a definire in modo compiuto i “codici di genere”, altri in quegli stessi mesi concorrono a fissarne contorni e ambiti, come Sergio Bergonzelli con “Jim, il primo” o Sergio Corbucci con il suo “Minnesota Clay”. In questo quadro il film diretto da Mario Caiano nonostante il suo impianto decisamente tradizionale come il protagonista anziano alla John Wayne o l’arrivo della cavalleria nel finale dovrebbe essere rivalutato. Anch’esso, infatti, contiene innovazioni che in qualche modo anticipano alcune caratteristiche del western all’italiana. È il caso, per esempio, della figura di Billy, il bandito paranoico che legge la Bibbia, più vicino ai cattivi senza sfumature degli “attori di parola” del cinema mitologico italiano cui si sono ispirati Leone e i suoi epigoni che ai complicati cattivi hollywoodiani. Decisamente più in linea con il western all’italiana che con la tradizione “americana” appare poi l’ostentazione delle ferite, con il sangue rosso vivido, nelle sequenze della morte di Billy colpito dal coltello di Santero o della cauterizzazione della ferita di George. In linea con questa impostazione appare anche la violenza esibita nel massacro finale dei banditi messicani.

19 agosto, 2014

20 agosto 1950 - Mita Medici, una sex symbol degli anni della contestazione

Il 20 agosto 1950 nasce Patrizia Vistarini, destinata a diventare con il nome d’arte di Mita Medici, uno dei sex symbol italiani tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Figlia dell'attore Carlo Silva, nel 1965 a soli quindici anni vince il concorso Miss Teenager. A sedici fa il suo debutto cinematografico nel film “L’estate” di Paolo Spinola cui segue nel 1969 il grande successo di "Pronto c'è una certa Giuliana per te" di Massimo Franciosa. Nello stesso anno si fa notare anche nel mondo della canzone con il singolo Nella vita c'è un momento con il quale partecipa al concorso la Caravella di Bari. I risultati migliori arrivano però dal cinema dove interpreta film come "Colpo di sole" di Mino Guerrini, "Come ti chiami amore mio?" di Umberto Silva o "Plagio" di Sergio Capogna. Non mancano poi performance teatrali come, nel 1973, la partecipazione al musical "Ciao Rudy" di Garinei e Giovannini. Nel 1974 arriva anche il grande successo televisivo con "Canzonissima". Nel 1978 dopo aver portato in scena "Il mercante di Venezia", di Shakespeare per la regia di Cobelli, se ne va negli Stati Uniti per frequentare prima il "Lee Strasberg Theatre Institute" e poi "L'actors Studio". Al ritorno in Italia riprende la sua attività privilegiando soprattutto il teatro e la televisione pur senza disdegnare qualche partecipazione cinematografica Tra gli anni 1991-93 è stata tra le animatrici dell'Associazione Culturale "Lo Studio".

10 agosto, 2014

19 agosto 1957 - Daniela Davoli, la cantautrice scoperta da Chelo Alonso che piace a Pasolini

Il 19 agosto 1957 nasce a Pisa la cantautrice Daniela Davoli. Annamaria Fiorillo, questo è il suo vero nome, inizia la carriera con il nome d’arte di Anny Fiorillo con il quale nel 1974 vince il Trofeo Davoli di Rapallo, una delle più popolari rassegne giovanili dell’epoca. Proprio in omaggio a quel trionfo cambia nome in Daniela Davoli. Trasferitasi a Roma viene notata dalla soubrette cubana Chelo Alonso che la aiuta a ottenere il primo contratto discografico. Sempre nel 1974 pubblica il suo primo singolo I ragazzi giù nel campo cui collaborano anche Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini. Nel 1975 pubblica Mille volte donna e interpreta un paio di brani per la colonna sonora composta da Manuel De Sica per il film "Quel movimento che mi piace tanto" di Franco Rossetti. Nel 1976 entra nella classifica dei dischi più venduti con Due amanti fa... (un singolo che ottiene buon successo anche in Spagna col titolo Eramos amantes) e Se fossi come lei. Nello stesso anno pubblica anche il suo primo album Fra tanto amore. Nel 1977 partecipa con buon successo al Festival di Sanremo con il brano …e invece con te! scritto a quattro mani con l’ex cantante del Rovescio della Medaglia Michele Zarrillo. Alcuni singoli e l’album Mia del 1978 caratterizzano un periodo ricco di soddisfazioni come cantante, come autrice e anche come attrice di fotoromanzi. Dopo la pubblicazione Incertezza d'amore nel 1980 Daniela Davoli decide di chiudere con il mondo dello spettacolo. Si sposa, si trasferisce all'estero e non torna più sulle scene salvo nel 2006 quando accetta di partecipare a una delle manifestazione del “Roma Edge Festival" interpretando i brani di Pasolini del suo primo disco.

