31 dicembre, 2016

31 dicembre 1985– Addio a Ricky Nelson

Il 31 dicembre 1985 un aereo in volo dall’Alabama al Texas precipita nei pressi della cittadina di Guntersville. I passeggeri muoiono tutti. Tra le vittime ci sono Ricky Nelson, uno degli idoli dei teenagers nella seconda metà degli anni Cinquanta, la sua compagna Helen Blair, il tecnico del suono Clark Russell e i quattro componenti del suo gruppo, Bobby Neal, Patrick Woodward, Rick Intveld e Andy Chapin. Figlio del jazzista Ozzie Nelson, Ricky, all’anagrafe Eric Hilliard Nelson, nasce nel 1940 a Teaneck nel New Jersey. A soli nove anni debutta alla radio e a dodici interpreta se stesso in un serial televisivo. Nel 1956 pubblica il suo primo disco, una versione di I'm walking di Fats Domino che vende oltre un milione di copie. Il vero successo arriva però l’anno dopo quando il produttore Lew Chudd lo convince ad abbandonare l'immagine dell'adolescente romantico e a mettere in mostra una grinta maggiore, in sintonia con i protagonisti del nascente rock and roll. L’operazione riesce e in breve il giovane Ricky diventa l’idolo delle ragazzine statunitensi con brani come Be-bop baby, Waiting in school e Poor little fool. Anche Hollywood si accorge di lui e gli affida la parte di Colorado nel film "Un dollaro d'onore" di Howard Hawks, il primo di una lunga serie. All’inizio degli anni Sessanta per scrollarsi di dosso l’immagine dell’eterno adolescente toglie il diminutivo al suo nome e diventa Rick Nelson. Nonostante il successo di Travellin' man, nel 1961, il suo momento d’oro sembra però finito. Per qualche anno si rassegna a un ruolo di secondo piano e sbarca il lunario cantando nei night club, ma, inaspettatamente, nel 1969, torna alla ribalta come interprete di country rock alla testa della Stone Canyon Band, un gruppo che comprende anche il futuro Eagles Randy Meisner e l'ex Bockaroos Tom Brumley. Ritrova il successo con una intelligente e gradevole versione di She belongs to me di Bob Dylan, ma non dura. Nel 1972 l’avventura con la Stone Canyon Band finisce e Nelson si ritrova, con sempre minor convinzione, a ripetere sé stesso all’infinito. Cinque anni dopo la sua morte, nel 1990, i suoi figli Gunnar e Matthew, inizieranno a ripercorrerne le orme formando la band dei Nelson.

30 dicembre, 2016

30 dicembre 1992 – Gli Z.Z. Top contro i ladri di musica

«Si, è vero. Abbiamo depositato una querela nei confronti della Mitsubishi Motor per aver utilizzato un nostro brano in uno spot pubblicitario. Non sappiamo se siamo i primi a dire basta a chi ruba la musica per scopi commerciali, certamente siamo i più incazzati!». Così il 30 dicembre 1992 gli Z.Z. Top annunciano di aver iniziato una loro guerra personale contro il “massacro” di brani celebri da parte della pubblicità. Nella querela depositata in tribunale chiedono quindici milioni di dollari di danni alla struttura commerciale della casa automobilistica giapponese e alla sua agenzia di pubblicità per aver utilizzato, senza autorizzazione, il brano La grange in alcuni spot pubblicitari. Più di vent’anni dopo la sua formazione la band dalle lunghissime barbe torna così a graffiare la scena musicale. Nati nel 1969 in Texas dall’incontro di Billy Gibbons, ex cantante e chitarrista dei Moving Sidewalks con Dusty Hill e Frank Beard, rispettivamente bassista e batterista degli American Blues, gli Z.Z: Top pubblicano l’anno dopo il loro primo singolo Salt lick e l’album Z.Z. Top's First Album. In breve tempo il loro rock blues solido e grintoso conquista il pubblico di tutto il mondo e nel 1973 il terzo album Tres hombres e il singolo estratto La grange diventano un successo internazionale. Un paio di album e un tour statunitense del 1976, con un milione e duecentomila biglietti venduti, precedono un lungo periodo di riposo che a molti sembra una separazione definitiva. Non è così. Alla fine degli anni Settanta tornano a far sentire il loro ruggito, ma il decennio successivo sembra consacrarli nell’Olimpo delle vecchie glorie. La critica li accusa di ripetersi all’infinito, cedendo, di volta in volta, alle pressioni degli arrangiatori alla moda e dei produttori. Nel 1985 pubblicano Eliminator, l’album con sonorità “dance” che vende dieci milioni di copie in tutto il mondo, ma viene rinnegato dai vecchi fans che accusano il gruppo di aver tradito l’originaria ispirazione rock blues. Cinque anni di silenzio precedono Recycler, l’album con cui aprono gli anni Novanta. La querelle con la Mitsubishi in difesa del loro primo grande successo rilancia l’entusiasmo dei vecchi fans che, nonostante tutto, tornano al loro fianco.

29 dicembre, 2016

29 dicembre 1926 – Liliana Feldmann, la gagarella del Biffi Scala

Il 29 dicembre 1926 nasce a Milano Liliana Feldmann. Figlia di Pina Granata e Dante Feldmann, due tra i più popolari interpreti di operette di quel periodo, non sembra granché interessata a percorrere la strada dei genitori al fianco dei quali debutta in teatro a soli due anni. La polvere del palcoscenico, gli orari impossibili e il mondo strano del teatro, lungi dall'affascinarla, sono i simboli di una vita che la piccola Liliana vorrebbe evitare. La decisione sembra irreversibile quando Silvio D'Amico, il direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia, le offre un posto. Lei oppone un cortese, ma netto, rifiuto. Preferisce dedicarsi agli studi di ragioneria e sogna un tranquillo lavoro senza rischi. A farla tornare sulle sue scelte ci pensano la seconda guerra mondiale e i bombardamenti. Nell'agosto del 1943 le bombe distruggono la casa e tutto quanto possiedono i suoi genitori. L’accaduto sconvolge la sedicenne Liliana che decide di dare il suo contributo al sostentamento della famiglia. Di nascosto dai genitori e accompagnata da una zia si presenta alla sede EIAR di Milano per un’audizione e viene assunta come attrice giovane e cantante. Inizia così una carriera radiofonica che le darà grandi soddisfazioni. Tra gli artefici del suo successo c’è il maestro Giovanni D’Anzi che aveva già dedicato ai suoi genitori il gustoso brano La famiglia Brambilla e che compone quella che diventerà una delle canzoni più famose del suo repertorio: La gagarella del Biffi Scala. Nel 1948 fa il suo esordio come prima soubrette nella rivista “Paradiso per tutti” al fianco di Ugo Tognazzi, poi lavora in teatro con Dario Fo e Gino Bramieri, anche se gran parte della sua popolarità è dovuta al personaggio della "signorina delle 13" che dialoga in diretta con il pubblico dopo il Giornale Radio. Cantante di grande personalità, lega al suo nome l’interpretazione di molte canzoni in dialetto milanese come El mè moros l’è el Guggia di Giovanni D’Anzi o Dona che te durmivett, un brano composto per lei da Enzo Jannacci. Vive la canzone come una sorta di suo mondo privato nel quale ritrovare il gusto di ripercorrere gli umori nascosti della sua città, per questo l'ambiente musicale milanese l'adora e le perdona tutto. Storici restano i tre album di canzoni in dialetto milanese pubblicati dalle etichette Odeon e Cetra, ancora oggi considerati una delle migliori testimonianze del periodo migliore della "canzone meneghina".

28 dicembre, 2016

28 dicembre 1921 – Johnny Otis, il cuore greco del rhythm and blues

A Vallejo, in California, il 28 dicembre 1921 nasce John, figlio dei due immigrati greci Irene e Alex Veliotes. Pur arrivando da una terra dove abbondano indovini e sibille, i genitori non avrebbero mai potuto credere a chi avesse predetto per il loro figliolo un futuro nella musica nera. Eppure è così. Con il nome d’arte di Johnny Otis, questo strano greco diventerà uno dei protagonisti della diffusione del rhythm and blues. La sua carriera inizia nel 1939, quando debutta come batterista in un’orchestra della sua zona. In breve si conquista una discreta fama e dopo aver militato in alcune delle migliori jazz-band di Reno, Omaha e Kansas City, come quelle di Geo Morrison e Lloyd Hunter, si trasferisce a Los Angeles per suonare con l’orchestra di Harlan Leonard in un locale di cui è proprietario l’ex batterista Curtis Mosby. Proprio quest’ultimo, intuendo le sue qualità, lo convince a formare un proprio gruppo. Nel 1945 nasce così la Otis Love Band, un’orchestra di cui fanno parte musicisti come il sassofonista Paul Quinichette, il trombettista Ted Buckner, il pianista Bill Doggett e il contrabbassista Curtis Counce. L’anno dopo la band ottiene un grande successo discografico con Harlem nocturne, un brano registrato con il supporto di alcuni musicisti del gruppo di Count Basie e con il cantante Jimmy Rushing. Anticipando la crisi delle big band, Johnny Otis scioglie l’orchestra e forma la Rhythm and Blues Caravan. Nel 1948 apre a Watts, un sobborgo di Los Angeles, il Barrelhouse, destinato a diventare in breve tempo un locale di culto per gli appassionati del nascente rhythm and blues e una straordinaria fucina di talenti. Il suo fiuto scopre e valorizza artisti come, tra gli altri, Esther Phillips, Jackie Wilson, Hank Ballard, Big Mama Thornthon, Little Richard, Johnny Guitar Watson, Floyd Dixon ed Etta James. Nel 1955, scioglie la Caravan per dedicarsi a tempo pieno all'attività di produttore e di showman radiotelevisivo, ma la decisione non sarà definitiva. Negli anni Settanta tornerà a riunire più volte i vecchi compagni pubblicando vari album fino al 1982 quando, senza annunci, lascerà davvero le scene per diventare pastore di anime nella chiesa della Comunità di Landmark a Los Angeles.

27 dicembre, 2016

27 dicembre 1975 – Gli Staples Singers, duri a morire

Il 27 dicembre 1975 al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti arriva il brano Let's do it again, tema conduttore del film omonimo diretto da Alexander Hall, interpretato da Jane Wyman e Ray Milland e distribuito nelle sale italiane con il titolo "Ancora e per sempre". Lo interpretano gli Staples Singers, il gruppo fondato alla fine degli anni Quaranta dal patriarca Roebuck "Pop" Staple con le figlie Mavis e Cleo e il figlio Pervis, destinato poi a essere sostituito da sua sorella Yvonne. La loro storia per un lungo periodo non è dissimile da quella di tanti gruppi di gospel, rhythm & blues e soul dalla lunga vita e dal modesto successo. La prima svolta avviene, nel 1968, a quasi vent'anni dalla loro costituzione, quando sull'onda dell'esplosione soul di quel periodo vengono scritturati dalla Stax. Il grande pubblico li scopre e se ne innamora. La famiglia canterina degli Staples non si fa pregare e centra una serie di successi che tocca l'apice nel 1971 quando i brani Heavy makes you happy e Respect yourself. Negli anni successivi la crisi del soul e l'affermarsi di nuovi personaggi sembrano chiudere per sempre la loro storia, ma per demoralizzare il vecchio Pop Staple ci vuole ben altro. Gli Staples Singers sono duri a morire. Il quartetto alterna le esibizioni nei locali al lavoro in studio di registrazione, adattandosi anche a fornire il supporto vocale alle performance dei nuovi eroi musicali del periodo. Quella che sembra una sostanziale resa di fronte allo scorrere del tempo è in realtà l'attesa di tempi migliori. La nuova occasione arriva quando Curtis Mayfield, che sta lavorando alla colonna sonora del film "Let's do it again", si ricorda di loro. Una telefonata basta e avanza. Gli Staples Singers, qualche anno prima di festeggiare il trentennale di vita ritornano così prepotentemente alla ribalta. Il vecchio Staple non sta nella pelle anche se la figlia Mavis, la solista del gruppo, si lascia tentare dall'idea di continuare da sola. Lo fa e la sua defezione mette in crisi gli Staples Singers anche se, dopo tre album di scarso successo e un'esperienza in coppia con Eddie Floyd, torna sui suoi passi. L'epopea del gruppo è, però, ormai finita. La loro storia continuerà attraverso le esperienze di Mavis Staple, che dopo aver partecipato, nel 1987, alla realizzazione del doppio album gospel One Lord, one faith, one baptism di Aretha Franklin arriverà al successo alla corte di Prince, suo produttore e nuovo mentore.

