30 giugno, 2016

1° luglio 2004 - Se ne va Marlon Brando

Il 1° luglio 2004 muore Marlon Brando, un attore che, parafrasando il titolo di un suo film, rappresenta il lato selvaggio del disagio giovanile dell’America degli anni Cinquanta, un periodo turbolento di passioni, euforie per il boom economico e paure per l’esplodere della guerra fredda. Sono anni esplosivi nei quali le giovani generazioni tentano di modificare l’assetto delle relazioni interpersonali e della società. Sono gli anni del primo rock’n’roll, della corsa sfrenata al consumismo, ma sono anche anni di un diffuso disagio esistenziale che colpisce proprio i giovani costretti a vivere compressi tra sogni, aspirazioni e la realtà di una società ancora chiusa e prigioniera di antiche gerarchie. Il mito di Marlon Brando nasce proprio in questo scenario ed è sostenuto da quelle generazioni che negli Stati Uniti vivono sospese tra lo shock della guerra e il nuovo benessere. I suoi personaggi rappresentano l’altro lato del paese da cartolina disegnato dai film di Frank Capra e finiscono per incrinare il simbolo stesso dell’autorappresentazione del mito americano, quell’American Way of Life che ha trovato la sua esaltazione proprio nel cinema. Tra gli attori che tentano di dare voce e anima sullo schermo a quel sentimento collettivo Marlon Brando è quello che colpisce di più. Più di James Dean il cui mito nasce soprattutto dalla drammatica fine e, soprattutto, più di Montgomery Clift meno incline di Marlon a recitare con il corpo. Con lui vanno in pezzi i canoni di recitazione che fino a quel periodo hanno caratterizzato gli standard produttivi hollywoodiani e l’eroe cessa di essere un monumento inattaccabile di buoni sentimenti e di grandi ideali per diventare una sorta di essere mutante in cui anche l’ambiguità è una componente del fascino. Marlon Brando nasce a Omaha, nel Nebraska, il 3 aprile 1924. Figlio dell’attrice Jocelyn Brando ha alle spalle un’infanzia difficile all’interno di una famiglia problematica caratterizzata da tensioni tra i genitori e dagli sbalzi d’umore della madre alcolizzata. Dopo aver terminato gli studi regolari presso l’Accademia Militare del Minnesota, nel 1943 se ne va a New York dove frequenta la Nuova Scuola per la Ricerca Sociale. Proprio a New York fa il suo debutto in teatro con una compagnia di Long Island. Proprio in questo periodo frequenta corsi di danza con Katharine Dunham e, soprattutto, le lezioni dell’Actors’ Studio. La sua prima apparizione sul grande schermo è del 1950 con "Uomini - Il mio corpo d’appartiene" (The Men) di Fred Zinnemann. Fin da questa prima pellicola Brando impone, con i suoi silenzi e il suo “metodo” di recitazione, la personalità scostante e brusca, tipica dei suoi personaggi e della sua psicologia. Il primo Oscar arriva di lì a poco con "Fronte del porto" diretto da Elia Kazan, suo maestro all’Actors’ Studio. Si tratta di un film noir con forti implicazioni sociali e morali che ottiene ben sei Oscar e, presentato alla Mostra di Venezia, vince il Leone d’argento. Il tema della devianza, della rottura dei meccanismi del consenso e dell’insicurezza che nasce dall’approccio tra mondi diversi sono presenti in un film come "Il selvaggio" di John Benedek. Quando, nel 1954, Marlon Brando appare sugli schermi di tutto il mondo nei panni del capo indiscusso di una banda di motociclisti compie un’operazione del tutto nuova e inaspettata. L’invasione di una piccola città di provincia da parte di una banda di motociclisti non è diversa dalle invasioni spaziali che nello stesso periodo dilagano sugli schermi americani, da "La cosa da un altro mondo" di Howard Hawks e Christian Niby fino alla straordinaria metafora raccontata da Don Siegel ne "L’invasione degli ultracorpi". La differenza è che l’alibi della diversità non c’è. I motociclisti non sono creature aliene ma elementi provenienti dallo stesso corpo sociale degli abitanti della cittadina. Sono americani con la A maiuscola. I temi che pongono, cioè lo scarto tra l’ordine della conservazione e il disordine dell’evoluzione, una diversa concezione dei rapporti interpersonali tra i sessi e tutte le questioni che suggono alla razionale pianificazione del controllo sociale non possono essere esorcizzati dal racconto di una guerra tra razze diverse. Le razze sono le stesse, sono le idee che cambiano e Marlon Brando è l’immagine di questo cambiamento. Nella notte degli Oscar del 28 marzo 1973 Marlon Brando rifiuta di ritirare la preziosa statuetta, vinta per la sua interpretazione nel film "Il Padrino e va a rendere omaggio agli indiani d’America in segno di solidarietà con le loro rivendicazioni. Son passati quasi vent’anni da Fronte del Porto ma Marlon Brando non è cambiato. Negli Stati Uniti squassati da una mobilitazione senza precedenti contro la guerra del Vietnam e per i diritti civili, il mito dei giovani degli anni Cinquanta decide di stare dalla parte delle nuove generazioni. Se nella prima parte della sua carriera l’identificazione con i giovani ribelli era basata sulla sua diversa interpretazione del ruolo dell’attore visto come un soggetto in grado di restituire un significato più complesso della semplice interpretazione di un ruolo, in questo caso la sua presa di posizione appare ancor più sincera perché slegata dalla sua carriera cinematografica. Con quel gesto manda un messaggio preciso: Marlon Brando è un ribelle nella vita prima ancora che sullo schermo. Le nuove generazioni, figlie dei suoi primi ammiratori, capiscono il messaggio e si riconoscono in lui, magari contro i padri e le madri che in gioventù si erano identificati con il motociclista del selvaggio. Dopo i fasti de "Il Padrino", che seguono l’incontro con un altro mito del cinema come Charlie Chaplin del quale interpreta in non eccezionale "La contessa di Hong Kong" e il grande successo de "Gli ammutinati del Bounty" in molti si dilettano a commentare un preteso crepuscolo dell’antico ribelle. Non cambia il giudizio dei liquidatori neppure il grande successo di "Ultimo tango a Parigi". Il film scandalo di Bertolucci viene infatti derubricato dalla maggior parte dei detrattori come una sorta di narcisistico canto del cigno da parte di un attore ormai alla frutta. Lui non si cura delle critiche, anzi ci gioca accettando brevi e pagatissimi camei come l’interpretazione del padre di Superman nell’omonimo film del 1976. Quando nessuno se l’aspetta il leone torna a ruggire in maniera in equivoca dalle giungle di un Vietnam tanto sanguinoso quanto assurdo con l’indimenticabile interpretazione di "Apocalypse now!". Il film di Coppola mostra un Brando ingrassato al punto da mettere in discussione la stessa corporeità del proprio mito. La sublimazione dell’antico ribelle è completata. Brando diventa un’icona astratta, essenziale come un ideogramma, di una grandezza che lui stesso ha preferito distruggere prima di diventarne prigioniero. Nonostante qualche memorabile interpretazioni, come quella del dottor Moreau nella pellicola di John Frankenheimer, l’attore simbolo della ribellione e del rifiuto non vuole dare altro. Muore a Los Angeles, in California, il 1° luglio 2004

