31 gennaio, 2015

1° febbraio 1979 - Il ritorno dell’ayatollah Khomeini

Due milioni di persone in delirio accolgono il 1° febbraio 1979 l’ayatollah Khomeini che, dopo un esilio durato quindici anni ritorna a Teheran, la capitale dell’Iran. La rivolta popolare contro il sanguinario e dispotico regime dello scià Reza Pahlavi sembra così trovare la sua conclusione in un clima di rinnovata unità nazionale tra le forze della ribellione antidittatoriale. È solo un’illusione. Superato il primo momento tra le varie fazioni che hanno concorso all’abbattimento dello Scià si scatenano in una lotta fratricida che alla fine vede prevalere la parte più legata agli ambienti religiosi tradizionalisti. Pochi mesi dopo in Iran verrà proclamata la “Repubblica islamica” e tutte le componenti laiche della resistenza, i comunisti per primi, saranno disperse e in molti casi perseguitate.

31 gennaio 2007 - Chiude Gay Tv

«Per 5 anni abbiamo creato più di 60 programmi, affrontato argomenti spinosi, lavorato insieme per far conoscere al mondo cosa volesse dire la parola omosessualità. Abbiamo lottato per voi e insieme a voi. Tutto questo è costato fatica e non solo. Noi abbiamo investito, altri no…» Con queste parole viene annunciato che il 31 gennaio 2007 Gay Tv, l’unico canale televisivo omosessuale italiano, cessa le trasmissioni da satellite. L’annuncio viene dato in diretta da Massimo Scolari, editore di Gay Tv oltre che produttore del cantante Paolo Meneguzzi, durante il reality talk show Open Space. L’annuncio dell’imminente chiusura è stato dato non a caso all’interno di quella produzione che avrebbe dovuto rilanciare la rete, anche grazie alla visibilità data dalla conduzione di Alessandro Cecchi Paone, ma che in realtà non è riuscita nel suo intento per la scarsa disponibilità di altri soggetti a investire nel progetto.

30 gennaio, 2015

30 gennaio 1978 – Damia, la tragédienne de la chanson

Il 30 gennaio 1978 Muore Damia, una delle grandi interpreti della “chanson réaliste” francese. Come Mistinguett, Damia si è sempre vantata di non aver mai fatto uso del microfono nelle sue esibizioni dal vivo. Oggi l’idea che qualcuno rinunci a un mezzo capace di far ascoltare meglio anche il più piccolo sussurro espressivo può far sorridere, ma fino a cinquant’anni fa i puristi inorridivano di fronte all’utilizzo di un congegno metallico destinato ad amplificare il canto. La ragione fondamentale del rifiuto all’utilizzo del microfono era: nessun filtro per la voce, perché i filtri attenuano la forza emotiva del canto. In questo ambito vanno inserite sia la scelta di Damia, che quella di Mistinguett. Le due cantanti, infatti, non sono da ascrivere alla contrapposizione che per larga parte del novecento ha diviso i cantanti e le cantanti di scuola lirica, la cui potenza vocale è tale da poter rinunciare al microfono, da quelli popolari che utilizzano tranquillamente il microfono per farsi ascoltare meglio. Mistinguett e Damia non ne fanno una questione di potenza vocale, ma di sentimenti, di sfumature emozionali che rischiano di venir tradite dall’uso di uno strumento posticcio destinato soltanto ad amplificare i suoni. Tutto ciò vale, naturalmente, per le esibizioni dal vivo visto che entrambe non si sottraggono alla possibilità di registrare dischi o di cantare nei programmi radiofonici, due casi nei quali l’utilizzo del microfono diventa indispensabile. Quella che oggi appare come una polemica eccessivamente sofisticata e un po’ posticcia in realtà aiuta a capire la concezione di una grande artista come Damia per la quale il rapporto con il pubblico è la ragione principale del lavoro dell’artista. Considerata uno dei simboli più vividi della “chanson réaliste” e capace di rappresentare il punto di sintesi tra la musicalità delle interpreti della chanson e la presenza scenica delle attrici teatrali, la forza della sua personalità è stata tale che, ancora oggi, quando si dice “una canzone di Damia” non si precisa altro. La sua interpretazione è sufficiente a definire i contorni di ciò che ci aspetta. Di fronte alla sua capacità anche gli autori e i compositori passano in secondo piano. Damia ha una voce forte e profonda capace di trasmettere una vasta gamma di emozioni, di passare dalla tristezza o dal dramma alla sensualità più spinta e sfacciata. Tra tutte le interpreti della “chanson réaliste” lei è quella che maggiormente fa tesoro dell’esperienza teatrale sia nella presenza scenica che nel considerare la dizione un elemento, per così dire, variabile dell’interpretazione. La sua dizione, infatti, non è mai asettica come accade alle cantanti “di buona scuola”, ma cambia in funzione dei brani interpretati e delle emozioni che essi esprimono. Accade così che in qualche canzone la sua voce abbia l’accento spiccato delle periferie parigine e in altre la perfezione scolastica di chi è in grado di controllare con freddezza persino l’intonazione più marginale. È la qualità musicale del brano, sono le parole del testo e l’impronta del messaggio a determinare la scelta del taglio interpretativo e di quello vocale. La qualità è tutto e la potenza è nulla. In nessun caso, infatti, cerca di catturare l’attenzione degli ascoltatori con la potenza della voce, non perché non ne abbia, ma perché ritiene che il suono inutilmente gonfiato abbia il limite di non riuscire ad arrivare al cuore del pubblico. Come accade in seguito anche a Edith Piaf, per Damia l’intensità dell’interpretazione è molto più importante della perfezione asettica del vocalizzo. Questa sua caratteristica interpretativa le è valsa l’appellativo di “tragédienne de la chanson”, “attrice tragica della canzone” con un richiamo evidente alla tradizione drammatica di quella grande scuola teatrale che è stata la tragedia greca classica. Damia nasce il 5 dicembre 1889 a Parigi, anche se in qualche biografia degli anni Cinquanta la lancetta del tempo viene spostata di tre anni più avanti, nel 1892. All’anagrafe è registrata come Marie-Louise Damien. Figlia di un poliziotto o, meglio, di un sergente della polizia francese che i biografi raccontano autoritario e un po’ repressivo nei rapporti famigliari, non ha ancora compiuto quindici anni quando esce di corsa dalla porta di casa intenzionata a cercare fortuna nel mondo. Trova ospitalità nelle compagnie di attori, saltimbanchi, vagabondi e musicisti le cui attività animano le strade, le piazze e i locali della frenetica capitale francese. Seguendo le imprevedibili strade di questa compagnie di giro di località in località arriva dove la terra finisce e comincia la distesa del mare. Spinta dall’irrefrenabile voglia di sperimentarsi segue i suoi compagni su una delle tante carrette che attraversano la Manica e se ne va in Inghilterra. Qui a diciassette anni scandalizza e, insieme, entusiasma il pubblico londinese portando sul palcoscenico lo scandalo de “la valse chaloupée”, (il valzer ondeggiante) il ballo lanciato da Mistinguett che mima il rapporto aggressivo e violento di una ragazza di vita con il suo protettore. A Londra è accompagnata dallo stesso Max Dearly che è stato al fianco di Mistinguett. Tornata a Parigi sbarca il lunario lavorando come figurante nelle varie compagnie che arrivano al Châtelet. La ragazza è come una spugna. Assorbe il mestiere dello spettacolo, con i relativi trucchi e la capacità di reggere alle inevitabili difficoltà. Lavora con moltissime compagnie e da ciascuna impara qualcosa. Pian piano riesce a ritagliarsi spazi sempre maggiori e grazie anche ai consigli e alle raccomandazioni di Robert Holland, detto Roberty, il marito della grande Fréhel, debutta come cantante solista sul palcoscenico della Pépinière con il nome di Maryse Damia. Le cure e le attenzioni di Roberty le aprono le porte del Petit Casino, del Concert Mayol e di molti altri locali alla moda nei quali divide spesso il palcoscenico con Fréhel. Il suo rapporto con Roberty diventa sempre più stretto fino a quando l’uomo decide di lasciare per lei la moglie Fréhel che gli ha da poco dato un figlio. Quest’ultima non si dà pace e, dopo la tragica morte del figlio, precipiterà in una depressione disperata destinata a cambiarle la carriera e anche la vita. In qualche modo, però, questa vicenda segna anche l’esistenza e la carriera di Damia che finirà per essere lungamente colpevolizzata da parte dell’opinione pubblica e della stampa popolare. Dopo la prima guerra mondiale Damia va in tournée con la coreografa statunitense Loïe Fuller e scopre l’uso delle luci e dei proiettori sul palcoscenico. Diventa così la prima cantante a utilizzare i proiettori come complemento scenico. Nel 1921 Abel Gance le affida il ruolo della Marsigliese nel suo film muto “Napoléon”, la prima di una lunga serie di importanti performances cinematografiche che si concludono nel 1956 quando compare per l’ultima volta nel film “Notre-Dame de Paris” di Jean Delannoy con Gina Lollobrigida e Anthony Quinn. Si esibisce anche in tutti i locali più alla voga, da Chez Fisher all’Apollo, all’Olympia, al Moulin Rouge a tanti altri. Nel 1929 recupera Les goélands, una canzone già interpretata nel 1905 da Lucien Boyer, e la trasforma nel più grande successo della sua carriera. Il modo di presentarsi in scena diventa parte del personaggio e della sua leggenda: sola, con un vestito nero lungo e senza maniche e nessuna invenzione scenografica al di fuori di un proiettore bianco puntato sulla sua figura intera. Sulla scena sarà così per tutta la vita salvo nel periodo dell’occupazione nazista quando per rispondere a modo suo alle pressioni del governo collaborazionista che l’invitano ad avere un atteggiamento più gaio e spensierato lascia la scena com’è e cambia solo il colore dell’abito da nero a bianco. Nel 1956 lascia definitivamente le scene dopo un concerto nel quale indossa per l’ultima volta quell’abito nero destinato a ispirare anche Juliette Gréco. Nel 1964 la Francia le concede il Grand Prix du Disque per la sua straordinaria carriera e la cantante ringrazia ma poi torna nell’ombra. Muore il 30 gennaio 1978 all’età di ottantanove anni nella sua casa di Saint-Cloud.