25 dicembre, 2016

26 dicembre 1957 – Nasce "Tequila"

Il 26 dicembre 1957 Dave Burgess, un chitarrista ritmico alle dipendenze della Challenge Records di Los Angeles entra in sala di incisione per registrare un brano strumentale Train to november. Burgess ha convinto la sua casa discografica a pubblicarlo perché è convinto che sia destinato al successo. Nella seduta è accompagnato dagli strumentisti della band che accompagna il cantante Jerry Wallace. Al termine della registrazione ha la necessità di scegliere un brano da pubblicare sul retro del disco. Chiede allora aiuto a un suo amico, il sassofonista Chuck Rio, che gli propone un brano dai colori latini, intitolato Tequila e scritto di getto dopo un viaggio in Messico. L’improvvisato gruppo figura sull’etichetta del disco con il nome di The Champs. Nonostante le aspettative di Burgess il suo Train to november passerà quasi inosservato, ma il singolo volerà alto nelle classifiche di vendita grazie proprio a Tequila. Lo straordinario successo cambierà la sua vita e quella del suo amico Chuck Rio facendoli entrare nella storia del pop. Le richieste costringeranno il gruppo fantasma dei Champs a strutturarsi sul serio in una formazione che oltre a loro due, comprenderà il chitarrista Buddy Bruce, il bassista Cliff Hills e il batterista Gene Alden. La vicenda dei Champs continuerà per qualche anno con vari cambiamenti di formazione. Del gruppo faranno parte anche Jim Seals e Dash Croft, il duo considerato dalla critica, tra il 1972 e il 1973, l'erede di Simon & Garfunkel e che costituirà negli anni Sessanta il nucleo centrale dell'esperienza dei Dawnbreakers.

25 dicembre 1981 – Natale in carcere per la J. Geils Band

Nel 1981 Peter Wolf, il cantante della J. Geils Band, cedendo alle pressioni della sua compagna Faye Dunaway, convince i suoi compagni a passare il Natale in un carcere esibendosi per una platea composta esclusivamente dai carcerati e dalle loro famiglie. L’iniziativa, tenuta segreta, ha inizio nell’estate, periodo in cui sono stati presi i primi contatti con le autorità competenti. Superate le inevitabili difficoltà è stato infine scelto anche il luogo del concerto: il Norfolk Correctional Center. Quando la band sta per rendere pubblica la sua decisione, però, la vicenda si complica. Proprio in quell’anno, infatti, il rock blues impiantato su una solida struttura rhythm and blues della J. Geils Band ha conquistato un pubblico larghissimo, ottenendo un successo commerciale inaspettato, tanto che il gruppo è arrivato anche al primo posto della classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti con l’album Freeze frame. In sostanza non sono più un gruppo marginale e paradossalmente questo fatto rischia di far saltare la decisione di suonare per i carcerati. Alcuni dirigenti della casa discografica della band, infatti, esprimono una forte preoccupazione. Temono che un’azione di forte impegno sociale come quella prospettata da Peter Wolf e compagni possa influire negativamente sull’immagine del gruppo in un momento di grande successo commerciale. I rischi vengono prospettati alla band che risponde con un’alzata di spalle e ribadendo la sua determinazione a tenere fede all’impegno. Andato buco il tentativo di dissuasione "amichevole", si passa alle minacce. La casa discografica comunica che è sua intenzione avvalersi di una clausola contrattuale che le dà il diritto di esprimere una sorta di “gradimento preventivo” degli impegni pubblici della band. Non è una minaccia da poco perché sottopone la J. Geils Band al ricatto di una penale salatissima con conseguente rescissione del contratto “per colpa”. Insomma la situazione diventa imprevedibilmente complicata. Le pressioni crescono man mano che s’avvicina la data prevista per il concerto finchè Peter Wolf rompe gli indugi e annuncia ai giornalisti la decisione di suonare per i carcerati di Norfolk. Ormai la frittata è fatta. La casa discografica, nonostante le terribili minacce, teme una figuraccia di fronte all'opinione pubblica, si ritira di buon grado e minimizza. Nel pomeriggio del 25 dicembre 1981 il rock blues della J. Geils Band entra così tra le mura del Norfolk Correctional Center.

24 dicembre, 2016

24 dicembre 1972 – Una vigilia con la polizia per Manfred Mann

Il programma natalizio dell’Università di Miami nel 1972 è ricco di iniziative interessanti. Tra tutte spicca il Concerto della Vigilia, affidato alla Manfred Mann's Earth Band, il nuovo gruppo del vulcanico Manfred Mann che, oltre a lui, schiera l’ex chitarrista e cantante dei Bulldog Mick Rogers, il bassista Colin Pattenden e il batterista Chris Slade, già con gli Squires di Tom Jones. La band sta vivendo un buon momento negli Stati Uniti dove i primi due album hanno entusiasmato il pubblico dei più giovani con un heavy rock decisamente commerciale. Non sono soltanto studenti universitari quelli che affollano, il 24 dicembre 1972, la sala dei concerti dell’Università di Miami. Il gruppo, del resto, gode di grande popolarità tra i giovanissimi, ma lascia piuttosto freddini i loro fratelli maggiori. Già a primo vista si intuisce che la sala è gremita in prevalenza da gruppetti di adolescenti arrivati fin lì per passare un paio d’ore di divertimento. Non prevedendo incidenti, la municipalità non ha ritenuto di adottare precauzioni particolari e si è limitata a infiltrare qualche agente di polizia in borghese tra il pubblico per tenere d’occhio la situazione. Quando la band inizia a suonare gran parte dei ragazzi presenti si scatena a ritmo di musica. Vari gruppi, in piedi sulle sedie, saltano a ritmo lanciandosi palline di carta e lattine vuote. I responsabili della sala tentano inutilmente di interrompere il gioco. Un invito in questo senso, lanciato dai microfoni tra una canzone e l’altra, viene accolto da urla, risate e lazzi. L’atmosfera è festosa e un po’ goliardica, ma c’è chi non lo capisce e chiede aiuto alla polizia. Le forze dell’ordine, constatata l’impossibilità di riportare la tranquillità e di rimettere ciascun spettatore disciplinatamente al proprio posto, decidono di sospendere il concerto. Manfred Mann e la sua band se ne vanno, ma gli spettatori no. Gli agenti presenti chiedono rinforzi. Si tenta di convincere il pubblico a sgomberare la sala, ma la trattativa è inutile: i ragazzi non se ne andranno da lì se non riprenderà il concerto. I poliziotti passano alle maniere forti, i giovani anche. Gli scontri sono durissimi e si estendono rapidamente a tutto il quartiere universitario. Solo dopo due ore tornerà la calma. La quiete dopo la tempesta, poco festosa e per niente natalizia.

23 dicembre, 2016

23 dicembre 1931 – Henry Cuesta, un ragazzo pigro che detestava il violino

Il 23 dicembre 1931 a Mac Allen, nel Texas, nasce il clarinettista Henry Cuesta. A nove anni, spinto dal padre appassionato di musica, inizia a studiare violino. È svogliato e indolente, quasi che gli studi musicali non lo interessino molto. Dopo vari tentativi anche la sua famiglia sembra rassegnarsi all'idea che il figlio possa scegliere strade diverse da quelle immaginate per lui. Al momento di abbandonare tutto il giovane Cuesta torna sui suoi passi. Non è la musica a non piacergli, ma il violino. Passa al clarinetto e trova nuovi stimoli per continuare. Diventa uno studente modello e frequenta i corsi di specializzazione organizzati dal Del Mar College Of Music. Il suo rendimento scolastico è tale che le orchestre sinfoniche della zona fanno la coda per lui, compresa la Corpus Christi Simphony Orchestra, la più famosa del Texas. Suonare gli piace molto, ma non è disposto a scuotersi dall'indolenza che caratterizza il suo carattere per la musica. Non ha ambizioni particolari e nel dopoguerra si accontenta di sbarcare il lunario con le orchestre del Midwest che gli garantiscono i mezzi per vivere senza grande fatica. Per quasi vent'anni la sua vita è identica a quella di moltissimi altri strumentisti destinati a non lasciare alcun segno nella storia della musica, ma il destino ha in serbo una sorpresa. Nel 1959 viene ascoltato casualmente da Jack Teagarden che resta colpito dalla sua tecnica e lo ingaggia nel suo sestetto in sostituzione di Jerry Fuller. A ventotto anni Henry Cuesta si ritrova così catapultato da un giorno all'altro a New York dove suona nei locali più importanti della scena jazz statunitense. Al fianco di Teagarden ottiene una notevole popolarità anche grazie a una lunga serie di dischi pubblicati dalla casa discografica Roulette. Tutto questo non gli cambia il carattere, che resta quello degli inizi: pigro e non disposto ad accelerare i suoi ritmi di vita per inseguire o mantenere il successo. I critici lo ritengono un clarinettista eccezionale sotto il profilo tecnico-strumentale, ma gli rimproverano un eccessivo individualismo virtuosistico. Lui non si cura nemmeno di rispondere, convinto che, in fondo, ogni punto di vista abbia le sue ragioni per esistere. Quando si chiude la collaborazione con Teagarden non torna più nel Texas. Resterà a New York, ma si guarderà bene dal mettersi in proprio. Anzi, eviterà anche di avere rapporti fissi troppo lunghi e vagabonderà tra le varie band del clan dei dixielanders newyorkesi. Muore il 17 dicembre 2003

22 dicembre, 2016

22 dicembre 1988 – La storia degli Smiths si chiude oggi, ma forse no

Alla Civic Hall di Wolverhampton il 22 dicembre 1988 si esibiscono per l’ultima volta in pubblico gli Smiths, considerati dalla critica britannica il migliore e più rappresentativo gruppo inglese degli anni Ottanta. Già in agosto Morissey, il leader della band, ne ha annunciato lo scioglimento, ma moltissimi fans sperano in un ripensamento. Speranza vana, perché lo stesso Morissey conferma la decisione di chiudere e l’intenzione di continuare come solista. «La storia degli Smiths si chiude oggi. Ciascuno di noi è già impegnato in nuovi progetti e non c’è proprio spazio per alcun ripensamento. No, non sono triste, perché dovrei? È la fine di un ciclo importante, ma anche l’inizio di nuove esperienze in cui crediamo molto...». Finisce così un’avventura iniziata nel 1982 quando il chitarrista John Maher, in arte Johnny Marr, alla ricerca di un autore di testi per le sue canzoni, incontra il vulcanico poeta, scrittore e cantante Morrissey, all’anagrafe Stephen Patrick Morrissey. I due decidono di dar vita agli Smiths. I primi provvisori compagni d’avventura sono il batterista Simon Wolstencroft e il bassista James Maker, presto sostituiti rispettivamente da Mike Joyce e Andy Rourke. In pochi mesi la popolarità della band s’allarga a macchia d’olio, soprattutto dopo la leggendaria esibizione dal vivo ai microfoni di Radio One, nella trasmissione di John Peel riservata ai gruppi emergenti. Il “fenomeno Smiths” cresce rapidamente tanto che nella primavera del 1983, quando la formazione non ha ancora un anno d’attività, il loro primo singolo Hand in glove arriva al vertice delle classifiche indipendenti britanniche. Nel mese di febbraio dell'anno successivo l'album The Smiths viene prenotato in trecentomila copie prima ancora di essere disponibile nei negozi. Nel 1985 gli Smiths toccano il punto più alto del successo commerciale con l'album Meat is murder, che arriva al primo posto della classifica britannica dei dischi più venduti. Le anime inquiete di Morissey e dei suoi compagni non accettano, però, di interpretare il ruolo delle star ripetendosi all’infinito. Quando sentono che l’ispirazione viene meno decidono di chiudere. La loro vicenda verrà raccontata, come in uno splendido e visionario film, dal video “The south bank show” e i periodici tentativi di riunioni successive non aggiungeranno nulla di più alla loro storia