18 agosto 1977 - Addio per sempre, Elvis

Gli esperti della polizia calcolano in più di settantacinquemila il numero dei fans che il 18 agosto 1977, giorno dei funerali di Elvis Presley, circondano Graceland, la favolosa villa di Memphis nella quale il re del rock and roll ha vissuto fino agli ultimi giorni della sua vita in una situazione di alienante, pur se dorata, solitudine. Quella che è accorsa a dargli l’ultimo saluto è una folla disperata e piangente, non aliena da gesti di isteria, che mette in difficoltà anche il nutritissimo servizio d’ordine. A parte i soliti contusi e gli innumerevoli svenimenti, il bollettino della giornata contempla anche due morti, due ragazze travolte da un’automobile sbucata da chissà dove e piombata improvvisamente sulla folla. Tutta questa gente preme sui cordoni di sicurezza. Non capisce perché non può partecipare ai funerali. È costretta a viverli a distanza di sicurezza, ai margini della cerimonia ufficiale, cui sono stati ammesse solo centocinquanta sceltissime persone. La salma di Elvis Presley viene inumata nel cimitero di Forest Hill a Memphis. Il quarantaduenne re del rock and roll è morto due giorni prima, all’alba del 16 agosto, stroncato da un collasso cardiaco dopo essere stato trovato dalla sua compagna Ginger Alden privo di sensi e con il viso affondato nella moquette del corridoio che porta in bagno. Immediatamente trasportato al Baptist Memorial Hospital di Memphis è spirato intorno all’una e mezza del pomeriggio. Con lui se ne va uno dei simboli della grande rivoluzione musicale degli anni Cinquanta, nata con l’esplosione del rock and roll. Il Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, esprimendo il suo cordoglio per la scomparsa, dichiara «La morte di Elvis Presley priva il nostro paese di una parte importante della sua cultura. Egli è stato unico ed irripetibile... La sua musica e la sua personalità hanno saputo fondere il country dei bianchi con il blues dei neri cambiando per sempre la cultura del popolo americano».

17 agosto 1964 - Maria dei Lone Justice

Il 17 agosto 1964 nasce a Los Angeles, in California, la cantante Maria McKee, voce, anima e leader indiscussa dei Lone Justice, una delle band più significative del roots-rock. Fin da piccola deve fare i conti con la presenza ingombrante del fratello, il chitarrista Bryan McLean, destinato a godere di una notevole popolarità con i Love, la band di Arthur Lee. In possesso di una voce inconfondibile e decisa a non lasciarsi intimidire, la ragazza Maria, punta, oltre che sulle sue indiscusse qualità musicali anche su un'intrigante presenza scenica. Il suo primo gruppo gode della partecipazione saltuaria del famoso fratello e si chiama Maria McKee Band. Successivamente accetta di divenire la cantante proprio della Bryan McLean Band, la band di suo fratello, ma il ruolo le sta stretto. Decide allora di continuare da sola. All'inizio degli anni Ottanta, mentre tutto il mondo musicale sembra in preda a un'involuzione che molti danno per definitiva, lei pensa che «ci sia ancora gente in giro disposta a suonare e ad ascoltare del buon rock and roll. Forse in questo periodo più che inventare cose nuove bisognerebbe rimettersi a suonare!». Forma una band di amici e si esibisce dovunque la lascino suonare. Da questa esperienza nascono i Lone Justice, una gruppo che, con vari cambiamenti, comprende il chitarrista Brit Shayne Fontayne, il bassista Gregg Sutton, il batterista Rudy Richardson e il tastierista Bruce Brody un tipetto sveglio con esperienze nei gruppi di Patti Smith e John Cale. La loro musica, una sorta di strana mescola tra il rock and roll californiano, le invenzioni ritmiche dei Rolling Stones, alcuni richiami ai Byrds e un'evidente influenza stilistica di Tom Petty, attira l'attenzione di Linda Ronstadt. Grazie al suo appoggio i Lone Justice ottengono un contratto discografico e nel 1985 pubblicano l'album Lone Justice che li fa conoscere e li trasforma in uno dei "gruppi rivelazione" dell'anno. Maria se la cava bene anche come autrice, visto che nello stesso anno il suo brano A good heart, arriva al vertice delle classifiche britanniche nell'interpretazione dell'ex cantante degli Undertones Feargal Sharkey. Nel 1986, vista l'accoglienza tiepida riservata al secondo album dei Lone Justice, Maria decide di fare da sé. Tre anni di lavoro precedono la pubblicazione di Maria McKee nel 1989. Il risultato sarà però troppo lezioso e commerciale per piacere ai fans del robusto rock dei Lone Justice e verrà accolto con sostanziale indifferenza anche dalla critica.