28 gennaio, 2015

29 gennaio 1886 – Giuseppe Bonavolontà, l’autore di “Borgo antico”

Il 29 gennaio 1886 nasce a Marigliano, in provincia di Napoli, Giuseppe Bonavolontà, uno dei personaggi di maggior spicco della scena musicale italiana della prima metà del Novecento. Diplomato al Conservatorio di Napoli, all’inizio degli anni Venti si trasferisce a Roma, dove dopo essere stato primo corno nelle orchestre di vari teatri, nel 1925 diventa insegnante al conservatorio di Santa Cecilia. A partire dagli anni Trenta diventa popolarissimo nell’ambiente musicale per aver composto la musica di numerose canzoni del repertorio di due primedonne del varietà come Anna Fougez e Lydia Johnson. Instancabile e geniale creatore compone decine di canzoni di successo, come la famosissima Borgo antico, Fiocca la neve, ’O mese d’’e rrose e Serenatella a ’na cumpagna ’e scola. Nel 1955, quando la sua carriera sembra ormai destinata a concludersi, vince il Festival di Napoli con il brano ’E stelle ’e Napule, interpretato dal duo Gina Latilla-Carla Boni e da Maria Paris, ma è l’ultimo sussulto di una storia musicale straordinaria. Muore a Roma il 18 luglio 1957.

27 gennaio, 2015

28 gennaio 1978 - Ai Matia Bazar il Festival di Grillo

Il 28 gennaio 1978 i Matia Bazar vincono il Festival di Sanremo con E dirsi ciao. Il gruppo, artefice di un pop raffinato arricchito dalla preziosa voce di Antonella Ruggiero, è tra quelli più apprezzati dalle giovani generazioni e la sua vittoria sembra rilanciare le azioni di una manifestazione che sembrava ormai in declino per l'impossibilità di interpretare i nuovi gusti musicali. Il Festival di quell’anno, presentato da Beppe Grillo affiancato da Maria Giovanna Elmi e Stefania Casini, regala anche un grande e inaspettato successo commerciale a Rino Gaetano, autore e interprete di Gianna un brano inizialmente intitolato Anna e poi modificato per non confondersi con l'omonima canzone di Lucio Battisti. L’altra rivelazione sanremese del 1978 è Anna Oxa, una ragazza figlia d’un albanese e un’italiana che si presenta sul palcoscenico in puro stile punk interpretando il brano Un’emozione da poco scritto appositamente per lei da Ivano Fossati con Guido Guglielminetti.

26 gennaio, 2015

27 gennaio 1952 - Roberto Benigni, un talento musicale

Il 27 gennaio 1952 a Misericordia, in provincia di Arezzo nasce Roberto Benigni. La musica è il suo primo amore tanto che all'età di quindici anni pubblica un disco interamente autoprodotto. Quando negli anni seguenti diventa famoso come attore e poi come regista non abbandona mai completamente la prima passione artistica della sua vita pubblicando brani come L'inno del corpo sciolto, Al Pantheon e Il pillolo. Nel 1983 canta come ospite al Festival di Sanremo la canzone di Paolo Conte Via con me, inserita anche nella colonna sonora del film "Tu mi turbi". Molte sono le performance canore nei suoi spettacoli e le sue interpretazioni estemporanee come nel film "I giorni cantati", dove interpreta un lied di Shubert con Mariangela Melato. Tra le sue canzoni c'è anche la curiosa Mi sono innamorato della moglie di Paolo Conte presentata dal vivo al Premio Tenco.

26 gennaio 1974 - Joe Benjamin se ne va

Il 26 gennaio 1974 muore a Livingstone, nello Zimbabwe, il contrabbassista Joe Beniamin. Registrato all’anagrafe con il nome di Joseph Rupert nasce ad Atlantic City, nel New Jersey, il 4 novembre 1919. Inizia giovanissimo gli studi musicali dedicandosi inizialmente al violino sotto la guida di Hal Johnson e passando poi al contrabbasso, strumento al quale rimane poi fedele per il resto della vita, conclusasi per un attacco cardiaco probabilmente conseguente a un incidente automobilistico nel quale era rimasto coinvolto qualche settimana prima. Strumentista di grandi possibilità tecniche e accompagnatore di notevole sensibilità, conosce il momento di maggior gloria nel gennaio del 1951 quando ha l’occasione di partecipare come secondo bassista dell'orchestra di Duke Ellington a un memorabile concerto alla Metropolitan Opera House. Componente della band di Jimmy Lunceford, Billy Moore jr., Mercer Ellington, Billy Taylor, Artie Shaw, Fletcher Henderson, Lena Horne, Sy Oliver, Ellis Larkins e moltissimi altri leader, nel 1953 partecipa a una leggendaria tournée con Sarah Vaughan con la quale incide anche una lunga serie di brani eccellenti.

25 gennaio, 2015

25 gennaio 1999 – Aristide Massaccesi, il regista dai mille nomi e dai mille volti

Il 25 gennaio 1999 muore improvisamente a Roma il regista Aristide Massaccesi. Districarsi tra i suoi mille nomi d’arte è difficilissimo. Nella sua carriera ha usato, di volta in volta lo pseudonimo che più lo intrigava o quello che a suo parere più si avvicinava al genere cinematografico affrontato. Di volta in volta si è chiamato Stephen Benson, John Bird, O.J. Clarke, Dario Donati, Raf Donato, Oskar Faradine, Sarah Asproon, Drago Floyd, Tom Salima, Frederic Slonisko, Robert Vip, Michael Wotruba, John Shadow, Kevin Mancuso o Chang Lee Sung. Tra tutti, Joe D'Amato è quello con il quale è maggiormente conosciuto in tutto il mondo. Aristide Massaccesi nasce a Roma il 15 dicembre 1936. Il cinema è la sua vita fin dall’adolescenza, quando inizia a lavorare a Cinecittà. Pur di restare sui set fa di tutto, dall’operatore al fotografo. Lavora tra gli altri come direttore della fotografia di film come “La carrozza d'oro” di Jean Renoir, “È l’amore che mi rovina” di Mario Soldati, “Il disprezzo” di Luc Godard, “Brucia ragazzo brucia” di Fernando Di Leo e “La bisbetica domata” di Franco Zeffirelli. Gigante del cinema “di genere” dopo una lunga “gavetta” sui set di vari registi come fotografo, sceneggiatore e anche... attore in “Straniero fatti il segno della croce!” un western di Demofilo Fidani, debutta come regista proprio nel western all’italiana nel 1972 con due pellicole senza firmarle. La prima è “Scansati... a Trinità arriva Eldorado”, un film firmato dal produttore Diego Spataro e la seconda “Un bounty killer a Trinità”, siglato da Oskar Faradine, uno pseudonimo utilizzato anche dall’altro produttore Oscar Santaniello. C’è chi sostiene che sempre nel 1972 abbia anche diretto “La Colt era il suo Dio”, un film che sui manifesti assegna la regia a Dean Jones, uno pseudonimo attribuito anche a Luigi Batzella e a Demofilo Fidani. L’esperienza di Massaccesi nel genere si conclude nel 1975 con il western avventuroso “Giubbe rosse”, interpretato da Fabio Testi. Negli stessi anni si cimenta con altri generi con il decamerotico “Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti”, il film di guerra “Eroi all'inferno”, il peplum “La rivolta delle gladiatrici”, prodotto da Roger Corman e l’horror “La morte ha sorriso all'assassino”, uno dei pochissimi film della sua carriera firmati col suo vero nome. Successivamente si cimenta con tutti i generi del cinema italiano di quel periodo, in particolare l’horror e lo splatter. Nella seconda metà degli Settanta inizia a orientarsi verso pellicole sempre più marcatamente erotiche fino a scegliere definitivamente il genere hard.