21 dicembre, 2016

21 dicembre 1974 – Il Natale dei Mud

Il 21 dicembre 1974 al vertice della classifica britannica dei singoli più venduti ci sono i Mud con il brano natalizio Lonely this Christmas. La band si conferma così uno dei fenomeni commerciali dei primi anni Sessanta al fianco degli alfieri Slade, T. Rex, Sweet, Bay City Rollers, Alvin Stardust e Gary Glitter. Il singolo di Natale è il settimo disco dei Mud che arriva nelle posizioni di vertice della classifica e conferma una sequenza di successi iniziata con Crazy nel 1973. Si tratta di un risultato che va al di là delle più rosee previsioni del gruppo formato nel 1966 dal cantante Les Gray, dal chitarrista Rob Davis, dal bassista Ray Stiles e dal batterista Dave Mount. Le fortune commerciali, però, non arrivano per caso. Sono, infatti, il frutto dell'attenta promozione di una coppia dalle mani d'oro come quella formata dagli autori e produttori Chinn & Chapman, geniali protagonisti della scena glam e artefici del successo di artisti come Suzi Quatro e gli Sweet. La parabola ascendente dei Mud continuerà fino al 1975, anno in cui piazzeranno ben sei brani in classifica: The secrets that you keep, Oh boy, Moonshine Sally, One night, L-L-Lucy e Show me you're a woman. Nello stesso anno, però, il rapporto che li lega a Chinn & Chapman si sfilaccerà fino alla rottura. I Mud penseranno di poter continuare da soli senza pigmalioni, ma non sarà così. Da una parte la crisi inarrestabile del glam rock e dall'altra l'ingenua scelta di ripetersi all'infinito segnerà l'inizio di un lento declino della band, nonostante il successo di brani come Oh boy e altri.

20 dicembre, 2016

20 dicembre 1986 – Le Bangles sono carine, ma non stupide

Il 20 dicembre 1986 le Bangles arrivano al vertice della classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti con Walk like an egyptian, un brano scritto da Liam Stemberg nel 1983 e rifiutato da Tony Basil, destinato a essere inserito quindici anni dopo nell'elenco delle "canzoni proibite" negli Stati Uniti dopo l'attentato dell'11 settembre 2001 contro le Twins Towers. Il successo caratterizza il miglior momento della band interamente femminile che ha preso nel cuore degli amanti del pop il posto delle disciolte Go-Go's. «Se siamo carine non significa che siamo anche stupide» è la lapidaria frase con la quale in breve tempo Susanna Hoffs la leader del gruppo gela gli intervistatori improvvisati e diventa il terrore dei talk show. Brave e preparate le Bangles non sbucano dal nulla ma hanno alle spalle una lunga gavetta. Susanna si fa le ossa negli Unconscious prima di dare vita, con la chitarrista Viki Peterson e sua sorella batterista Debbi Peterson, nonché con la bassista Annette Zalinkas alle Bangs. Quando Annette se ne va, sostituita da Michael Steele che, nonostante il nome maschile, è una ragazza che arriva dalle Runaways, il nome Bangs cambia in Bangles. Il loro suono divertente e psichedelico fa il resto. Aiutate da un'altra grintosa donna del rock come Cyndi Lauper centrano proprio con Walk like an egyptian, un'ironica canzone ricca di nonsense nella quale i poliziotti «passano il loro tempo in pasticceria» il grande successo che, però, non durerà a lungo. L'eccessiva pressione favorirà i contrasti interni e porterà la band a sciogliersi alla fine degli anni Ottanta. Non mancheranno più o meno inaspettate reunion che non aggiungeranno nulla alla loro storia

19 dicembre, 2016

19 dicembre 1935 – Il posteggiatore che piaceva a Wagner

Il 19 dicembre 1935 muore a Napoli l'ottantunenne Giuseppe Di Francesco, il più celebre posteggiatore della fine Ottocento. L'Italia fascista, disattenta e superficiale, non si accorge neppure della scomparsa di Peppino o' zingariello, com'era soprannominato Di Francesco per la piccola statura e per la vita nomade. Una carriera lunga la sua, iniziata a otto anni quando, con la fedele chitarra, canta nelle trattorie della sua Napoli. Posteggiatore di scuola classica, ancora adolescente se ne va a cercare fortuna per il mondo. In breve tempo diventa popolarissimo nei locali di varie città europee. Nel 1870 torna nella sua città, forte di un contratto di ben otto anni con il Ristorante Stella. Nel 1879 la sua esibizione alla Villa Dorotea di Posillipo affascina il compositore Richard Wagner che lo convince a seguirlo in Germania dove diviene un personaggio popolarissimo e acclamato nell’ambiente dei musicisti e dei letterati. Il clima della Germania, meteorologico e umano, non fa per lui. Dopo quatto anni di "esilio" preso da nostalgia per Napoli, fugge senza neppure salutare il suo celebre protettore e torna nella sua città. Non ha un posto fisso, né denaro per vivere, ma fortunatamente il proprietario del Ristorante Stella gli vuole bene e lo accetta di nuovo nel suo locale. Per qualche anno sembra deciso a non muoversi più. Con lo scoccare del nuovo secolo si riaccende, però, la scintilla nomade. Nel 1900, infatti, forma un duo con il venticinquenne Eduardo Abbate, che lui considera un po' il suo erede, e si avventura in una lunga tournée nella lontana Russia. Ci resta più di quindi anni, fino alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre quando, senza un soldo e con la sola dote della sua chitarra torna, come al solito, a Napoli. La sua voce morbida e penetrante, la sua abilità con la chitarra, frutto di una lungo apprendimento da autodidatta affinato da un gran numero di esperienze in giro per il mondo, e la capacità di rinnovare costantemente il proprio repertorio sono le ragioni più importanti di un successo popolare che non l'abbandonerà mai. Negli anni Venti è ospite fisso in uno dei più popolari Ristoranti di Posillipo dove intrattiene i commensali cantando oltre alle canzoni di Mario Costa e Salvatore Di Giacomo, un gran numero di brani che ha visto nascere e che in quegli anni sono già considerati dei classici. L'età non lo spaventa. Ormai ottantenne, non abbandona la fidata chitarra e la sua voce risuona nei ristoranti e nelle vie di Posillipo fino a pochi giorni prima di morire.

18 dicembre, 2016

18 dicembre 1962 – Bentornati Beatles e grazie di tutto!

All’inizio dell’inverno del 1962 i Beatles sono l’argomento di discussione prevalente tra i giovani d’Amburgo. Qui i quattro ragazzi sono di casa. Li hanno visti crescere e farsi le ossa in locali come il Top Ten e lo Star Club. Nessuno si è meravigliato quando, a ottobre, sono esplosi scalando le classifiche con i brani P.S. I love you e Love me do. Le riviste specializzate dicono che è già pronto il nuovo disco Please please me, ma che viene tenuto in frigorifero per non danneggiare le vendite del primo. Insomma i quattro ragazzi col caschetto che frequentavano i bar della città sono improvvisamente diventati delle star. Il proprietario dello Star Club ha appeso dietro al bancone del bar la loro fotografia e mostra a tutti il contratto annuale che prevede ancora un’esibizione della band nel locale negli ultimi tredici giorni di dicembre, Capodanno compreso, per il modesto compenso pattuito quando erano ancora degli illustri sconosciuti. In pochi credono davvero che i Beatles tornino a suonare ad Amburgo. In caso di forfait la penale è ridicola, proporzionata ai quattro soldi che dovrebbero percepire per tredici giorni di concerti. Verranno o no? In molti credono che i quattro non rinunceranno a ricchi contratti solo per tenere fede a un impegno preso in un periodo di vacche magre. L’unico a ostentare tranquillità è il proprietario dello Star Club. Come se niente fosse, espone la solita scarna locandina con l’elenco dei gruppi del mese che annuncia, a partire dal 18 dicembre 1962, l’esibizione dei Beatles e di Johnny & The Hurricanes. La sera del 18 dicembre lo Star Club è affollato da centinaia di giovani. Improvvisamente nella confusione risuona alta la voce di John Lennon: «Davvero qualcuno pensava che avremmo potuto mancare? Gli impegni sono impegni!». Un boato accoglie la band, mentre un gruppo srotola uno striscione scritto a mano con la scritta “Bentornati Beatles”. Per tredici giorni i quattro si esibiranno nel locale come un normale gruppo di sala, rispettando il contratto. A Capodanno Ted Taylor, il componente di una band di Liverpool chiamata King Size Taylor & The Dominoes registra il loro ultimo concerto allo Star Club. Nel 1977 quella registrazione diventerà un disco.

17 dicembre, 2016

17 dicembre 2004 - Bob Marley eroe nazionale giamaicano?

Il 17 dicembre 2004 vari giornali riportano la notizia di una singolare iniziativa nata in Giamaica. «In qualsiasi parte del mondo uno si trovi, quando sente pronunciare la parola Giamaica si accorge che viene inevitabilmente accostata a un nome solo, quello di Bob Marley». La dichiarazione è di Jacqueline Knight-Campbell, la donna che ha presentato l’iniziativa della “Bob Marley Foundation” per chiedere alle autorità del paese caraibico che il Profeta del Reggae venga proclamato Eroe Nazionale e che il giorno della sua nascita venga considerato Festa Nazionale. La mobilitazione da qualche tempo si sta intensificando e comincia a prendere forma la possibilità che possa avere successo. Se accadesse Bob Marley diventerebbe l’ottavo Eroe Nazionale di un paese decisamente restio a elargire con facilità questo tipo di onorificenza. Non mancano le resistenze da parte di chi sostiene che Bob ha avuto un rapporto spesso contrastato con l’isola che gli ha dato i natali e alla fine non se ne fa nulla, ma la questione è ancora aperta. 