16 agosto 1991 – Bruno Nicolai, un eclettico uomo di musica

Il il 16 agosto 1991 muore a Roma Bruno Nicolai. Compositore di musica sinfonica, direttore d'orchestra, autore di colonne sonore per il cinema e il teatro Nicolai è un uomo che ha dedicato alla musica l’intera vita cimentandosi anche nei panni di editore musicale e in quelli di organizzatore e animatore di eventi a vario titolo legati al mondo delle sette note. Nasce a Roma il 26 maggio 1926 e muove i primi timidi passi nel mondo della musica pigiando i tasti bianchi e neri del pianoforte sotto la guida del maestro Aldo Mantia. Si diploma poi in organo e composizione con Goffredo Petrassi presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma dove incontra Ennio Morricone. Tra i due musicisti nasce un rapporto d’amicizia e di lavoro destinato a durare a lungo e a interrompersi bruscamente per questioni legali nate dalle collaborazioni non ufficiali fra loro. Autore di oltre cento colonne sonore per il cinema e la televisione, Bruno Nicolai nella sua lunga carriera compone anche interessanti opere di musica da camera e sinfonica con mescole originali tra tecnica classica e dodecafonica. Docente di armonia e composizione presso il Conservatorio Musicale di Siena è tra i fondatori della prestigiosa rivista di musica contemporanea "La Musica".

15 agosto 1927 - Katyna Ranieri, la voce italiana della notte degli Oscar

Il 15 agosto 1927 nasce a Follonica, in provincia di Grosseto, Caterina Ranieri destinata a diventare, con il nome d’arte di Katina Ranieri, una delle cantanti italiane più popolari al di fuori dei nostri confini. Muove i primi passi nel mondo della musica nei primi anni del dopoguerra esibendosi con varie orchestre delle Forze Armate Americane e nel teatro di rivista. Nel 1953 partecipa al Festival di Sanremo con cinque canzoni: Acque amare, No Pierrot, Domandatelo, La pianola stonata e Il passerotto. L’anno dopo torna alla rassegna sanremese con Rose, Sotto l’ombrello in duo con Giorgio Consolini e Canzone da due soldi che si piazza al secondo posto. Sempre nel 1954 partecipa al Festival di Napoli presentando cinque brani: Serenata embè, Speranza, Canta cu me, Pulecenella e Mannaggia ‘o soricillo. Anche il cinema si accorge di lei e la scrittura per un paio di film musicali. L’unione con il maestro Ritz Ortolani nell’Italia bigotta dell’epoca le procura l’accusa di bigamia e una serie di guai professionali e giudiziari. Si trasferisce pertanto negli Stati Uniti dove, nel 1964, diventa la prima e, per ora, unica cantante italiana a esibirsi nella notte degli Oscar. Nel 1974 registra dal vivo l'album Lui lui lui, che contiene brani di colonne sonore composte da suo marito Ritz Ortolani e nel 1980 partecipa al festival dei Due Mondi di Spoleto con un recital dedicato alle canzoni di Kurt Weill. Tra le sue interpretazioni di maggior successo ci sono, oltre a quelle citate, canzoni come More, L'amore è una cosa meravigliosa, ’A frangesa, Scapricciatiello, Lily Kangy, Je m’en fous, Hello happiness e Mi vida.