24 gennaio, 2015

24 gennaio 2003 - Artisti contro la guerra

Il 24 gennaio 2003, con il concerto de Les Anarchistes presso il Piccolo Auditorium di Storie di Note inizia a Orvieto una rassegna musicale intitolata "Artisti contro la guerra". La manifestazione è una diretta conseguenza della spedizione umanitaria di solidarietà con il popolo iracheno culminata lo scorso mese di novembre con un grande concerto a Baghdad, cui hanno partecipato venticinque artisti italiani. I concerti sono soltanto uno dei momenti di coinvolgimento e mobilitazione previsti nell’ambito di un progetto più ambizioso cui è stato dato il nome di "Salaam Baghdad - Artisti contro la guerra". Sul palco del Piccolo Auditorium di Storie di Note si alternano gli artisti coinvolti nel tentativo di dare voce e volto alle popolazioni oppresse. L'ingresso per ciascun concerto è di 10 Euro e gli incassi vengono devoluti proprio alla Associazione Salaam Baghdad, impegnata nella campagna "No alla guerra del petrolio". L’impegno è quello di non rassegnarsi a una guerra che ci fanno apparire come inevitabile, ma di tenere in vita speranze di riscatto sociale, solidarietà e pace che rischiano di finire travolte dall’imponenza della guerra mediatica. Le serate d’Orvieto non si limitano alla musica. Durante le esibizioni dal vivo, infatti, vengono presentati anche film e cortometraggi, mostre fotografiche, pubblicazioni, con il commento e i racconti personali di chi ha avuto l'occasione di conoscere quei luoghi ricchi di storia e di umanità che sono l'Iraq e la sua capitale Baghdad.

23 gennaio, 2015

23 gennaio 1978 - Basta con gli spray!

Il 23 gennaio 1978 la Svezia mette al bando le bombolette spray. È la prima nazione al mondo che assume un simile provvedimento nei confronti di un prodotto da tempo sospettato di essere una delle cause del deterioramento dello strato di ozono che protegge l’atmosfera terrestre. Le bombolette entrate nell’uso comune di milioni di persone, utilizzano infatti come propellente gassoso i clorofluorocarburi (CFC) il cui accumulo negli stati alti dell’atmosfera provocherebbe reazioni con effetti distruttivi sullo scudo che protegge il nostro pianeta dalle pericolose radiazioni solari. I primi a segnalare la relazione tra i clorofluorocarburi e l’assottigliamento dello strato di ozono sono stati i due ricercatori Mario Molina e Sherwood Rowland. Essi hanno osservato come nella stratosfera, la radiazione solare che li colpisce innesca reazioni fotochimiche che coinvolgono l’ozono, riducendone la concentrazione. Inventati negli anni Venti i clorofluorocarburi sono composti del carbonio contenenti cloro e fluoro particolarmente versatili e utilizzati dall’industria, oltre che nelle bombolette spray, negli impianti di refrigerazione dei frigoriferi e dei condizionatori dell'aria, nella produzione di schiume da imballaggio, nei detergenti per l’elettronica e nei prodotti chimici per l’estinzione degli incendi. Ininfiammabili, atossici, hanno un'alta stabilità chimica e sono inoltre relativamente economici rispetto ai prodotti alternativi. L’iniziativa delle Svezia è la prima di una lunga serie di provvedimenti tendenti a limitarne l’uso che porteranno gran parte dei paesi industrializzati a sottoscrivere il Protocollo di Montréal.

21 gennaio, 2015

22 gennaio 1984 - La prima bestemmia in TV

Per la prima volta nella storia dello spettacolo italiano i telespettatori ascoltano una bestemmia nel corso di una trasmissione televisiva. Accade domenica 22 gennaio 1984 quando Leopoldo Mastelloni bestemmia in diretta durante la trasmissione “Blitz”, il contenitore domenicale pomeridiano in onda su Raidue condotto da Gianni Minà. Il fattaccio avviene nel corso della rubrica “Sotto a chi tocca” di Stella Pende. Interrogato in diretta sull' omosessualità da alcuni ragazzi che affollano il “Bussoladomani” del Lido di Camaiore, Mastelloni perde la pazienza e si lascia sfuggire una bestemmia. L’evento scatena il putiferio. A nulla valgono le scuse immediate dell’attore napoletano che, pur senza giustificarsi, sostiene di aver usato «un linguaggio molto criticabile ma assolutamente in uso nel parlare corrente». La rubrica viene immediatamente sospesa dalla direzione della Rai e per Mastelloni scatta un lungo periodo d’esilio dal video.

20 gennaio, 2015

21 gennaio 1951 - Roger Dickerson dal jazz al taxi

Il 21 gennaio 1951 muore a Glen Falls, New York, il trombettista Roger Quincey Dickerson. Nato a Paducah, nel Kentucky, intorbo al 1898 si forma musicalmente a St. Louis nei gruppi del cosiddetto “river-boat-style”, un nome che nasce dallo stile particolare delle orchestre in quell’epoca che suonano sui battelli fluviali. Tra il 1918 e il 1920 lavora regolarmente con le orchestre dei teatri di St. Louis conquistandosi una buona reputazione. Nel 1923 entra a far parte dei Wilson Robinson's Bostonians, con i quali effettua una lunga tournée attraverso gli Stati Uniti, con tappa finale al celebre Cotton Club di New York. Durante la lunga permanenza in questo locale, l'orchestra, il cui organico comprende musicisti come Sidney De Paris, William Thornton, Morris White e Jimmy Smith, passa sotto la leadership del violinista Andrew Preer, assumendo la denominazione di Andy Preer's Cotton Club Orchestra. Dopo la morte di Preer, avvenuta nel maggio di quell'anno, l'orchestra continua a suonare al Cotton Club assumendo la nuova denominazione di The Missourians, in omaggio proprio allo stato di provenienza di molti dei suoi componenti. Dickerson è uno degli elementi più popolari della band e i suoi pregevoli interventi solistici dimostrano come abbia bene assimilato la lezione dei grandi trombettisti di New Orleans, adattandola al linguaggio della nuova scuola di Harlem. Nel corso del 1930 l'orchestra passa sotto la direzione di Cab Calloway. Nel biennio 1930-1931 Roger Dickerson registra sotto il nome di Calloway molti altri dischi, tra cui una interessante versione di St. Louis Blues nobilitata da un suo splendido assolo. Nell'estate del 1931 lascia, per ragioni di salute, l'orchestra di Calloway e abbandona definitivamente la musica adattandosi a fare l'autista di taxi.

20 Gennaio 1921 – Enrico Gentile, uno dei Cetra

Il 20 gennaio 1921 nasce a Palermo il paroliere e cantante Enrico Gentile, considerato uno dei fondatori del Quartetto Cetra pur non avendone mai fatto parte. La spiegazione sta nel fatto che a diciannove anni mentre è ancora impegnato a Roma negli studi di scenografia forma con Giovanni “Tata” Giacobetti, Iacopo Iacomelli e Enrico De Angelis, il Quartetto Egie il cui nome è formato dalle iniziali dei nomi dei quattro componenti. Ispirandosi alle armonizzazioni vocali dei Mills Brothers, il gruppo debutta il 27 maggio 1940 al teatro Valle di Roma nella rivista "Caccia al passante" cantando Tiger Rag e Bambina dall'abito blu. Agli impegni con i suoi tre compagni d’avventura alterna esperienze solistiche di successo con brani come Dove sei tu e Ho paura di te. Nel 1942 parte per il servizio militare e lascia il gruppo che, con l'uscita di Iacomelli, sostituito da Virgilio Savona, cambiato definitivamente nome diventando il Quartetto Cetra. Alla fine della guerra decide chidere la sua carriera di cantante pur continuando a restare nell’ambiente come autore di canzoni. Tra i suoi maggiori successi in questo ruolo ci sono Julia, Speedy Gonzales e Addio Maria, interpretate da Johnny Dorelli. Si vedrà, cantata da Les Surfs al Festival di Sanremo del 1965 e tante altre.