15 dicembre, 2016

16 dicembre 1987 – Tanita Tikaram, un pasticcio etnico

Il pubblico del Mean Fiddler di Londra guarda in silenzio, il 16 dicembre 1987, una ragazzina dai capelli castani, bianca come uno straccio appena lavato, che, aggrappata alla chitarra, inizia a cantare una serie di brani di sua composizione. Si chiama Tanita Tikaram, ha diciotto anni e si esibisce in pubblico per la prima volta. Si definisce"un pasticcio etnico", perché è nata a Münster, in Germania da genitori nati e cresciuti in due angoli sperduti della terra: nelle colonie inglesi del Borneo la madre e nelle isole Fiji il padre. È arrivata in Gran Bretagna sei anni prima quando, la sua famiglia si è definitivamente trasferita a Basingstone, ma si sente ancora sradicata e la musica è stata, fino a quel momento, l’unica certezza della sua vita. Fin da bambina ha imparato a suonare la chitarra e a comporre canzoni ispirandosi al lavoro delle sue autrici preferite: Joni Mitchell e Rickie Lee Jones. Il proprietario del Mean Fiddler, uno dei locali londinesi più disponibili a dare spazi ai giovani talenti, l’ha scritturata per un’unica serata dopo aver ascoltato un suo demo-tape con tre brani e l’ha lasciata sola, su un piccolo palco illuminato da una luce bianca che esalta ancor di più il pallore del suo viso. La voce calda dal tono basso e profondo, inusuale per una diciottenne, colpisce l’attenzione di un avventore speciale: è Paul Charles, manager di artisti come Elvis Costello, Jackson Browne, John Hiatt e Van Morrison. Esperto navigatore degli ambienti musicali, al termine dell’esibizione chiede a Tanita di potersi occupare di lei. La ragazza, un po’ disorientata dall’emozione, accetta. Un anno dopo vede la luce Ancien heart, il suo primo album destinato a un rapido successo. Le canzoni composte da lei per essere accompagnate dalla sola chitarra acustica vengono riarrangiate da Rod Argent, l'ex tastierista degli Zombies nonché leader degli Argent, insieme all'ex batterista di Van Morrison, Peter Van Hooke. L'album contiene anche una delicata versione di For all these years, un brano composto da Tanita Tikaram in occasione del suo sedicesimo compleanno. Il successo improvviso e imprevisto non cambierà il suo modo di concepire la musica e la vita. Per Tanita Tikaram la musica resterà innanzitutto una compagnia e un antidoto contro la solitudine.

15 dicembre 1968 – Il pugno chiuso di Grace Slick

Il 15 dicembre 1968 negli studi di "The smothers brothers comedy hour", uno dei più popolari show televisivi statunitensi, c'è un po' di apprensione. La scaletta prevede la partecipazione dal vivo dei Jefferson Airplane nel brano Crown of creation. La loro presenza, "suggerita" dalla RCA, ha provocato contrasti nella struttura dirigenziale del programma che li ritiene una potenziale fonte di guai per il loro legami con il movimento hippie. I Jefferson Airplane, infatti, sono stati tra i più attivi sostenitori del Carousel Ballroom, un centro musicale autogestito dalle comunità hippie. Quando il locale è passato nelle mani di Bill Graham che vi ha edificato il suo Fillmore, non sono stati con le mani in mano. Con i primi guadagni ottenuti dalla vendita dei dischi hanno acquistato una grande casa al numero 2400 di Fulton Street a San Francisco e l'hanno regalata al movimento pacifista e per i diritti civili. In questa sorta di centro sociale la band abita, registra i suoi dischi e promuove iniziative. Non è soltanto un gruppo musicale, quindi, quello che il 15 dicembre 1968, dovrebbe esibirsi davanti alle telecamere di uno degli show più popolari degli Stati Uniti, ma un simbolo di un movimento che partendo dalle esperienze delle comuni hippie sta scoprendo l'impegno politico e sociale per i diritti civili, contro la guerra del Vietnam e, quel che è più grave, inizia a mettere in discussione il sistema capitalistico. I responsabili dello show, per evitare guai, impongono ai ragazzi una clausola contrattuale che vieta loro di pronunciare qualsiasi parola che non sia il testo di Crown of creation. La penale è altissima. Temono, però, qualche alzata di genio della band, che appare troppo remissiva e quasi indifferente. L'intero staff della trasmissione assiste con il fiato sospeso all'ingresso in scena dei Jefferson Airplane. I ragazzi entrano, sistemano gli strumenti e, dopo il segnale di partenza, iniziano a suonare. Ne manca uno, anzi una. La cantante, la bellissima Grace Slick, non è ancora in scena. Arriva prima della fine dell'introduzione strumentale e i responsabili del programma hanno un tuffo al cuore. Ha la faccia interamente dipinta di nero e le sue mani sono coperte da un paio di guanti dello stesso colore. Quando finisce di cantare, mentre gli strumenti dei compagni allungano la chiusura del brano guarda fissa la telecamera poi, abbassando il capo, alza il pugno chiuso guantato di nero. Davanti a milioni di telespettatori va in onda così il saluto del Black Panther Party, senza una parola, come da contratto.

14 dicembre, 2016

14 dicembre 1977 – Con “Saturday night fever” iniziano gli Ottanta

Il 14 dicembre 1977 viene presentato a New York in prima mondiale il film “Saturday night fever” (La febbre del sabato sera), diretto da John Badham, scritto da Norman Wexler e ispirato a un raccontino di Nick Cohn. Interpretato da John Travolta il film racconta le avventure di una coppia di giovani proletari i cui problemi gravitano quasi esclusivamente intorno a una discoteca. Si avvale di una lussuosa colonna sonora che comprende brani di artisti come i Bee Gees, i Trammps, Kool & the Gang, i Tavares, gli MSFB, K.C. & the Sunshine Band e Yvonne Elliman. È l’inizio del boom della disco music, ma soprattutto è l’inizio della cultura del “riflusso” che troverà degli anni Ottanta il suo trionfo. In Italia, come nel resto del mondo, la delusione per gli scarsi risultati ottenuti dall’impegno politico e sociale anche per l’incapacità della sinistra parlamentare ed extraparlamentare di trovare sbocchi reali al desiderio di cambiamento, porta i giovani a rinchiudersi sempre più nel privato. È la cultura del “ritorno a casa” e il primo sintomo che qualcosa sta cambiando nella testa delle giovani generazioni è il boom della disco music, nella riscoperta dei locali da ballo. Le discoteche vivono in quel periodo un momento di rapidissima espansione tanto da raddoppiare di numero nei primi mesi del 1978, mentre le statistiche dicono che i giovani frequentatori abituali di questo tipo di locali sono passati da poco più di un milione a quasi cinque milioni. La musica che fa da colonna sonora a questo mutamento si chiama ‘disco music’ ed è un ritmo di quattro quarti senza scansione di accenti, in cui le funzioni del battere e del levare sembrano unificarsi. Ha una ritmica monotona, ossessionante e ripetitiva, ideale per ballare. Pur affondando le sue radici nel soul nero degli anni Sessanta, viene “ripulita” e patinata per rispondere alle esigenze della nuova industria discografica. Il film “La febbre del sabato sera” ne rappresenta il principale traino mediatico, crea il mito del John Travolta ballerino e consegna alla storia alcune canzoni dei Bee Gees, un gruppo bianco di pop melodico un po’ in disarmo che ha ritrovato smalto aggiungendo una diversa base ritmica alla struttura dei suoi brani.

13 dicembre, 2016

13 dicembre 1986 – Bruce Hornsby, un disco dopo settanta rifiuti

Il 13 dicembre 1986 il singolo The way it is di Bruce Hornsby & The Range arriva al primo posto della classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti, bissando il successo dell'album omonimo. Una bella soddisfazione per un artista considerato un buon compositore ma un interprete decisamente inadatto al mercato. Hornsby, infatti, ha trentadue anni e prima di arrivare incidere il suo disco si è sentito per ben settanta volte rispondere di lasciar perdere da una miriade di produttori! Originario di Williamsburg, in Virginia, è figlio d'arte: suo padre suona nella band dello zio, gli Sherwood Hornsby & The Rhythm Boy. Per il giovane Bruce la scelta degli studi musicali è quasi naturale. Frequenta la Berklee School of Music di Boston e nel 1978 forma il suo primo gruppo, The Bruce Hornsby Band, con il quale inizia il suo personale calvario fatto di provini e rifiuti da parte delle case discografiche. Nel 1980 Michael McDonald dei Doobie Brothers lo porta a Los Angeles dove viene assunto dal settore produttivo ed editoriale della 20th. Century Fox. Ci resta per tre anni, mentre le sue canzoni cominciano a essere notate dagli altri artisti. Nel 1982, Huey Lewis include la sua Let the girl rock, nell'album Sports, mentre lui si adatta a suonare nel gruppo che accompagna Sheena Easton. Nel 1985, stanco di affidarsi agli altri, forma una nuova band, The Range, con il chitarrista George Martinelli, il bassista Joe Puerta, il batterista John Motto e il violinista David Mansfield. Tocca alla RCA interrompere la serie dei rifiuti da parte delle case discografiche. Il successo di The way it is rappresenta un po' la sua rivincita contro il destino e, soprattutto, contro il music business che non era disposto a investire nulla su di lui, prima perché troppo giovane e poi perché troppo vecchio e quindi, per definizione, "fuori moda". Le soddisfazioni, però, non finiranno qui. Vincerà anche il Grammy Award come "rivelazione del 1986" e potrà permettersi finalmente di realizzare i progetti che aveva nel cassetto da tempo. Oltre a produrre una lunga serie di dischi di successo si aprirà a collaborazioni importanti, come quelle con i Clannad e con il country singer Tom Wopat. Nel 1990 la sua canzone The valley road, interpretata dalla Nitty Gritty Dirt Band, vincerà un altro Grammy, mentre Bruce potrà finalmente esibirsi con i "vecchi" Grateful Dead, da sempre la sua band preferita alla faccia degli esperti in marketing!

11 dicembre, 2016

12 dicembre 1940 – Dionne Warwick, la ragazza dei gospel

Il 12 dicembre 1940 a East Orange, nel New Jersey, nasce la cantante Dionne Warwick. La sua è una famiglia canterina. Sia il padre che la madre, infatti, cantano gospel e anche lei a sei anni entra a far parte del coro della chiesa del suo quartiere al fianco dei genitori. La musica le piace e la diverte. Perché, dunque, non farla diventare qualcosa in più di una semplice passione? Assecondata dalla sua famiglia perfeziona le tecniche di canto presso l’Hart College of Music di Hartford e alla fine degli anni Cinquanta forma le Gospelairs, un quartetto femminile di cui, oltre a lei, fanno parte sua sorella Dee Dee, Cissy Houston, la futura madre di Whitney Houston, e Doris Try. Le ragazze lavorano in sala di registrazione e prestano la loro voce per i cori nei dischi di artisti famosi. Proprio in uno studio di registrazione Dionne Warwick viene notata da due vecchie volpi della scena musicale statunitense, Burt Bacharach e Hal David, che le procurano il primo contratto discografico con la Scepter Records. Nel 1962 pubblica il suo primo disco Don’t make me over, ma per il successo ci vuole un po' più di tempo. Arriva nel 1964 con Walk on by, il primo di una lunga serie di canzoni e di album destinati a fare di lei una delle cantanti più importanti degli anni Sessanta. Nel 1971 abbandona la Scepter Records e firma un nuovo contratto con la Warner Brothers, accettando di rinunciare a un pizzico di libertà e indipendenza per mettersi nelle mani di un produttore di lusso come Isaac Hayes. Artista versatile e curiosa non rinuncia alle sperimentazioni e alle collaborazioni come quando, nel 1974, arriva al vertice della classifica statunitense dei singoli più venduti interpretando, insieme agli Spinners, il brano Then came you. Negli anni successivi diraderà le sue performance discografiche, mantenendo inalterata la sua fama di artista dalla voce duttile capace di confrontarsi con un repertorio vastissimo formato da stili e generi molto diversi tra loro. Inconfondibile resta il suo timbro vocale che, pur possedendo gran parte delle caratteristiche tipiche dei grandi interpreti afroamericani, ha la capacità di assumere sfumature e toni molto diversi fino ad apparire in alcune occasioni come una voce “bianca”. Padrona delle tecniche jazzistiche manipola a suo piacere il tempo dei brani interpretati, trasformando in forza espressiva una tecnica virtuosistica che ha avuto in Ella Fitzgerald uno dei momenti artisticamente più alti.