14 agosto 1969 – Tace la tromba di Tony Fruscella

Il 14 agosto 1969 muore a soli quarantadue anni il trombettista Tony Fruscella, una delle grandi promesse del bop. Il destino non è tenero con lui. Nato a Orangeburg, New York, il 4 febbraio 1927 passa i suoi primi quattordici anni in un orfanotrofio dedicandosi allo studio della musica sotto la guida di Jerome Cnuddle. Ha modo poi di dimostrare la sua abilità a diciotto anni quando, arruolato nelle forze armate all'età, suona nella banda militare. Le sue qualità non passano inosservate e, dopo il congedo, Fruscella suona con alcuni dei migliori protagonisti del jazz di quel periodo da Lester Young, a Gerry Mulligan che ha da poco sciolto il sodalizio con Chet Baker sostituendolo con Bob Brookmeyer e Stan Getz. Con il quartetto di Mulligan Tony si mette in luce nel luglio del 1954 in occasione della prima edizione del festival del Jazz di Newport; mentre con Getz incide l’album The Steamer, cui partecipano anche Bob Brookmeyer, John Williams e Alan Levitt. Con la fine degli anni Cinquanta l'attività di Fruscella si dirada. Il trombettista ha gravi problemi di salute che lo portano in ospedale tra la primavera e l'estate del 1969 per una cirrosi cui si sono aggiunti varie complicazioni cardiache. Il 14 agosto 1969 muore in casa di un amico.

13 agosto 1914 - Ivon Debie, il pianista di Django Reinhardt

Il 13 agosto 1914 a St. Jans-Molenbeek, nei pressi di Bruxelles, nasce Ivon Debie, l'unico pianista del mondo a suonare in assolo con Django Reinhardt. Dopo aver studiato privatamente il pianoforte per cinque anni, all'età di diciassette dà vita alla sua prima orchestra con un gruppo di appassionati. L’esperienza lo stimola a continuare su quella strada anche se non gli dà ancora la possibilità di guadagnare a sufficienza. Dal 1937 al 1940 di giorno lavora come contabile mentre di notte dirige una band che pian piano si conquista una discreta popolarità tanto da diventare l’orchestra di Fud Candrix tornato a casa dopo aver partecipato all’inutile tentativo di resistere allo strapotere delle truppe tedesche nei primi mesi di quella che sarebbe poi passata alla storia come la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1941 Debie inizia anche a frequentare il conservatorio di Bruxelles mentre gli occupanti tedeschi offrono ai componenti dell'orchestra Candrix due alternative: o lavorare nelle fabbriche in Germania o suonare con l'orchestra a Berlino. Trascorsi a Berlino alcuni mesi, l'orchestra Candrix torna a Bruxelles dove incide quattro dischi con Django Reinhardt. Il 16 aprile 1942 Debie accompagna Django Reinhardt in quattro “a solo” di violino e chitarra (Vous et Moi, Distraction, Studio 24, Blues en mineur) e poi forma una sua orchestra, suonando saltuariamente anche con Stan Brenders. Dopo la guerra forma vari gruppi, da un piccolo combo con Toots Thielemans nel 1946, a una grande orchestra di diciotto elementi che suona per l'esercito americano. Nel 1958 diventa direttore artistico della RCA del Belgio, dove lavorerà fino all’agosto 1979 quando si ritira definitivamente dalle scene musicali.