18 gennaio, 2015

19 gennaio 1978 - L’ultimo Maggiolino

Il 19 gennaio 1978 la catena dello stabilimento Volkswagen di Emden sforna l’ultima vettura costruita in Germania di un modello già da tempo entrato nella leggenda per la sua forma, la sua affidabilità, la sua resistenza al tempo e alle strade del dopoguerra. Conosciuta e apprezzata in tutto il mondo questa auto dalle forme morbide e intriganti, per la Germania è stata un po’ il simbolo della ricostruzione post-bellica e della capacità di ricominciare da zero. In ogni angolo del mondo è conosciuta con un soprannome. I tedeschi, insieme agli austriaci e agli svizzeri, la chiamano Käfer (cimice), negli Stati Uniti e in Gran Bretagna viene chiamata “Beetle” (scarafaggio). Anche gli spagnoli l’hanno ribattezzata “Escarabajo” (scarafaggio), mentre per gli olandesi e i belgi di idioma fiammingo si chiama “Kever”. In Francia e in tutte le aree d’influenza francese è conosciuta come “Coccinelle”. Nella Jugoslavia unita del dopoguerra è stata ribattezzata “Buba” e in Portogallo è diventata “Carosca” nonostante i cugini d’idioma brasiliani avessero scelto il nome di “Fusca”. Gli svedesi, infine, hanno trovato più adatto il nomignolo “Bubbla”. Qui da noi, in Italia, è arrivata nel 1951, l’anno in cui per la prima volta vengono venduti trentuno esemplari di quella che in breve tempo tutti impareranno a conoscere come Maggiolino.

17 gennaio, 2015

18 gennaio 2004 - Gli dei di un perduto rock

Domenica 18 gennaio 2004, "Appuntamento al buio", il programma domenicale condotto da Jonathan Giustini dalle 11 alle 13 su Radio Città Futura di Roma, viene interamente dedicato al Progressive Italiano, un genere che conta migliaia di appassionati. Il pubblico crescente favorisce l’intensificarsi di ristampe dei dischi “storici” di questo genere. Proprio nel gennaio 2004 viene pubblicata una collana intitolata Dei di un perduto rock. La puntata di "Appuntamento al Buio" di domenica 18 regala agli ascoltatori un'ampia selezione di brani tratti proprio da questa nuova collana discografica. Quattro nomi mitici ed evocativi della storia del rock italiano portano la loro testimonianza e i loro ricordi ai microfoni del buon Giustini. Nella prima ora è in studio Vittorio Nocenzi, fondatore e autore delle musiche del Banco del Mutuo Soccorso. Nella seconda entra in collegamento Franz Di Cioccio, storico battista della Pfm, poi tocca a Tony Pagliuca, il tastierista che suona l'organo Hammond de Le Orme. Prima della conclusione c’è anche un collegamento con Claudio Rocchi, di cui proprio in quel periodo sono stati ripubblicati alcuni titoli storici contenuti nel catalogo della Cramps, l'etichetta alternativa che segnato la storia musicale italiana degli anni Settanta.

16 gennaio, 2015

17 gennaio 1977 – Yvonne Printemps, la regina dell’operetta francese

Il 17 gennaio 1977 muore a Neully-sur-Seine la cantante, attrice e soubrette Yvonne Printemps, una delle grandi donne dello spettacolo del Novecento. «Sapete perchè le donne preferiscono essere belle piuttosto che intelligenti? È che tra gli uomini gli idioti superano di gran lunga i non vedenti». La frase, una delle più famose di Yvonne Printemps, dà l’idea della personalità di questa donna, intelligente, ironica e capace di caratterizzare la stagione d’oro dell’operetta francese con quella che è stata definita la sua “voix unique de vrai rossignol”, voce unica da vero usignolo. Il segreto del suo fascino capace di far perdere la testa a un numero impressionante di uomini non può essere ricondotto soltanto alla bellezza del suo corpo né all’incanto di un sorriso così descritto nel 1938 da Colette: «È un sorriso luminoso come quello di una mezza luna nelle serate limpide d’inverno che colpisce e resta impresso nella memoria per quegli angoli della bocca leggermente sollevati in una sorta d’allegria che si fatica a prendere sul serio visto l’evidente contrasto con la malinconica solitudine dei suoi occhi. Questo, signori, è l’enigmatico sorriso della migliore attrice d’operetta della nostra epoca». Il segreto del suo successo è da ricercare nel complesso di un’artista a suo modo unica capace di coniugare la perfezione scenica con una voce da brividi. Yvonne Wigniolle-Dupé, la futura Yvonne Printemps, nasce a Ermont il 25 luglio 1894. Pur non essendo vero il fatto che la sua famiglia fosse poverissima, come viene ancor oggi riportato in alcune biografie, l’infanzia della bambina appare un po’ complicata. Suo padre, Léon-Alfred Wigniolle possiede un’industria nel nord della Francia ed è quindi una presenza inesistente nella sua vita più che nell’infanzia. Alla sua mancanza non può certo supplire la madre, Palmyre Augustine Dupé, costretta a tirar grandi in qualche modo tre figlie lavorando come sarta. La piccola Yvonne è perciò costretta fin da piccola a tentare di cavarsela da sola tra giochi, pochi studi e tanta libertà per le strade del suo quartiere lontano dagli occhi attenti di una madre impegnata in altre faccende. C’è un luogo che l’attrae maggiormente ed è la sede di un piccolo teatro amatoriale situata a poche decine di metri dalla sua abitazione. Qui la bambina impara presto i trucchi della scena. Osserva gli attori e le attrici, imita i passi delle ballerine, ripete fino allo sfinimento le canzoni. Tanta dedizione non sfugge alla compagnia che, un po’ per necessità ma soprattutto per le insistenze della bambina, la fa debuttare sul palcoscenico in una rivista teatrale quando ha da poco compiuto dieci anni. Tra il pubblico di quell’unica serata c’è Paul-Louis Flers, un vecchio e pratico navigatore del mondo dello spettacolo oltre che storico conduttore della direzione artistica del Moulin Rouge. Di passaggio a Ermont ha deciso di assistere allo spettacolo giusto per passare un po’ di tempo ed è rimasto impressionato dalla vitalità, dalla bellezza e dalla disinvoltura di quella bambina. Sono tempi diversi da quelli di oggi e le bambine, soprattutto quelle che riescono a entrare nel mondo dello spettacolo crescono presto. I riflettori, i trucchi e gli abiti di scena fanno miracoli ed eccitano la fantasia del pubblico. Yvonne non è un’eccezione. A undici anni, quando altre sue coetanee giocano ancora con le bambole, lei sale per la prima volta sul palcoscenico delle Folies Bergères vestita da ballerina con il nome d’arte di “Mademoiselle Printemps”. Nel 1906, a quattordici anni Yvonne è in cartellone al La Cigale dove interpreta un Cappuccetto Rosso particolarmente intrigante nella rivista “Nue cocotte” (Donnina nuda). L’anno dopo torna a far parte della compagnia delle Folies Bergères con cui resta fino al 1911. La ragazza vive quell’esperienza con tanta disponibilità e un pizzico d’incoscienza facendosi particolarmente apprezzare per le sue qualità interpretative e per una presenza scenica che attinge direttamente all’istintività. Nel 1912 arriva la prima svolta della sua carriera. Yvonne, che ha diciotto anni, viene scritturata per la rivista “Ah! Les beaux nichons” costruita intorno alla figura di Maurice Chevalier in quel momento considerato uno dei campioni emergenti dello spettacolo di varietà francese. L’occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. La ragazza riesce a farsi notare da pubblico e critica per il suo fascino, per la sua bellezza e, soprattutto, per la voce particolare capace di cambiare colore con grande facilità. Il tutto non è certo guastato da un’intelligenza viva che le consente di assorbire e metabolizzare rapidamente ogni novità. Affascinati dal personaggio autori come André Messager, Albert Willemetz e Sacha Guitry iniziano a scrivere per lei un numero impressionante di lavori. C’è chi dice che tra il 1913 e il 1915 i tre autori proprio pensando alle sue qualità abbiano scritto ben sette riviste oltre ad alcune commedie musicali e varie pièces teatrali, ma distinguere tra leggenda è verità in questi ambienti è sempre difficile... Di certo c’è che nel 1913 porta al successo l’operetta “Les Contes de Perrault” e un paio d’anni dopo si ripete con “Le poilu”. Indiscussa regina dell’operetta ha un segreto che farebbe storcere il naso non soltanto ai puristi: non conosce assolutamente la musica. La sua interpretazione è istintiva e naturale. Non ha assolutamente idea di come si possa impostare una nota di che cosa sia un salto d’ottava. Fa tutto quello che deve per istinto, ma si dà da fare per colmare rapidamente la lacuna grazie alle lezioni intensive e ai consigli che le dispensa Madame Parravicini, una delle grandi maestre di canto di quel periodo. Tra gli uomini più ammaliati dalla personalità di Yvonne Printemps c’è Sacha Guitry che scrive appositamente per lei il grande successo del 1916 “Jean de la Fontaine”. Il rapporto tra i due è intenso, ricco di momenti di grande passione ma anche di litigi violenti, con abbandoni drammatici e repentini pentimenti. L’autore è talmente “fiero” della sua attrice preferita che la vuole anche nel suo primo film “Roman d’amour et d’aventures”. Il 10 aprile 1919 Yvonne Printemps e Sacha Guitry si sposano a Parigi. I quattro testimoni che siglano l’atto di matrimonio sono Sarah Bernhardt, Georges Feydeau, Tristan Bernard e Lucien Guitry, il padre dello sposo. Nonostante gli alti e bassi sul piano sentimentale il loro rapporto si rivela fecondo sul piano professionale per entrambi. Nel 1926 Yvonne Printemps conquista Londra con la sua interpretazione di “Mozart”, un altro capolavoro di Sacha Guitry scritto con Reynaldo Hahn. L’anno dopo i due partono per una lunga tournée in Canada e negli Stati Uniti che la stessa Yvonne alcuni anni più tardi definirà come «..la mia meravigliosa avventura americana...». Innamoratissimo e geloso Sacha Guitry vuole avere sempre l’ultima parola sui partners artistici della moglie. Questa abitudine finisce per farlo diventare complice della fine della sua storia d’amore. Proprio lui, infatti, nel 1931, dovendo mettere in scena il suo lavoro “Franz Hals”, affianca a Yvonne Printemps un giovane e promettente artista che si chiama Pierre Fresnay. Tra i due scocca la scintilla di una passione destinata a durare oltre la fine dei loro giorni anche se non si sposeranno mai. Nel 1934 Yvonne Printemps è ormai divenuta una vedette internazionale. La versione di “Conversation Piéce” di Noël Coward interpretata da lei e Pierre Fresnay resta in cartellone per ben dodici settimane di fila a Broadway. La coppia interpreta anche “O mistress mine” di Cole Porter. Il omento magico è sottolineato anche dall’interpretazione di una serie di film di successo tra i quali spiccano “La signora delle camelie” di Abel Gance, “Les trois valses” di Ludwig Berger e Albert Willemetz e “Le duel” di Pierre Fresnay. Nel 1950 gira “Le voyage en Amerique” d’Henri Lavorel, l’ultimo film della sua carriera. Continua invece a cantare per tutti gli anni Cinquanta ritirandosi dalle scene soltanto dopo aver compiuto i sessant’anni. Il 17 gennaio 1977 muore a Neully-sur-Seine. Il suo corpo viene seppellito al fianco di quello di Pierre Fresnay, la grande passione della sua vita.