10 dicembre, 2016

11 dicembre 1971 - John Lennon cerca rogne

L'11 novembre 1971 John Lennon e Yoko Ono si esibiscono nella Crisler Arena ad Ann Arbor, nel Michigan, in un concerto a favore del militante di sinistra John Sinclair, ex manager degli MC5, leader e ideologo del White Panther Party, arrestato per possesso di marijuana nel 1969 e condannato a venti anni di carcere. A tutta l'opinione pubblica democratica statunitense appare chiaro fin dall'inizio che la condanna, non proporzionata al reato contestato e inquadrata in una vasta azione di repressione dell'attività dei gruppi di estrema sinistra, è un modo per regolare definitivamente i conti con uno dei personaggi più esposti sul piano politico. A disturbare i manovratori arriva John Lennon che utilizza la sua popolarità per rompere il silenzio creato ad arte intorno alla vicenda. Nel corso del concerto, che è dedicato "alla libertà di John Sinclair e di tutti i prigionieri politici", esegue John Sinclair, una canzone che verrà anche inserita nell'album Some time in New York City, nella quale non usa perifrasi per denunciare l'ispirazione politica della condanna: «John Sinclair, in galera solo perché respirava…/…bisogna, bisogna, bisogna liberarlo/Se fosse un soldato/che ammazza i gialli in Vietnam/se fosse la CIA/che vende droga e crea casini/sarebbe libero, lo lascerebbero/respirare l'aria, proprio come voi e me…/… che altro possono fare quei bastardi?/ bisogna, bisogna, bisogna liberarlo». Lennon cerca rogne e le trova. L'establishment statunitense non gli perdonerà la presa di posizione. Numerosi saranno i tentativi di ridurlo al silenzio, compreso un decreto di espulsione contro il quale l'ex Beatle si opporrà legalmente in una onerosissima battaglia che durerà molti anni.

10 dicembre 1967 – La fine del sogno di Otis Redding

Il 1967 è un anno decisamente positivo per il ventiseienne Otis Redding, soprannominato “Big O”, il grande O, da tutti considerato ormai uno dei protagonisti più originali della grande esplosione del soul degli anni Sessanta. Il suo ultimo album Live in Europe, registrato dal vivo nel corso di una lunga tournée nel Vecchio Continente, fa il punto sulla sua carriera e sembra preludere a un’ulteriore evoluzione. Nel referendum annuale di “Melody Maker” ha addirittura strappato, lui dalla pelle nera come il carbone, la palma di “miglior voce maschile” al bianco re del rock and roll, Elvis Presley, da dieci anni abituato a vincere a mani basse. In più c’è stato il Festival di Monterey, un grande raduno che ha catturato l’attenzione dei media e ha ufficializzato l’abbattimento delle barriere razziali, almeno in campo musicale. In autunno si sottopone a una operazione alle corde vocali. La convalescenza e il riposo forzato gli danno la possibilità di comporre nuove canzoni, ma soprattutto di riflettere. Si accorge che i tempi stanno cambiando rapidamente e che il pubblico si sta stancando della ripetitività ossessiva del soul e del rhythm and blues. È convinto che il futuro stia nella contaminazione tra i generi, più che nel rinnovamento di una moda, e che l’ambiente sia ormai maturo per nuove esperienze. Insieme al chitarrista Steve Cropper compone un brano che nelle sue intenzioni dovrebbe indicare la via del rinnovamento. È (Sittin’ on) The dock of the bay, una ballata soul carezzevole e leggermente ipnotica che si presta a infinite variazioni interpretative. Il 7 dicembre ne registra la prima versione, anche se si ripromette di lavorarci ancora con calma più avanti. In quel momento non può. Lo aspetta un breve tour nel Mid-West che avrebbe preferito evitare. Gli piace poco l’idea di spostarsi ogni giorno volando da una città all’altra come un pacco postale senza avere neppure il tempo di pensare. Non finirà mai la tournée perché il 10 dicembre 1967 l’aereo che lo sta trasportando a Madison, nel Wisconsin precipita nelle fredde acque del Lago Monoma. Con lui perdono la vita anche quattro componenti dei Bar-Kays, il gruppo che l’accompagna nei concerti: Jimmy King, Ron Caldwell, Phalm Jones e Carl Cunningham.

09 dicembre, 2016

9 dicembre 1989 – Marianne Faithfull canta Brecht nella cattedrale

Il 9 dicembre 1989 la St. Ann’s Cathedral di Brooklyn ospita un concerto di Marianne Faithfull. La cantante, per molto tempo considerata soltanto, in senso dispregiativo, una “fortunata accompagnatrice dei Rolling Stones”, a quarantacinque anni costringe la critica ad accorgersi di lei e delle sue qualità. In concerto canta di sé, del suo passato, dei drammi della sua vita e propone al pubblico un’intensa versione di brani di Kurt Weill e Bertholt Brecht. La sua non è stata certamente una vita facile. Arrivata al successo a soli diciott’anni con la canzone As tears go by del diabolico duo Jagger-Richards entra nel rutilante vortice di eccessi che caratterizza l’ambiente dei Rolling Stones e ne finisce stritolata. Nel 1967 partecipa anche al Festival di Sanremo dove viene presentata come “la fidanzata di Mick Jagger”. La vita disordinata e una buona dose di sostanze pericolose la portano a sfiorare la morte. Ha poco più di vent’anni quando lascia le scene per iniziare un lungo calvario di peregrinazioni in cliniche e centri di recupero. Brucia il suo tempo e quando riprende a cantare ha quasi trent’anni. Incide un paio di dischi con la Grease Band, ma l’ambiente non l’aiuta e la critica non le fa sconti. Il suo destino sembra quello di essere considerata in eterno “la musa dei Rolling Stones”. Lei non demorde. Studia e, soprattutto, scopre l’impegno sociale al fianco di Ben Brierly, il bassista dei Vibrators che sposa nel 1979. In quell’anno con l’etichetta indipendente Island pubblica lo splendido album Broken english e il relativo singolo The ballad of Lucy Jordan. Il taglio fortemente provocatorio dei testi delle canzoni fa non piace però alla EMI Records, distributrice della Island, che boicotta l'album e ne penalizza il successo. Marianne non s’arrende e continua sulla sua strada. Si trasferisce negli Stati Uniti e pubblica album di grande intensità come Strange weather, del 1987, che contiene brani composti da Tom Waits e dai suoi vecchi amici Jagger e Richards. Il suo impegno sociale fa, però, storcere il naso alle autorità statunitensi che rispolverano vecchie storie di droga e reati vari e le procurano nuovi guai. Un arresto e un foglio di via precedono di qualche mese il concerto alla St. Ann’s Cathedral.

08 dicembre, 2016

8 dicembre 1980 – John Lennon, dieci minuti prima delle undici di sera

A New York mancano dieci minuti alle undici di sera dell’8 dicembre 1980 quando John Lennon, insieme a Yoko Ono, la sua inseparabile compagna di lavoro e di vita, scende dal taxi che l’ha riportato davanti alla sua casa nel Dakota Building, dopo una giornata passata in studio di registrazione a lavorare al brano Walking on thin ice. L’ex Beatle è stanco, ha freddo e affretta il passo. Nei pressi dell’ingresso del palazzo staziona un giovane che un paio di giorni prima l’aveva fermato per farsi autografare la copertina dell’album Double fantasy. Lennon incrocia distrattamente lo sguardo con quello dell’anonimo ammiratore e tira dritto. Improvvisamente una voce rompe il silenzio della notte. «Mr. Lennon?». John si volta e vede ancora il giovane di prima. È in ginocchio e impugna una pistola. Spara. Cinque colpi in successione colpiscono il più rappresentativo dei quattro ex Beatles, da sempre impegnato nelle lotte per la pace e i diritti civili, che scivola a terra. Mentre lo sparatore si dilegua Yoko Ono urla tutta la sua disperazione. Arriva un’ambulanza che carica a bordo il ferito e si dirige a tutta velocità verso il Roosvelt Hospital. A quell’ora le strade sono libere e i medici si prendono immediatamente cura dell’illustre ferito, ma non c’è più niente da fare. Mezz’ora dopo essere stato colpito, John Lennon muore quasi in contemporanea con l’arresto del suo assassino. È un mitomane che risponde al nome di Mark Chapman, in evidente stato confusionale. Non oppone resistenza agli agenti e mormora frasi senza senso. La notizia della morte di John Lennon vola rapidamente sulle ali dell’emozione e arriva in ogni parte del mondo. Spontaneamente, in molte città, i giovani si radunano per ricordare il musicista. Non manca chi, suggestionato dall’avvenimento, tenta il suicidio: una ragazza di sedici anni si uccide in Florida ingerendo una forte dose di barbiturici e un trentenne si spara nello Utah. Proprio per evitare fenomeni di isteria di massa, la compagna di John, Yoko Ono, lancia un appello dalle radio di tutto il mondo perché il 14 dicembre alle due del pomeriggio la memoria del musicista scomparso venga onorata da due minuti di silenzio dedicati a «pensieri di pace».

06 dicembre, 2016

7 dicembre 1984 – In uno schianto l'inizio della fine per gli Hanoi Rocks

Il 7 dicembre 1984 una Ford Pantera guidata da Vince Neil, il cantante dei Mötley Crüe, si schianta nei pressi di Redondo Beach, in California. Mentre il guidatore se la cava con ferite di poco conto, i soccorritori estraggono dalle lamiere il corpo senza vita di Nick "Razzle" Dingley, il batterista degli Hanoi Rocks. Gli accertamenti della polizia stabiliscono che la colpa di quanto accaduto è di Neil, che guidava in stato di ubriachezza. In seguito il cantante dei Mötley Crüe verrà processato e condannato a venti giorni di carcere, a pagare oltre due milioni e mezzo di dollari d’indennizzo alle varie parti e a lavorare per duecento ore nei servizi sociali di recupero dei tossicodipendenti e degli alcolizzati. La fine del suo sfortunato compagno di viaggio segna, invece, l'inizio di una crisi irreversibile degli Hanoi Rocks che finiranno per sciogliersi proprio nel momento in cui stavano per raccogliere i risultati di una lunga e spesso contrastata carriera. Il gruppo nasce nel 1980 per iniziativa dei finlandesi Andy McCoy e Michel Monroe, all'anagrafe registrati rispettivamente come Antti Hulkko e Matti Fagerholm. Vari cambiamenti di formazione precedono la pubblicazione nel 1981 del primo album Bangkok shoes, Saigon shakes, Hanoi rocks. Razzle arriva nel 1982, anno cui gli album Oriental beat e Self destruction blues attirano sugli Hanoi Rocks l'attenzione della CBS che li scrittura con l'intenzione di farne uno dei gruppi trainanti della sua produzione heavy-metal. La morte del batterista arriva in un periodo decisamente fortunato caratterizzato dal buon successo commerciale del singolo Up around the band, una energica versione di un brano dei Creedence Clearwater Revival. La scomparsa di Razzle segnerà profondamente il destino della band. In un primo momento il suo posto viene preso da Terry Chimes, l'ex batterista dei Clash, ma l'illusione che tutto possa continuare come prima è destinata a esaurirsi in breve tempo. Nonostante il successo degli album All those wasted years e Rock and roll divorce, l'impressione suscitata dalla tragica morte di Razzle porterà uno dei due fondatori, Michel Monroe, a lasciare il gruppo. Gli Hanoi Rocks si separeranno dopo aver inciso Dead Christmas, nel quale è evidente il riferimento alla morte di Razzle.