12 agosto 1994 – Anton Giulio Majano, il padre dei teleromanzi

Il 12 agosto 1994 muore a Marino, sui colli romani, Anton Giulio Majano, considerato il padre, più che l’inventore, del teleromanzo italiano. Colto e appassionato di letteratura nasce a Chieti il 5 luglio 1909. Collabora a giornali e riviste pubblicando anche un paio di romanzi senza grande fortuna. Dopo aver frequentato l’Accademia Militare di Modena diventa ufficiale effettivo e allo scoppio della seconda guerra mondiale si ritrova schierato sul fronte africano. Tornato in Italia partecipa alla Resistenza comandando una formazione partigiana. Dopo lo sbarco degli alleati e la liberazione del meridione partecipa allo sforzo bellico dagli studi radiofonici di Bari con il programma “Italia combatte”. Dalle trasmissioni in voce passa alle immagini nel 1949 occupandosi della regia del film “Vento d’Africa”. Nel 1953 dirige uno straordinario cast di stelle in “La domenica della buona gente”, una commedia garbata con Sophia Loren, Renato Salvatori, Ave Ninchi, Nino Manfredi, Bice Valori e Riccardo Cucciola. Alla nascita della televisione è uno dei primi a intuire le potenzialità del nuovo mezzo. Poco meno di un anno dopo l’inizio delle trasmissioni inventa il “teleromanzo a puntate” girando lo sceneggiato televisivo “Piccole donne”. Da quel momento lavora pressoché a ritmo continuo producendo una ventina di teleromanzi in vent’anni. Tra i più popolari sono da ricordare “L’isola del tesoro”, “Una tragedia americana”, “La cittadella”, “David Copperfield”, “E le stelle stanno a guardare”, “La freccia nera” “Marco Visconti” e due cicli di “Qui squadra mobile”. Per la radio cura invece un ciclo dedicato ai romanzi di Simenon. Muore a Marino ottantacinquenne il 12 agosto 1994.

11 agosto 1954 - Joe Jackson, geniale e imprevedibile

L'11 agosto 1954 nasce a Burton-on-Trent, in Gran Bretagna, Joe Jackson, uno degli artisti più geniali e imprevedibili della new wave britannica. Cresciuto a Portsmouth, città natale della madre, a undici anni odia lo sport e, per evitare di partecipare a un torneo di football, inizia a frequentare un corso di violino. Passato il pericolo del torneo decide di passare al pianoforte, perché meno complicato. Considerato un po' eccentrico dai suoi coetanei a quattordici anni, è, come lui stesso si definirà più tardi, "un compositore autodidatta che scrive cose terribili". I suoi autori preferiti di quel periodo, Beethoven e Stravinskij, vengono sostituiti prima del jazz di Charlie Parker e Duke Ellington e poi dal rock & roll. Grazie a una borsa di studio entra nella prestigiosa Royal Academy of Music di Londra dove studia piano, composizione e percussioni. La capitale lo affascina e lo spinge a darsi da fare. Nelle ore libere fa da spalla a un suonatore di buzuki in un ristorante greco e frequenta i concerti della National Youth Orchestra. Terminata l'accademia inizia con gli Edward Bear un intenso periodo di militanza in vari gruppi pop fino a confluire negli Arm & Legs, dove incontra il bassista Graham Maby, destinato a diventare suo inseparabile compagno nelle successive avventure musicali. Insoddisfatto del lavoro di gruppo registra un demo-tape che, dopo essere stato rifiutato dalla Virgin e dalla Stiff, viene notato da David Kershenbaum, un talent scout della A&M. Proprio lui produce, nel 1978, il primo singolo della Joe Jackson Band, Is she really going out whit him? nel quale Jackson ha al suo fianco, oltre al fedelissimo Graham Maby, il chitarrista Gary Sanford e il batterista Dave Hougton. La band ottiene un buon successo, ma non regge all'irrequietezza del suo leader e si scioglie alla fine del 1980. Di fronte alla involuzione estetizzante della musica di quel periodo, Joe Jackson si lancia in un'impresa che entusiasma moltissimo la critica e sorprende il pubblico: la pubblicazione di Jumpin' jive un album di brani jazz degli anni Quaranta e Cinquanta che recupera la sua antica passione per i grandi del jazz orchestrale. Dopo essersi trasferito a New York pubblica, nel 1982, quello in molti ritengono il suo miglior album in assoluto, Night and day. Negli anni successivi, non sempre accompagnato dal favore del pubblico, cambierà più volte stile e genere, nel tentativo costante di soddisfare le sue passioni musicali più che le esigenze del mercato.