16 gennaio 1980 - La prima volta di Mike sulle TV private

Il 16 gennaio 1980 l’emittente televisiva privata Tele Milano, di proprietà di Silvio Berlusconi, una delle emittenti del network Canale 5, trasmette la prima puntata de “I sogni nel cassetto”, un programma a quiz condotto da uno dei personaggi più rappresentativi della storia della televisione italiana: Mike Bongiorno. La notizia fa scalpore e accresce l’attenzione dei media e degli ambienti politici sul mondo dell’emittenza privata, sempre in bilico tra illegalità e normalizzazione. C’è chi è favorevole a una progressiva liberalizzazione delle frequenze radiotelevisive e chi, invece, difende il monopolio pubblico. Entrambi gli schieramenti invocano, però, una normativa chiara che disciplini il settore, ma l’invocazione è destinata a restare tale per lungo tempo.

14 gennaio, 2015

15 gennaio 1936 – Nasce il batterista Ronnie Free

Il 15 gennaio 1936 a Charleston, nel South Carolina, nasce il batterista Ronnie Free. Registrato all’anagrafe con il nome di Ronald Guy Free inizia a studiare la batteria a otto anni, sotto la guida del padre. Cinque anni dopo fa le sue prime esibizioni pubbliche in vari gruppi locali e nell'orchestra scolastica. Batterista di buon talento potrebbe continuare dignitosamente a suonare nelle band della sua zona, ma lui ha altri progetti in mente. A vent'anni si trasferisce a New York dove supera le selezioni e si fa scritturare nell’orchestra che accompagna lo spettacolo musicale “Shoestring Revue”. Qui lo nota Oscar Pettiford che, al termine delle repliche, lo vuone con lui. Nel 1958 ottiene una serie di brevi ingaggi con i gruppi di Woody Herman, Sal Salvador e Ray Eberle. Nello stesso anno inizia anche a collaborare con Mose Allison. L'anno seguente, pur non abbandonando il sodalizio con Allison, sperimenta altre esperienze, la più importante delle quali è rappresentata dalla collaborazione con George Wallington. Negli anni successivi suona poi con musicisti cool come Lennie Tristano, Lee Konitz, Warne Marsh e molti altri.

13 gennaio, 2015

14 gennaio 1968 - Inizia il lungo calvario del Belice

Il 14 gennaio 1968 un terribile terremoto scuote la Sicilia e rade al suolo quasi tutti i paesi della Valle del Belice. Il bilancio è di oltre trecento morti, migliaia di feriti e più di centocinquantamila senza tetto. Nei giorni immediatamente successivi le autorità di governo ai vari livelli assumono impegni di immediata ricostruzione destinati a non essere mai completamente mantenuti. Per le popolazioni colpite inizia un lungo calvario irto di ostacoli burocratici, di promesse mai mantenute e di soldi stanziati e mai arrivati a destinazione.

12 gennaio, 2015

13 gennaio 1953 – Antonietta Laterza, la voce delle sirene

Il 13 gennaio 1953 nasce a Bologna la cantautrice Antonietta Laterza, una delle principali esponenti della canzone femminista. Nel 1975 pubblica per l’alternativa e prestigiosa etichetta Cramps il suo primo album Alle sorelle ritrovate. Registrato dal vivo in un concerto con la chitarrista svizzera Nadia Gabi, il disco raccoglie canzoni destinate a diventare la colonna sonora delle manifestazioni del nascente movimento femminista. In quel periodo si esibisce in Francia, in Germania, in Danimarca e nei circuiti alternativi italiani. Nel 1979 pubblica per la Divergo il suo secondo album Le belle signore arrangiato da Riccardo Zappa. Nel 1980 partecipa alla rassegna della canzone d'autore organizzata dal Club Tenco di Sanremo accompagnata da una rockband. Inizia così una fase diversa da quella cantautorale degli inizi, decisamente più sperimentale. Nel 1982 si avventura sui terreni dell’elettronica con Make up, un album che contiene anche il brano Italian slip interpretato in seguito anche da Ivan Cattaneo. Nel 1987 con due brani come Splendidi perchè e Roosevelt Goodbye affronta un tema difficile come quello della propria disabilità per leggere la realtà, del mondo. Nel 1989 compone e interpreta il musical “Pelle di sirena” e l’anno dopo partecipa al Nuovo Cantagiro. Nel 1992 pubblica per la Fonit Cetra l’album Donne a Marrakesh. Nel 2003 è la conduttrice di “Io mi amo e tu?”, un incontro che parla di bellezza, sessualità e affetti delle donne disabili, con contributi musicali e visivi. Nel 2005 pubblica Sirene, un album che raccoglie le sue canzoni più belle insieme ad altre inedite. Nell’ottobre dello stesso anno realizza Mix Appeal uno show musicale con Freak Antoni, Alessandra Mostacci e Ugo Consales dove le diversità sono rappresentate attraverso ironia e pulsione onirica.

12 gennaio 1952 - Il matrimonio in Chiesa? Mai! ...però...