6 dicembre 1948 - Davey Tough si rompe la testa

Il 6 dicembre 1948 in una strada di Newark, nel New Jersey, cade e muore per la frattura del cranio il quarantenne batterista Dave "Davey" Tough. Fino a poche settimane prima era ricoverato al New Jersey Veterans' Hospital di Lyon e al momento dell'incidente era in cura ambulatoriale. Verrà seppellito a Oak Park, nell'Illinois, sua città natale. Anche se da tempo la sua malferma salute e l'abuso di alcool gli consentivano solo sporadiche apparizioni, continua a essere considerato dai critici uno dei migliori batteristi di tutti i tempi. Musicista di grande versatilità dotato di un ricco e per molti aspetti unico gioco strumentale attraversa per intero gran parte dell'evoluzione del jazz del primo Novecento: dal dixieland allo swing fino al progressive. Quando, giovanissimo, inizia a suonare ha come modello il grande batterista nero Warren "Bady" Dodds, ma ben presto inizia a evolvere il suo drumming. Ostinato sperimentatore diventa uno dei rari batteristi in grado di esibirsi in ogni stile, dal tradizionale al moderno. Da "Baby" Dodds impara la lezione di non trattare mai la batteria come uno strumento solista (rarissimi sono i suoi assoli), ma come un elemento propulsivo del gioco orchestrale in relazione ai diversi solisti. Tough non è soltanto un musicista, ma anche un raffinatissimo intellettuale che sogna di diventare uno scrittore di successo. Prima l'alcool e poi la morte gli impediscono, però di dare continuità al lavoro iniziato nel 1937 con una rubrica di breve durata sulla rivista Down Beat nella quale si fa notare per il suo stile ricco di notazioni acute e brillanti.

05 dicembre, 2016

5 dicembre 1968 – Il banchetto degli Stones

Cinque mesi dopo la data annunciata, il 5 dicembre 1968 viene finalmente pubblicato l'album Beggar's banquet dei Rolling Stones. Molte sono le ragioni di questo ritardo, la prima è che il 1968 è un anno speciale per i giovani di tutto il mondo e gli Stones sono profondamente immersi nella grande fiammata che tenta di incendiare le vecchie istituzioni della società borghese. I cinque ragazzi, che hanno visto la loro Jumpin' Jack flash volare sulle barricate del maggio francese, sono affascinati dalla voglia della loro generazione di prendere in mano il proprio destino. La loro attività musicale si mescola in modo non occasionale con l'impegno politico e sociale come dimostra il fatto che le sedute di registrazione del brano Simpathy for the devil vengano riprese da Jean-Luc Godard e montate, con vari commenti politici, nel lungometraggio "One plus one". L'album non può che attingere a piene mani la sua ispirazione da questo clima. Il brano più significativo, Street fighting man, sembra un omaggio esplicito ai giovani scesi in piazza e alle barricate del maggio francese e suscita più di una perplessità nei distributori britannici che ne temono il sequestro per incitamento alla violenza. C'è poi una seconda ragione per il ritardo nell'uscita ufficiale del disco: il lungo braccio di ferro tra la band, i responsabili commerciali e i distributori del disco per l'immagine di copertina. Gli Stones hanno tentato fino all'ultimo di pubblicare l'immagine del muro di una latrina e si sono arresi soltanto dopo una lunga serie di diffide legali. Superati tutti gli scogli il 5 dicembre viene dunque presentato ufficialmente il disco. La società di distribuzione ha imposto ai Rolling Stones una conferenza stampa tradizionale, seguita da un rinfresco. Mick Jagger e compagni, però, non si fanno scappare l'occasione. Durante il rinfresco polemizzano con alcuni giornalisti. Dalle polemiche verbali si passa ai fatti fino a degenerare in una vera e propria battaglia con lancio di cibi sugli invitati. La vivacità del momento è resa in modo perfetto dall'album che verrà considerato negli anni successivi da quasi tutti i critici come il migliore degli Stones negli anni Sessanta e uno dei dischi più belli in assoluto tra i tanti prodotti dalla band. Ancora oggi Beggar's banquet mantiene una sorprendente freschezza e raccoglie gli umori e i fermenti creativi di un anno che ha lasciato segni profondi nella società e nella cultura dei paesi dell'occidente.

04 dicembre, 2016

4 dicembre 1993 – Addio a Frank Zappa, il giullare della rivolta anti-borghese

Il 4 dicembre 1993 dopo aver registrato il suo ultimo album Civilisation, phase 3, muore Frank Zappa. Dal 1990 gli è stato diagnosticato un cancro alla prostata, ma la lotta contro questo terribile nemico non ha frenato la sua incontenibile e frenetica attività, tanto che ha continuato a lavorare fino all’ultimo giorno. Con lui scompare uno dei primi artisti che hanno tentato di gettare un ponte tra pop, rock, jazz, musica sinfonica e operistica, riuscendo a combinare ironia e intelligenza e affascinando, oltre al pubblico del rock, anche gli studiosi della musica e i cultori dei vari fenomeni musicali. Giullare della rivolta anti-borghese è stato la bandiera di una generazione di musicisti che hanno tentato di guardare alle lotte e alle aspirazioni dei giovani degli anni Sessanta in modo non filtrato, evitando di astrarre con la descrizione artistica la poesia delle situazioni reali. Non ama parlare di se stesso e quando lo fa adotta i toni dimessi di chi si considera un privilegiato che è riuscito a trasformare un hobby in lavoro: «La ragione per cui io scrivo musica è che mi piace ascoltarla. Il resto sono balle inventate dai discografici e dagli impresari». Dissacratore al punto da aprire i suoi concerti con il brano We’re only in it for the money (Siamo qui solo perché ci pagano) non mette limiti alla provocazione. Nel periodo della guerra del Vietnam, accortosi che tra il pubblico sono presenti alcuni marines in divisa, fa portare delle bambole in palcoscenico e li costringe a salire sul palco per mostrare agli spettatori come i loro compagni sparino ai bambini vietnamiti. Quando la mobilitazione della società si affievolisce continua da solo la battaglia contro gli stereotipi del sistema. In una delle sue ultime interviste, parlando di Los Angeles, delle difficoltà della città, della droga diffusa e della difficile convivenza tra i bianchi ed i neri, dice che gli Stati Uniti non sanno rinnovarsi e che nulla è cambiato dagli anni Sessanta: «C’erano ragazzi che erano talmente fatti che vedevano Dio a colori o sotto forma di fiocchi di neve. C’era tanta tensione, a volte, che ti pareva di toccarla e tutte le sere la polizia, che aveva imposto con la violenza una specie di coprifuoco, lasciava sui marciapiedi un bel numero di teste insanguinate».

02 dicembre, 2016

3 dicembre 1976 – Dieci spari per Bob Marley

La sera del 3 dicembre 1976 Bob Marley è nella cucina della sua casa di Kingston, in Giamaica e sta chiacchierando con il suo amico e manager Don Taylor. Improvvisamente cinque colpi d’arma da fuoco frantumano il vetro della finestra. Quattro proiettili colpiscono all’inguine Taylor, capitato per caso sulla linea di fuoco, uno picchia sul muro e rimbalza nel braccio sinistro di Marley. Nello stesso istante altri cinque colpi d’arma da fuoco fracassano il cristallo posteriore dell’auto di sua moglie Rita, che resta ferita di striscio alla testa. Gli sparatori si dileguano nella notte. L’improvvisa esplosione di violenza non è casuale. Bob Marley e gli Wailers sono nel loro paese d’origine su invito del Governo Giamaicano per esibirsi in “Smile Jamaica”, un concerto che deve svolgersi un paio di giorni dopo al National Heroes Park di Kingston. Il cantante, da tempo lontano dalla sua terra natale e poco informato sugli avvenimenti interni, non si è accorto della strana atmosfera che lo circonda fin dall’arrivo all’aeroporto di Kingston. Convinto di essere sempre padrone degli eventi che lo riguardano dichiara di voler cantare in segno di ringraziamento e di solidarietà con l’intero popolo della sua nazione. C’è, però, un problema. I manifesti che annunciano l’esibizione riportano la scritta “Concerto presentato da Bob Marley in associazione con il Dipartimento Culturale del Governo della Giamaica”. L’evento cade nel pieno di una vigilia elettorale per il rinnovo del parlamento, ricca di tensioni e costellata da veri e propri scontri armati tra i sostenitori dei due principali partiti. Bob Marley, che nel passato ha suonato per il PNP, il partito di governo, viene accusato dall’opposizione di prestarsi a un gioco propagandistico pagato con i soldi dello stato e fuori da qualunque regola. In questo clima va letto l’attentato, che ha lo scopo essenziale di intimidirlo più che di ucciderlo. Entrambi i principali partiti si dissociano e condannano l’aggressione offrendo i servizi dei rispettivi servizi d’ordine per proteggere la vita del cantante. Bob, impaurito e turbato dall’accaduto, non vuole saperne. Non rinuncia al concerto, ma subito dopo decide di non tornare più in Giamaica e trasferisce la sua residenza a Nassau, nelle Bahamas. Non sarà per sempre.

01 dicembre, 2016

2 dicembre 1971 – Taj Mahal, un blues nel braccio della morte

Il 2 dicembre 1971 nel "braccio della morte" del carcere di Wilmington, nello stato del Delaware risuonano le note di brani come Statesboro blues e Give your woman what she wants. Nelle anguste celle dove ogni giorno disperazione e angoscia vanno a braccetto si insinuano i suoni di una chitarra e di una voce potente, roca e carezzevole al tempo stesso. La chitarra e la voce sono quelle di Taj Mahal, il poliedrico musicista blues d’origine caraibica che in quel periodo è uno dei principali animatori della scena statunitense. Nonostante la sua popolarità, quando ha chiesto di poter suonare nel carcere non è stato facile neppure per lui ottenere l’autorizzazione necessaria per esibirsi in un concerto di solidarietà con i condannati a morte. A onor del vero la parola “solidarietà” non è stata mai citata in nessuno dei documenti ufficiali che hanno costellato la lunga trafila burocratica prima dell’esibizione. Sarebbe stata sospetta. Le autorità carcerarie hanno a lungo osteggiato l’iniziativa, considerata «inopportuna, intempestiva e foriera di inutili tensioni tra i carcerati dei vari settori del penitenziario». Per questo nella richiesta ufficiale, come nelle anticipazioni alla stampa si è preferito descrivere il concerto come un momento di “svago”, “distrazione” o “consolazione” dei condannati. La lunga serie di ipocrite dissimulazioni e mezze verità alla fine ottiene il risultato voluto: oltrepassare le mura del carcere. Taj Mahal, convertitosi alla Chiesa Ortodossa d’Etiopia, è un convinto assertore della non violenza e all’uscita dal carcere si rivolge serio alla folla di giornalisti che lo sta aspettando: «Non parlo del concerto. Non sono fatti vostri. La musica di oggi è un regalo per un gruppo di persone, gente di carne e sangue come me, come voi, che passa le giornate aspettando il momento di essere messa a morte. Di loro vorrei parlarvi, della loro quotidiana passione. La pena di morte è un vero e proprio assassinio legalizzato. Nessun essere umano può disporre della vita degli altri e nessuno Stato può autorizzarlo. E poi, vi chiedo, è forse un caso se quasi tutti i condannati a morte hanno la pelle nera? Nera, amici, nera come il blues che vi piace tanto…».