«In Chiesa? Mai!». Così risponde Claudio Villa a Miranda Bonansea, la sua fidanzata, che gli chiede di celebrare le nozze in una delle antiche chiese di Assisi. «Potresti, però, avere più rispetto per chi non la pensa come te...», replica la ragazza ostinata nella sua decisione. Alla fine il cantante, ateo convinto ed educato in una famiglia anticlericale, cede: «Per quel che me n’importa. Ti sposo dove vuoi, nel modo che preferisci, ma non pensare che questo mi faccia cambiare idea. Se ti basta la forma...». Il 12 gennaio 1952, quindi, il signor Claudio Villa si unisce in matrimonio alla signorina Miranda Bonansea ad Assisi. Nelle intenzioni della sposa avrebbe dovuto essere una cerimonia intima e riservata a pochi invitati, ma, nonostante le precauzioni, la notizia riesce a filtrare e il giorno del matrimonio la chiesa non riesce a contenere l’afflusso dei fans del cantante e dei curiosi. Al termine della faticosa giornata la coppia torna a Roma dove prende possesso della sua nuova abitazione, al numero 44 di Via Cavour.

10 gennaio, 2015

11 gennaio 1971 – Muore Ernie Cacères

L’11 gennaio 1971 sassofonista e clarinettista Ernie Cacères muore nel Texas, lo stato in cui era nato il 22 novembre 1911. Cresciuto in una famiglia di musicisti (i suoi fratelli Emilio e Pinero sono rispettivamente un violinista e un trombettista), muove i primi passi nella musica fin da ragazzo e impara quasi da solo il clarinetto, il sassofono e la chitarra. Nel 1928 ottiene i primi ingaggi professionali in gruppi della sua zona e successivamente entra a far parte dll'orchestra del fratello Emilio a Detroit e a New York. Propro nella Grande Mela suona con alcuni fra i gruppi più importanti dell’epoca. Nel 1938 è con Bobby Hackett e nel 1939-1940 con Jack Teagarden, Bob Zurke e Glenn Miller. Con Miller rimane fino allo scioglimento dell’orchestra nel 1942, quando il leader si arruola nelle forze armate. L'anno dopo suona con Johnny Long, Benny Goodman e Tommy Dorsey. Nel 1944 entra anche nella formazione di Woody Herman. Dopo un periodo trascorso al Nick's con varie formazioni dixieland e in varie stazioni radiofoniche viene chiamato alle armi. Torna all’attività solo alla fine della Seconda Guerra mondiale nel 1946. Dopo essersi specializzato nel sassofono baritono suona al Nick's con Eddie Condon e con Billy Butterfield prima di costituire un proprio gruppo all’Hickory Log. Dal 1950 al 1956 lavora in televisione con l'orchestra di Gary Moore e nel 1957 suona ancora con Bobby Hackett allo Hudson Hotel. Nei primi anni Sessanta lavora con Bing Crosby e con Billy Butterfield partecipando a vari festival jazzistici. Tornato poi nel Texas riduce progressivamente l'attività professionale suonando in qualche occasione con il fratello Emilio o alla guida di qualche instabile formazione in proprio. Musicista competente, affidabile e di bella sonorità è considerato uno dei grandi specialisti di sax baritono.

09 gennaio, 2015

10 gennaio 2007 - Nessun colpevole per la strage di Ustica

Il 10 gennaio 2007 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Torquato Gemelli, confermando nei fatti una sentenza emessa del Tribunale di Roma del 28 settembre 2000 chiude senza condanne il processo per la strage del DC9 Itavia precipitato nelle acque di Ustica con 81 persone a bordo. Mentre i legali di alcuni familiari delle vittime esprimono «profonda amarezza e indignazione per ciò che è accaduto», dopo ventisette anni si chiude senza colpevoli e senza spiegazioni la vicenda processuale sulla strage di Ustica. Chi è stato? Perché? Non si sa. È un mistero che per ora non ha risposte.

9 gennaio 1899 – Nasce Fregolino

Il 9 gennaio 1899 nasce a Napoli Vincenzo Cristo, destinato a restare nella storia dello spettacolo italiano come cantante e attore con il nome d’arte di Fregolino, ispirato a Leopoldo Fregoli il più grande cantante e trasformista italiano d’inizio secolo. Il suo debutto avviene nel 1913 al teatro Partenope di Napoli dove il pubblico resta conquistato dal suo talento comico che si esprime soprattutto nelle nella parodia di canzoni di successo, come Palomma di Armando Gill, che per anni diventa il suo cavallo di battaglia. Negli anni Venti la sua popolarità supera i confini nazionali e arriva anche negli Stati Uniti, dove le sue tournée sono salutata da un grandissimo successo di pubblico, e in Germania nella quale si esibisce al Winter Garden di Berlino. Partecipa anche a film di successo come "Balocchi e profumi" e "Un marito per Anna Zaccheo" con Silvana Pampanini, Massimo Girotti e Amedeo Nazzari nel 1953 e "Siamo ricchi e poveri" con Giacomo Rondinella nel 1954.


07 gennaio, 2015

8 gennaio 1906 - Wendell Culley, trombettista da grande orchestra

L’8 gennaio 1906 a Worcester, in Massachusetts nasce Wendell Phillips Culy, uno dei trombettisti più utili e disponibili nella sezione delle grandi orchestre. Wendell Culley vive la propria esperienza quasi totalmente nei gruppi orchestrali dell'epoca dello swing. Al termine del periodo d’oro di quel genere negli anni successivi continua a mettersi al servizio di orcheste che continuano la tradizione delle big bands. Trasferitosi a New York nel 1930 entra a far parte degli organici delle big band di Bill Brown e di Horace Henderson e successivamente in quello di Cab Calloway. È proprio quest’ultimo che più degli altri due offre le migliori possibilità di il suo valore. Dalla formazione di Calloway si trasferisce poi nell'orchestra di Noble Sissle dove rimane per undici anni prima di passare con l’ensemble di Lionel Hampton e poi con quello di Count Basie. Nel 1959 Wendell si sposta sulla costa californiana dedicandosi a una musica più commerciale. Muore a Los Angeles l'8 maggio 1983.

06 gennaio, 2015

7 gennaio 2003 - L’hip-hop avvicina a Dio, parola di Kurtis Blow

Anche il rap può essere uno strumento per far conoscere la parola di Dio. Il 7 gennaio 2003 vari giornali riportano questo pensiero di Kurtis Blow, uno dei grandi esponenti della cultura hip hop fin dal 1979 quando il suo The breaks ha fatto il giro del mondo. L’artista è tra i fondatori di "The hip-hop church", un progetto che intende utilizzare la musica hip hop per togliere i giovani delle periferie nere dai rischi della strada e portarli all’impegno nelle comunità religiose. «Dobbiamo far capire ai giovani la grandezza del disegno di Dio. Per far questo occorre rendere più immediata e comprensibile la Sua parola utilizzando linguaggi che loro capiscono. Il rap è uno di questi», ha dichiarato Blow. La “hip hop church”, oltre a lui, schiera una band, un coro e alcuni break dancer e agisce nelle chiese producendosi in rime d’argomento religioso su ritmiche hip hop fornite da un dj posto sotto l’altare. L’idea ottiene consensi e le prime ad accoglierla con entusiasmo sono state due parrocchie di Harlem a New York: la Abyssinian Baptist Church sulla 138a strada e la Zion Church sulla 146ma.

05 gennaio, 2015

6 gennaio 1967 - Con la Befana arriva Hit Parade

Il 6 gennaio 1967 insieme alla Befana arriva nelle case degli italiani la classifica dei dischi. Il programma, presentato da Lelio Luttazzi, si chiama “Hit Parade” (parata di successi) come l’analoga classifica statunitense. In onda tutti i venerdì alle 13 in punto presenta i primi otto brani di una classifica sulla cui formazione nasceranno polemiche a non finire. In effetti il metodo di compilazione della lista è complicato perché prevede un mix tra i dati di vendita e le preferenze di un campione di ascoltatori. Per la macchinosità e la poca trasparenza di queste regole chiunque si senta ingiustamente escluso può aprire il fuoco sul programma che, però, finisce per trarre vantaggio anche dalle polemiche. Come già accaduto per “Bandiera Gialla” anche “Hit Parade” finisce per avere un effetto moltiplicatore sulle vendite dei dischi e sull’orientamento dei consumatori di musica. Il successo ottenuto è straordinario tanto da provocare nel corso degli anni una serie di trasmissioni derivate come “Speciale vetrina di Hit Parade” che replica i brani ai primi quattro posti della classifica e “Dischi caldi” che presenta i dischi piazzati oltre l’ottava posizione. “Hit Parade” durerà quasi un decennio. Si interromperà il 31 dicembre 1976, ma verrà poi ripresa a partire dal 5 gennaio 1979 con nuovi conduttori e, soprattutto, con una classifica ufficiale determinata dalle vendite nei negozi.

04 gennaio, 2015

5 gennaio 1956 - Mistinguett, la ragazza di Parigi

Il 5 gennaio 1956 muore Mistinguett, una delle grandi interpreti della scena musicale francese. «Un bacio può essere una virgola, un punto interrogativo o un punto esclamativo. È una fondamentale regola ortografica che ogni donna dovrebbe conoscere». La frase, che replica al concetto del bacio come “apostrofo rosa” del Cyrano di Edmond Rostand, è sua e dà un’idea del carattere dell'artista. Decisa, determinata a sfondare nell’ambiente dello spettacolo in un’epoca in cui alle donne sono ancora relegati ruoli di frizzante e decorativo contorno la “môme de Paris”, la ragazza di Parigi trionfa in tutti i grandi locali della capitale francese nella prima metà del Novecento. Mistinguett è la prima vera e fulgida stella della scena parigina. Le sue canzoni ancora oggi a mezzo secolo dalla sua morte sono popolarissime e vivono ogni giorno in nuove interpretazioni. La Francia le ha dedicato un musical e un’altra grandissima interprete come Zizì Jeanmarie nei primi Anni Settanta ha riportato i brani che l’hanno resa famosa nel Casino de Paris, il teatro nel quale Mistinguett cantava insieme al suo pubblico Ça c’est Paris o l’autocelebrativa C’est vrai con la sua voce unica e affascinante, leggermente nasale ma capace di timbri inaspettati fino ad arrochirsi come il velluto a coste larghe e regalare brividi sui passaggi più delicatamente sensuali. C’è chi ha scritto che da ragazza fosse in grado di cavarsela bene sul palcoscenico ma non sapesse fare niente in modo straordinario, né danzare, né cantare e nemmeno recitare e che propria questa consapevolezza, unita a un’eccezionale forza di volontà, l’abbia spinta a migliorarsi fino a diventare una stella. Probabilmente è una delle tante leggende che si narrano nel mondo dello spettacolo, ma se è vera rafforza un carisma che non si è spento con il passare del tempo. Jeanne-Marie Bourgeois, la futura Mistinguett nasce il 3 aprile 1875 a Enghien-les-Bains, nell’Île de France. Figlia d’artigiani fin da piccola è affascinata dal mondo dello spettacolo. Quando è ancora piccolina vende mazzi di fiori. Il suo gioco preferito è piazzarsi davanti all’ingresso del Casino del suo borgo natale più per osservare l’andirivieni di uomini e donne della buona società che per vendere loro la sua merce floreale. I genitori si arrendono presto alle sue velleità di sperimentarsi nel mondo dello spettacolo e la lasciano frequentare un corso di violino a Parigi. Il tragitto in treno le dà l’occasione di fare incontri e conoscenze. Tra le persone conosciute c’è anche un autore di spettacoli che la ribattezza Miss Tinguette. Proprio con il nome di Mademoiselle Mistinguette fa il suo debutto cantando nei caffè concerto della capitale. È il 1893, ha dodici anni ma ne dimostra qualcuno di più. Si esibisce al Petit Casino, poi al Trianon Concert e, a partire dal 1897 si trasferisce in pianta stabile all’Eldorado dove resterà per dieci anni fino al 1907. Nel frattempo il suo nome d’arte perde sia l’appellativo di Mademoiselle che la “e” finale diventando definitivamente Mistinguett. Proprio all’Eldorado affina il mestiere lavorando prima nei siparietti in musica e poi ritagliandosi ruoli sempre più completi. Sono anni di lavoro duro che ne affinano le qualità. Mistinguett canta, danza e recita senza risparmio. Il pubblico lo capisce e comincia ad affezionarsi a questa ragazza che sul palcoscenico dà tutta se stessa. Dopo un’esperienza in teatro in un lavoro scritto da Georges Feydeau nel 1908 viene scritturata dal Moulin Rouge. È Max Dearly, uno dei personaggi più popolari di quel periodo, che la vuole al suo fianco per una nuova rivista. Insieme inventano la “valse chaloupée” (Valzer ondeggiante) una coreografia di suggestiva aggressività che mima il rapporto tra una ragazza di vita e il suo protettore. È nata una stella.Alla fine del primo decennio del Novecento il nome di Mistiguett sui manifesti degli spettacoli di rivista diventa sempre più grande. La sua voce e il suo corpo fanno innamorare perdutamente di lei uomini di spettacolo, ufficiali, principi e re. Nel 1910 viene scritturata dalle Folies-Bergère dove lavora con una giovane promessa che risponde al nome di Maurice Chevalier. Proprio con lui mette a punto una nuova coreografia destinata a restare nella storia del teatro di rivista. Viene chiamata “valse renversante” (valzer sconvolgente) e segna la nascita di una intensa storia d’amore. La splendida donna che fino a quel momento ha un po’ giocato con l’amore e con il suo fascino si innamora profondamente di questo giovane e impacciato artista che ha tredici anni meno di lei e tanta, tanta inesperienza. Gli insegna a muoversi sul palcoscenico con maggior grazia e lo stimola a lavorare di più anche sull’educazione della sua voce. Per Chevalier l’aiuto di Mistinguett si rivela preziosissimo e non solo dal punto di vista artistico. Nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale e il giovane Chevalier viene spedito al fronte. Qui resta ferito e viene catturato dai tedeschi che lo rinchiudono nel campo di prigionia d’Alten Grabow. Non appena arriva a conoscenza del fatto Mistinguett si fa in quattro per recuperarlo. Muove le sue conoscenze, implora vecchi e nuovi spasimanti, chiede aiuto alla migliore nobiltà europea. Alla fine riesce a farlo liberare e a riportarlo a Parigi con sé. Dal 1916 i due riprendono il discorso artistico che si era interrotto due anni prima. I critici li applaudono come «…la miglior espressione della modernità nello spettacolo di rivista francese…» e i loro nomi svettano ormai grandissimi sui manifesti delle Folies-Bergère e del Ba-Ta-Clan. Mistinguett e Maurice Chevalier arrivano anche al Casino de Paris. Ricostruito nel 1917 il locale viene inaugurato dalla coppia formata da Gaby Deslys e Harry Pilcer, ma sotto le pressioni del pubblico del pubblico finiscono per sostituirla con Mistinguett e Chevalier. Niente però è eterno. All’apice del trionfo la coppia si rompe. Maurice Chevalier decide che è venuto il tempo di andare avanti da solo. La rottura inizialmente riguarda soltanto la sfera professionale e successivamente, litigio dopo litigio, finisce per diventare anche una separazione definitiva sul piano sentimentale. La fine della storia d’amore con Chevalier lascia un segno indelebile sulla sua vita e ispira la canzone Mon homme, uno dei suoi più grandi successi. Quel giovane artista resterà per sempre il suo più grande amore, un legame che lei spiegherà così: «La presenza di Maurice Chevalier non mi ha mai dato moltissimo, ma la sua assenza ha caratterizzato il resto della mia vita…». Negli anni Venti Mistinguett è l’incontrastata regina della notte parigina e ha conquistato l’intera Europa e gli Stati Uniti. Anche il cinema s’accorge di lei. Ala fine saranno una decina le pellicole interpretate anche se sono tutte mute tranne una, “Rigolboche” del 1936, l’unico suo film con la benedizione del sonoro. Per lei scrivono i migliori autori del periodo, compreso l’italiano Bixio che compone le musiche per la rivista “Paris qui brille”. Lei contraccambierà il dono portando al successo in Francia la sua canzone Il tango delle capinere, con il titolo di Le tango des fauvettes. Anno dopo anno però il tempo passa inesorabile e lei lentamente si accorge che è sempre più difficile mantenere il proprio nome scritto in grande sui manifesti dei teatri. Nel 1949 mette in scena quella che sarà la sua ultima rivista. Si intitola “Paris s’amuse” e resta in cartellone per nove mesi. Mistinguett ha ormai settantaquattro anni e da tempo quando è lontana dall’ambiente soffre di solitudine. Alla fine delle repliche decide che è tempo di chiudere definitivamente. Nel 1954 dà alle stampe anche la sua autobiografia intitolata “Tutta la mia vita”, ma la vita della pensionata non fa per lei. Lontano dal palcoscenico e dal pubblico finisce per ammalarsi. Muore sola il 5 gennaio 1956. Dopo la sua morte Chevalier la ricorderà così: «Ho perso il più grande amore della mia vita. Mistinguett mi ha dato le due cose più belle che io abbia avuto: l’amore e il successo».

4 gennaio 2003 – Bombardate i System Of A Down!