30 novembre, 2016

1° dicembre 1936 – Lou Rawls, il soulman che aprì Monterey

Il 1 dicembre 1936 nasce a Chicago, nell'Illinois, Lou Rawls, uno dei più importanti protagonisti dell'esplosione soul degli anni Sessanta. Il suo incontro con la musica è simile a quello di molti altri cantanti soul della sua generazione. Avviene un po' per caso e un po' per obbligo sui banchi odorosi di legno della chiesa del suo quartiere in un coro che canta gospel a Dio. Prima della maggiore età si unisce ai Pilgrim Travellers, un gruppo gospel che gira per gli Stati Uniti. Non lo fa per scelta professionale, ma perché è affascinato dall'idea di andarsene a zonzo per l'America. Nonostante le sue intenzioni, la decisione finisce per essere una vera e propria svolta nella sua vita. Quando lascia il gruppo lo fa per esigenze di leva, ma appena congedato, torna al suo posto. Nel 1958 mentre viaggia con il suo amico Sam Cooke viene coinvolto in un terribile incidente stradale che gli costa cinque giorni di come e un lunghissimo periodo in ospedale. L'anno dopo il gruppo di cui fa parte si scioglie, ma Lou non abbandona le scene. Si adatta a cantare nei piccoli club e nelle feste private, finché, dopo una serie di passaggi televisivi nel "Dick Clark Show", ottiene la sua prima scrittura discografica come solista. Il suo debutto discografico avviene nel 1962 con il singolo Love is a hurtin' e con l'album Stormy monday. La sua voce e la sua notevole presenza scenica conquistano il pubblico. Anche il cinema si accorge di lui e lo vuole per una serie di pellicole giustamente ignorate dalla critica, con la sola eccezione di "Believe in me" diretto da Stuart Hagmann, il regista di "Fragole e sangue" e distribuito in Italia con l'incredibile titolo di "Jackie, la ragazza del Greenwich Village". Una data resta, però, fondamentale nella sua carriera, il 16 giugno 1967, quando, insieme a Johnny Rivers, si assume il compito di aprire il Monterey Pop Festival, passato alla storia come il primo, grande, raduno di massa della generazione hippie. Verso la metà degli anni Settanta, quando c'è chi lo considera ormai finito, ritorna improvvisamente alla ribalta con il singolo You'll never find another live like mine e con l'album When you hear Lou, you've heard it all che lo segnalano come uno dei principali esponenti del Philadelphia Sound. Sarà l'ultima grande fiammata della sua carriera anche se non abbandonerà mai le scene e continuerà a esibirsi pubblicando, di tanto in tanto, un album per la soddisfazione dei suoi vecchi fans.

29 novembre, 2016

30 novembre 1973 – Il freddo gela i rapporti tra Marley e gli Wailers

Il 30 novembre 1973 Bob Marley e gli Wailers guidano a turno uno scassato pullman a nove posti sulle ghiacciate strade della Gran Bretagna. Sono reduci da un concerto nella fredda sala del Polytechnic di Leeds e devono percorrere trecento chilometri per raggiungere Northampton, dove è programmato il loro prossimo concerto. Fa freddo, nevica e il riscaldamento del pullman funziona a singhiozzo. La band passa da un caldo tropicale al freddo assoluto. Marley cerca di tenere su l'ambiente, ma i suoi compagni non sono dell'umore giusto per ostentare ottimismo. Freddo a parte non sono tempi buoni per il gruppo giamaicano. Il cambiamento di stile operato con Burnin', un album duro, militante, con testi d'impegno sociale sembra non portare fortuna. Bob e i suoi compagni si sono lasciati dietro le spalle i fronzoli e le incertezze del passato, definendo uno linguaggio secco, preciso e immediato che in pochi versi entra direttamente nel problema e dà il quadro della situazione. Dopo averli coccolati per tanto tempo il music business è apparso subito perplesso, quando non decisamente, sconcertato da brani come Get up, stand up, divenuto quasi un inno della band, o dallo scioccante I shot the sheriff, destinato a grandi fortune nelle mani di Eric Clapton. Nonostante tutto la pubblicazione del disco era coincisa con la scrittura per un lungo tour negli Stati Uniti con un'altra band discussa come Sly & The Family Stone. Quello che sembrava l’inizio di una straordinaria avventura era durato il breve attimo di un respiro. Dopo soli quattro concerti, il gruppo era stato licenziato e per recuperare le spese aveva dovuto accontentarsi di un'esibizione in cambio di un pugno di soldi a San Francisco negli studi dell’emittente radiofonica KSAN. Dopo tanti sogni la tournée britannica li ha fatti precipitare per l'ennesima volta al punto di partenza. Mentre il pullman viaggia sotto la neve verso Northampton i componenti della band hanno il morale a terra. Bob ostenta il solito ottimismo ma non li convince. Per tutti parlano Bunny "Wailer" Livingstone e Peter Tosh: «…e se piantassimo tutto e tornassimo in Giamaica? …tanto anche questo tour finirà male…» Marley replica a muso duro: «Volete andarvene? Andatevene!». Offesi, i due se ne vanno davvero. La tournée britannica finisce lì ma, fortunatamente, non si chiude la storia di Bob Marley e degli Wailers che, dopo qualche tempo, riprenderanno il loro cammino.

29 novembre 1975 – Fly, Robin fly

Il 29 novembre 1975 arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti il brano Fly, Robin fly. Lo interpretano le Silver Convention, un trio di ragazze dalla bella voce e dalla notevole prestanza fisica che rispondono al nome di Ramona Wolf, Penny McLean e Linda Thompson. In fondo, però, il loro nome non interessa a nessuno, visto che l'offerta è da acquistare così com'è: un pacchetto di musica per ballare pronta per essere consumata e poi buttata. Pur essendo tutte e tre statunitensi, le Silver Convention rappresentano, infatti, il primo grande successo prodotto da un laboratorio tedesco. Fly, Robin fly anticipa di un paio d'anni la grande esplosione della discomusic come fenomeno di massa e consente ai pragmatici produttori teutonici di rodare una macchina destinata a sfornare una quantità impressionante di successi e, soprattutto, di personaggi spesso inventati. Le tre ragazze, a ben guardare non c'entrano niente con l'operazione. Gli artefici veri delle Silver Convention sono il compositore Silvester Leavy e, soprattutto, il produttore Michael Kunze che, come un novello dottor Frankenstein, ne modifica assetto, impostazione e anche composizione quando serve. Non è un caso che proprio dopo il successo di Fly, Robin fly ben due terzi della formazione vengano cambiati. Penny McLean e Linda Thompson si ritroveranno sostituite da Sandra Jackson e da un certa Rhonda quasi unicamente per esigenze d'immagine. Nel 1975 in pochi colgono la novità. L'operazione delle Silver Convention è uno dei primi segnali che i tempi stanno cambiando. Non basterà l'effimera fiammata del punk a interrompere quello che illustri sociologi chiameranno "riflusso". L'industria discografica sta fornendo un formidabile supporto a un vero e proprio lavaggio del cervello delle giovani generazioni che si butteranno dietro alle spalle l'impegno dei fratelli maggiori. Il loro nuovo orizzonte sarà la sala di una discoteca e la loro musica verrà prodotta in serie. Le Silver Convention? La sigla verrà di fatto congelata in attesa di tempi migliori. Si pubblicherà qualche disco di scarso interesse e di rapido consumo, giusto per mantenerla sul mercato, ma non le si rivedrà più ai vertici delle classifiche fino al 1977 quando, sull'onda dell'exploit della discomusic la loro Get up and boogie (that's right) le riporterà all'attenzione dei media. Le ragazze non sono più le stesse di Fly, Robin fly ma chi se ne accorge?

28 novembre, 2016

28 novembre 1978 – Muore Federico dei Libra

Il 28 novembre 1978 a Roma un'auto travolge e uccide il trentenne cantante, polistrumentista e autore Federico D'Andrea, uno dei personaggi più interessanti del rock progressivo italiano degli anni Settanta. La sua esperienza artistica inizia quando, diciottenne di belle speranze lascia la Toscana e se ne va nella capitale. Qui, dopo aver fatto parte degli Ancients di Manuel De Sica, forma il duo dei Myosotis con Stefano Marcucci. Nel 1972 diventa il cantante e chitarrista dei Logan Dwight, una band che, nonostante la sua breve vita, verrà ricordata negli anni successivi come uno snodo importante nello sviluppo della scuola romana di rock progressivo. Dopo lo scioglimento del gruppo inizia a prendere forma l'esperienza, per molti versi straordinaria, dei Libra. Ne sono protagonisti, oltre a lui, il tastierista Sandro Centofanti, già suo fedele compagno nei Logan Dwight, il chitarrista Nicola Di Staso, il bassista Dino Cappa e il batterista David Walter. L'esordio discografico del gruppo avviene nel 1975 con Musica e parole un album particolare perché, in un periodo in cui quasi tutti i gruppi del progressive italiano si rifanno al pop sinfonico inglese, guarda al funky nero d'oltreoceano e al jazz. La band, che poco dopo l'uscita del suo primo disco ha sostituito David Walter con l'ex batterista dei Goblin Walter Martino, ottiene consensi dalla critica e, soprattutto, attira l'attenzione del mercato statunitense. Federico D'Andrea e i suoi compagni partono, quindi, per una lunga e fortunata tournée negli Stati Uniti al fianco di monumenti del rock di quel periodo come gli Steppenwolf, i Tubes e Frank Zappa. Il momento felice è sottolineato anche da un contratto discografico con la leggendaria etichetta nera Tamla Motown che pubblica, nel 1976, il secondo album del gruppo Winter day's nightmare. L'esperienza statunitense non porta fortuna ai Libra che, quando tornano in Italia, sono già attraversati dalla crisi che sfocerà nello scioglimento. Federico D'Andrea si dedica sempre più intensamente a progetti solistici che mettono in evidenza, oltre alla sua voce duttile, un gusto particolare per le armonizzazioni di taglio jazzistico. La sua morte interrompe una ricerca appena iniziata. È difficile capire quale sarebbe stata la sua evoluzione negli anni Ottanta, quel che è certo, però, è che con lui il rock italiano perde uno dei suoi migliori, anche se meno appariscenti, protagonisti.