Considerati da molti giornali musicali la band dell’anno 2002 i System Of A Down con una lunga intervista rilasciata il 4 gennaio 2003 fanno sapere che a loro non importa nulla di quello che pensa Bush della loro musica anche se spesso il presidente tende a bombardare quello che gli dà fastidio, come dimostra l'Iraq. In effetti è difficile bombardare un gruppo capace di vendere ben tre milioni di copie in un periodo in cui chi arriva a un milione si segna con il gomito, ma non è da escludere che alla Casa Bianca decisionista e texana di questo periodo qualcuno abbia anche pensato di far loro qualche brutto scherzo. "Loro" sono i System Of A Down, una band dai suoni cattivi composta da quattro ragazzi d'origine armena che sta mettendo a soqquadro la scena musicale statunitense con canzoni che invitano a darsi una mossa per «fottere il sistema». E perché non si abbiano dubbi su quale sia il sistema che intendono abbattere puntano il dito sul loro paese adottivo, su quell'opulenta società americana colpevole di vivere fuori dal mondo, di essere intollerante e, soprattutto, di non aver mai riconosciuto il genocidio del popolo armeno perché quella dei diritti umani è una gran balla visto che «è più impostante la convenienza dell'alleanza strategica con la Turchia». Il loro successo ha messo in allarme il tranquillo mondo del music business, abituato a considerare la protesta musicale come una sorta di nicchia limitata, pittoresca e da incoraggiare più come elemento di curiosità che altro. Non è la prima volta che un artista o un gruppo arrivano al successo puntando il dito contro i mali della società in cui vivono, ma in genere si è sempre riusciti a depotenziarne la carica eversiva o con il miraggio di un "successo da consolidare" o con la trasformazione degli stessi in una sorta di icona sempre uguale a se stessa e slegata dalla vita reale. Con i System Of A Down il giochino non sta riuscendo. A distanza di un anno dall'album milionario Toxicity il gruppo ha pubblicato Steal this album!, un disco che si spinge ancora più avanti sulla strada della denuncia e della mobilitazione delle coscienze. I testi sono diretti e non si limitano al generico, pur se affascinante, "Fuck the System". In una nazione attraversata da un'ondata di orgoglio nazionalista dopo l'11 settembre dello scorso anno, i nostri eroi pubblicano un brano intitolato A.D.D.(American Dream Denial) (Rifiuto del sogno americano) e urlano il loro dissenso con strofe che recitano «Ce ne fottiamo del vostro mondo con i vostri profitti globali…». Il problema per il sistema non è tanto in quello che dicono, ma nell'incredibile successo di vendita che fa pensare quanto i loro ragionamenti siano condivisi da una larga fetta di giovani statunitensi. I System Of A Down sanno che quella è la loro forza d'urto e ci marciano: «Il nostro pubblico è giovane e variamente distribuito sul territorio. Molti frequentano i college e tra questi ci sarà la classe politica del futuro. Ecco, a noi piace pensare che stiamo parlando alla generazione dei protagonisti del futuro». Pur non essendo dei novellini (a parte il chitarrista Daron Malakian, ventisettenne, gli altri tre sono più vicini ai quarant'anni che ai trenta), la loro storia comune inizia solo nel 1993 a Los Angeles quando proprio Daron Malakian incontra in uno studio di registrazione a il cantante Serj Tankian. Entrambi militano in formazioni diverse, ma da quel momento decidono di unire gli sforzi in un progetto comune cui danno il nome di Soil. Per qualche tempo si adattano a fare i conti con una formazione variabile, ma nel giro di un paio d'anni finiscono per trovare un equilibrio definitivo con Shavo Odadjian al basso e John Dolmayan alla batteria. Proprio in quel periodo arriva anche il nuovo nome. Muoiono i Soil e nascono i System Of A Down, (il nome è ispirato a una poesia di Daron, intitolata "Victims of a Down") la prima band armena capace di ottenere una nomination ai Grammy Awards. Gli amanti delle definizioni schematiche si trovano subito in imbarazzo a classificarli in un genere definito, e a orecchio vengono quasi d'autorità piazzati tra gli alfieri del nu-metal. In realtà loro hanno le idee chiare. «Sono i critici a far confusione, noi siamo una heavy band, ma siamo aperti, svegli e intelligenti per misurarci anche con gli altri generi….» Non chiedete però se si possa parlare di heavy armeno, perché la risposta sarebbe una risata corale: «Noi suoniamo musica heavy e la musica armena solitamente non è heavy, ma è drammatica, come la nostra. Il popolo armeno ha subito un genocidio. Prendendo coscienza di quest'ingiustizia, commessa dalla Turchia, abbiamo aperto gli occhi sulle altre ingiustizie nel mondo. La nostra musica nasce da qui». In realtà non è solo nell'ispirazione che il loro rock duro, imbevuto di suoni degli anni Settanta, prende le strade dell'oriente. Se è vero che la struttura dei loro pezzi è quella classica di quattro quarti, è altrettanto vero che le sonorità sono ampiamente debitrici nei confronti delle suggestioni mediorientali. È sufficiente ascoltare Bubbles, uno dei brani di Steal this album! per rendersi conto che la chitarra di Daron suona come se fosse un bouzouki. Nelle loro esecuzioni c'è l'angoscia dell'esilio, ma anche la voglia di non considerare finita la partita, come raccontano in P.L.U.C.K.: «Un completo genocidio razziale/Ha cancellato il nostro orgoglio…» ma «…ora è il tempo della resa dei conti/Riconoscere, restituire, riparare…» altrimenti è tempo di «…rivoluzione, l'unica soluzione/La risposta armata di un'intera nazione…». È evidente che il music business USA non si senta troppo tranquillo quando tipetti come questi dimostrano di saper conquistare una fetta di consenso inimmaginabile. Figuriamoci poi ora che, mentre la bandiera a stelle e strisce viene innalzata per una nuova guerra loro dicono di essere stanchi di bombe e in Boom cantano «…l'unico obiettivo è il denaro/A nessuno importa un accidente se adesso muoiono di fame 400 bambini/mentre si spendono miliardi in bombe per piogge mortali…»

02 gennaio, 2015

3 gennaio 1928 - Al Belletto, un sax innovativo

Il 3 gennaio 1928 nasce a New Orleans, in Louisiana, Alphonse Joseph Belletto destinato a lasciare un segno importante nella storia del jazz come sassofonista con il nome di Al Belletto. Pur essendosi formato alla scuola jazzistica della sua città suonando con Sharkey Bonano, Louis Prima, Wingy Manone, Monk Hazel e i Dukes of Dixieland, il giovane Al abbandona rapidamente lo stile di New Orleans per cimentarsi con gruppi più innovativi. È l'ingresso nella big band di Woody Herman nel 1958 a orientarlo verso un jazz più moderno, che lo porterà poi ad accostarsi a Charlie Parker, a Stan Kenton e a tutti gli altri sperimentatori che, entro lo spazio di questa musica, cercano soluzioni nuove e diverse. Dotato di una buona conoscenza della musica classica Al Belletto utilizza strutture d’impianto classico nel suo fraseggio con risultati apprezzabili specialmente sul piano formale. Muore il 27 dicembre 2014 tra l'indifferenza dei media di tutto il mondo.

2 gennaio 1969 - Beatles alla frutta

Il 2 gennaio 1969 i Beatles si ritrovano nello studio di registrazione di Twickenham per lavorare a un nuovo album. Nonostante il successo del White album nuvole nere si stanno addensando sul futuro dei quattro ex ragazzi di Liverpool. I rapporti tra loro sono da tempo entrati in crisi. Nonostante tutto, però, l’impressione che i Beatles danno all’esterno è quella di una nave inaffondabile in grande splendore. In realtà sul gruppo pesa anche il fiasco della Apple, un’organizzazione di loro proprietà destinata a occuparsi delle produzioni in campo artistico e della gestione di vari settori merceologici collegati all’immagine del gruppo. Al fallimento del film "Magical mistery tour" e delle varie operazioni collegate si è affiancato il disastro economico della sezione commerciale. Fa eccezione il settore musicale, trainato dal successo del marchio Beatles e dal lancio di alcuni giovani talenti. C'è, quindi, la necessità di mantenerne costante la produzione. Quando il 2 gennaio i quattro si ritrovano nello studio di registrazione di Twickenham per lavorare a un nuovo album non sanno bene cosa fare. Paul McCartney propone di far esibire la band dal vivo davanti a 1.500 persone, registrando e filmando tutto. Gli altri nicchiano e alla fine il concerto, già programmato alla Roundhouse di Londra, verrà annullato. Dopo varie liti si tenterà di rimettere insieme i cocci passando dai sofisticati studi di Twickenham all’ambiente più famigliare degli scantinati del palazzo della Apple. Qui nascerà l’idea della singolare esecuzione di Get back sul terrazzo, ma questa è un'altra storia. I Beatles sono alla frutta e lo sanno.