26 novembre, 2016

27 novembre 1942 – Buon compleanno Jimi Hendrix

Il 27 novembre 1942 nasce a Seattle Jimi Hendrix registrato all'anagrafe con il nome di James Marshall Hendrix. La chitarra diventa la sua compagna di vita a undici anni quando, persa la madre, trova in quelle corde sottili uno sfogo per il dolore e la rabbia che sente dentro. La musica pian piano prende il posto degli affetti fino a divenire la sua unica ragione di vita tanto che decide di farne la sua sposa iniziando un vagabondaggio musicale al servizio di chiunque sia disponibile a pagarlo per suonare, anche soltanto per una sera. Ha sedici anni quando sceglie di non andare più a scuola e di iniziare a camminare sulle strade della vita. La rottura con l'ambiente scolastico non è indolore. La ferita della separazione traumatica, frutto della scelta radicale di un sedicenne, gli peserà dentro per tanto tempo, almeno fino a quando, il 12 febbraio 1968, torna da trionfatore nella sua città natale e si toglie lo sfizio di esibirsi in concerto proprio nei locali della Garfield High School, la scuola abbandonata. Niente nella sua vita è indolore, neppure il lungo periodo passato a prestare il suo genio ad altri per qualche dollaro e molte pacche sulle spalle. Probabilmente il suo talento sarebbe rimasto nascosto e inespresso negli Stati Uniti, se la sua strada non avesse incrociato un giorno quella dell'ex Animals Chas Chandler, un tipo rude dal grande fiuto, che lo convince a lasciare la sua terra per seguirlo nella lontana Gran Bretagna. Il resto è storia conosciuta, dai deliri del pubblico britannico all'apoteosi di Woodstock, alle incomprensioni, alla scoperta della politica, alla consapevolezza lucida di un destino che sta per concludersi. «È strano come la gente finisca per essere affascinata dai morti. Chissà, forse devi morire perché gli altri si convincano che valevi qualcosa…». Oggi c'è chi ne esalta l'intuito e l'istintività, più che la tecnica, quasi per ridimensionarne la figura e la portata. È un'operazione che comincia quando ancora è in vita, per depotenziarne la carica eversiva. Si badi bene, non è la sua carica sensuale il pericolo («tenete a casa le vostre sorelline»), ma il suo essere un nero di successo, con saldissime radici nella musica nera, in uno showbusinnes dominato da bianchi. È la sua simpatia per il Black Panthers Party, unita alla decisione di formare il primo complesso rock di soli neri, la Band Of Gypsys, con Buddy Miles alla batteria e Billy Cox al basso a creare "disordine" in un ambiente in cui si incoraggia il ribellismo, ma la presa di coscienza fa paura. Non è un segreto che, a partire dal 1969, il suo management dedica gli sforzi maggiori a smussare gli angoli più "neri" del personaggio, piuttosto che a valorizzarne l'estro creativo e le potenzialità. Un episodio su tutti è quello di Mark Jeffrey che "consiglia" i percussionisti di colore ingaggiati per l'esibizione a Woodstock di rimanere sullo sfondo del palcoscenico per non caratterizzare in senso "razziale" l'esibizione. Il risultato è che, ancora oggi, le percussioni sono quasi inascoltabili nella registrazione dal vivo del concerto. Le sue simpatie per il Black Panthers vengono "censurate" fino a quando è possibile per non "alienargli la simpatia del pubblico bianco". Una tale compressione finisce per diventare insopportabile e tutti abbiamo ancora fisso in mente Jimi che, tre mesi prima di morire, abbandona il palco del festival dell'Isola di Wight stanco e deluso da un pubblico che vuole da lui solo la ripetizione dei vecchi successi. Hendrix è stato un genio d'oro zecchino capace di aprire nuovi orizzonti alla chitarra elettrica nel rock proprio partendo dalle radici nere di questa musica. La sua vena creativa sperimenta oltre i limiti conosciuti fino a quel momento le possibilità dell'elettrificazione e dell'amplificazione, rimescolando blues, jazz e rock. La sua tecnica sfrutta tutti gli effetti sonori possibili portando il suono a percorrere strade inesplorate e suggestive, mentre anche il corpo si mette al servizio della chitarra nella ricerca di nuove sonorità (suona con il palmo della mano, con il gomito e con i denti). La critica dell'epoca (con qualche eccezione) prende una cantonata storica quando snobba e definisce "eccessi da gigione" quella che è l'essenza stessa delle sue innovazioni: l'eccesso come arte o l'arte dell'eccesso come dir si voglia. In questo senso si può dire che Jimi Hendrix regala una nuova dimensione alla chitarra elettrica che, con lui, cessa di essere un semplice strumento per diventare una macchina da suoni, simbolo di una generazione.

26 novembre 1968 – God save the Cream, Dio salvi i Cream!

Il 26 novembre 1968 alla Royal Albert Hall di Londra sono migliaia i ragazzi che con le lacrime agli occhi violano la sacralità dell’inno nazionale britannico per salutare l’ultimo concerto del loro gruppo preferito. I destinatari di tanto affetto sono i Cream, una band formata dal chitarrista Eric Clapton, dal bassista Jack Bruce e dal batterista Ginger Baker che fin dall’inizio si mette in evidenza per la sua carica rinnovatrice. Il gruppo scardina le regole di un codice non scritto che costringe i brani a non superare la durata di tre, quattro minuti, con brevi improvvisazioni confinate all’interno di rapidi break solistici. Il limite è dettato dalle leggi dell’industria discografica, scettica nei confronti degli album di lunga durata e più incline a privilegiare il disco a 45 giri di rapido consumo e di minor costo. I Cream rovesciano completamente la struttura, dilatando all’infinito i brani e lasciando ciascun componente libero di esprimere, senza cronometro, creatività e abilità strumentale. Con Jimi Hendrix e pochi altri diventano una sorta di pilastro musicale della controcultura psichedelica tanto che per la copertina del loro secondo album Disraeli gears scomodano Martin Sharp, uno degli illustratori della rivista underground “Oz”. Quando si accorgono che la loro carica innovativa si sta esaurendo rifiutano di diventare delle “icone viventi” e di ripetersi all’infinito. Annunciano con molto anticipo il loro scioglimento e organizzano un concerto d’addio per salutare il pubblico. Il 26 novembre 1968 la sala della Royal Albert Hall è testimone di un commosso e appassionato atto d’amore del pubblico nei confronti del gruppo. Al termine dell’esibizione le ragazze e i ragazzi presenti si alzano in piedi e intonano con le gole strette dal magone l’inno nazionale inglese God save the Queen, (Dio salvi la Regina), trasformato in God save the Cream. L’intero concerto viene filmato da Tony Palmer nel suo film "Goodbye Cream". Pur commossi, i soli a non prendersi sul serio restano i tre musicisti tanto che Jack Bruce qualche anno dopo così descriverà l’epopea del gruppo: «I Cream? Abbiamo fatto qualche bella suonata insieme, abbiamo guadagnato un po’ di soldi e poi… abbiamo chiuso. Tutto qui».

25 novembre, 2016

25 novembre 1974 – Nick Drake, vola via la timida nuvola bionda

Alle 6 del mattino del 25 novembre 1974 nel suo appartamento di Parigi muore il cantautore Nick Drake. Ha ventisei anni e la sera prima ha ingerito una dose eccessiva di Tryptizol, lo psicofarmaco che da tempo è divenuto un fedele compagno nella lotta contro la depressione. Suicidio o fatalità? Nessuno potrà mai dare una risposta certa a questa domanda. Accanto al letto, posato sul suo comodino, c'è il libro che l'artista stava leggendo prima di prendere sonno. È "Il mito di Sisifo", un saggio di Albert Camus sull'assurdità della vita. Finisce così la breve avventura musicale di uno dei più delicati e poetici cantautori degli anni Settanta. Timido e poco incline a lasciarsi catturare dagli eccessi del music business, Nick Drake nasce a Rangoon, in Birmania, dove il padre si è trasferito per lavoro. Rampollo di una famiglia della buona borghesia britannica negli anni della scuola si fa notare per la sua abilità nelle materie letterarie e nell'atletica leggera (batte più volte il record juniores dei cento metri piani). La passione della musica gli arriva dalla madre, compositrice di canzoni folk. Studia clarinetto ma poi sceglie la chitarra. Elegante e un po' scostante si fa influenzare dal nascente progressive britannico, ma non rinuncia alle sonorità delicate della scuola folk. Fin dal suo primo apparire sulla scena colpisce la critica per le sue canzoni e per il suo aspetto, inusuale per un artista di quel periodo, tanto da essere definito "Una timida nuvola bionda". Scoperto da Ashley Hutchings dei Fairport Convention, nel 1969 pubblica il suo primo album, Five leaves left, ricco di suggestive sonorità acustiche jazz e folk. Il disco entusiasma la critica ma non il pubblico. Uguale destino tocca un anno dopo a Bryter later, un album cui collaborano anche John Cale e Chris McGregor. Nonostante il buon giudizio della critica, la mancanza di successo commerciale pesa sulla condizione psicologica del cantautore che inizia a essere preda di gravi depressioni. Iniziano le cure, i lunghi periodi di vacanza e, soprattutto, la passione per gli psicofarmaci. Dopo la pubblicazione del terzo album Pink Moon, si trasferisce a Parigi. All'inizio del 1974 inizia a registrare le canzoni per un nuovo album che non vedrà mai la luce. Dopo la morte il pubblico lo riscoprirà e ne apprezzerà l'ispirazione. Album postumi come Fruit tree, Best of Nick Drake o Time of no reply conosceranno quel successo commerciale che è mancato a Nick quando era in vita.

23 novembre, 2016

24 novembre 1979 - Barbra Streisand e Donna Summer battezzano lo stile Faltermayer

Il 24 novembre 1979 la "strana coppia" formata da Barbra Streisand e Donna Summer arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti con il brano No more tears (Enough is enough). Il produttore e l'artefice del successo è Harold Faltemeyer, un tedesco. La sua storia inizia quando è fattorino in uno studio di registrazione in Germania, ma passa le ore libere con l'équipe di Giorgio Moroder, uno dei protagonisti della rivoluzione tecnologico-musicale di quegli anni. Quando Moroder gli propone di lavorare con lui Harold non ci pensa due volte. Lascia l'impiego fisso e accetta. Nel 1978 segue il maestro a Los Angeles e collabora con lui alla realizzazione di varie colonne sonore. Vivere all'ombra di Moroder, però, non lo soddisfa. Si stacca dal maestro e inizia a camminare da solo producendo l'album Bad girls di Donna Summer, per il quale scrive anche alcune canzoni. Visti i buoni risultati decide di continuare. Geniale e intuitivo si fida più del suo istinto che dei consigli degli esperti. Quando inizia a lavorare alla produzione di Enough is enough lo guardano con scetticismo. In pochi credono alla possibilità di unire due personaggi così diversi come Donna Summer, la regina nera del lato più sexy della discomusic, e Barbra Streisand, la lady della canzone. Il successo gli dà ragione. Nel 1985 comporrà la colonna sonora del film "Beverly Hills Cop" e il suo nome entrerà per la prima volta nelle classifiche di vendita sia con l'album che con il singolo Axel F, un brano strumentale che segnerà la nascita ufficiale dello "stile Faltermayer".

23 novembre 1976 – Jerry Lee Lewis, una Derringer per Elvis

Mentre le prime luci dell'alba del 23 novembre 1976 cominciano a spazzare via il nero dell'orizzonte al centralino della polizia di Memphis l'agente di turno fatica a tenere gli occhi aperti. Si appresta a concludere l'ennesima nottata di lavoro quando una telefonata interrompe la sua sonnacchiosa routine. Un anonimo cittadino segnala la presenza di uno strano tipo lungo la recinzione che difende il giardino di Graceland, la estesa tenuta nella quale vive il suo esilio dorato Elvis Presley. Prima ancora di verificare la veridicità della telefonata le trasmittenti della polizia di Memphis lanciano l'allarme «Sembra che ci sia un pazzo nei pressi della villa di Elvis». L'ordine è quello di fare una verifica senza dare troppo nell'occhio e, soprattutto, senza disturbare l'illustre concittadino. Quando i primi agenti arrivano nelle vicinanze della recinzione della villa è giorno pieno. Non ci sono dubbi: un uomo visibilmente alterato sta chiamando Elvis Presley ad alta voce con in mano una Derringer, una pistola di ridotte dimensioni ma sufficiente a colpire e a uccidere. La situazione è decisamente critica. Quasi tutte le pattuglie in servizio nelle strade di Memphis convergono sul luogo e circondano lo sconosciuto che, visibilmente alterato, si guarda attorno, ride, piange, urla e brandendo la pistola continua a chiamare ad alta voce “The king”, il re. Chi è? Che cosa vuole? Mentre iniziano febbrili trattative perché getti la pistola e si lasci accompagnare a casa un agente appassionato di rock and roll lo riconosce: è Jerry Lee Lewis, The Killer, l'alfiere bianco del rock and roll più trasgressivo e meno rassicurante degli anni Cinquanta. Il giorno prima è finito in un fossato con la sua Rolls Royce e, dopo essere stato arrestato per guida in stato di ubriachezza, è stato rilasciato da non più di dieci ore. Sostiene di avere un paio di cosette da chiarire con “il re del rock and roll”, ma quando gli agenti gli si avvicinano non oppone resistenza e si lascia portare via. L'episodio provocherà l'ennesima campagna di stampa contro Jerry Lee Lewis, un artista inviso al music business per la sua incapacità di sottostare alle regole del mercato. Come sempre verrà dato per finito e qualche anno dopo dovrà sottostare a una difficilissima operazione allo stomaco, ma non sarà così. Negli anni Ottanta "Great balls of fire", un film su di lui interpretato da Dennis Quaid lo riporterà alla ribalta. Per il vecchio "Killer" sarà la terza resurrezione della carriera.