29 giugno, 2016

30 giugno 1936 – Tony Dallara, il caposcuola degli urlatori

Il 30 giugno 1936 nasce a Campobasso Antonio Lardera, destinato a diventare famoso con il nome di Tony Dallara. Figlio di Battista Lardera, un ex corista della Scala, cresce a Milano. Inizia a cantare nel 1954 con il nome d'arte di Tony Ellis nelle balere dell’hinterland del capoluogo lombardo dove viene notato dal discografico Walter Gurtler, che lo incoraggia a studiare musica e a migliorare il suo stile. Nell'ottobre del 1957 fa il suo debutto su etichetta Music e nel mese di gennaio del 1958 è già popolarissimo per una canzone destinata a restare nella storia della musica leggera italiana. Si intitola Come prima. È stata scritta da Vincenzo Di Paola, Alessandro Taccani e Mario Panzeri e tre anni prima è stata scartata dalla commissione esaminatrice dei brani per il Festival di Sanremo. Dallara l'interpreta nello stile terzinato dei Platters e vende in poche settimane più di 300 mila copie. Nel 1960 vince il Festival di Sanremo cantando, in coppia con Renato Rascel, Romantica un brano dello stesso Rascel. Nella stessa edizione presenta anche Noi, in coppia con Jula De Palma. Torna ancora sul palcoscenico sanremese nel 1961 con Un uomo vivo, in coppia con Gino Paoli e nel 1964 con Come potrei dimenticarti, insieme a Ben E. King. Dallara è uno dei protagonisti di un radicale cambiamento nella musica leggera italiana. Le sue interpretazioni scardinano l'ordine perfetto della melodia morbida e dei gorgheggi inventando uno stile che poi sarà stato ripreso da Mina e Celentano. Con lui nascono i cosiddetti "urlatori", cioè quei cantanti che si ribellano alla tradizione e che portano in Italia i nuovi ritmi legati al rock and roll. Personaggio tra i più popolari alla fine degli anni Cinquanta gira vari film musicale e vende milioni di dischi con brani come Ti dirò, Brivido blu, Julia, Ghiaccio bollente e Bambina bambina.

28 giugno, 2016

29 giugno 1959 – La Panhard PL17, nel nome la somma dei pregi

Il 29 giugno 1959 viene presentata alla stampa la nuova Panhard PL17. La sua storia è iniziata qualche anno prima. In casa Panhard la seconda metà degli anni Cinquanta inizia sotto il segno del rinnovamento anche per contrastare le voci su un’imminente crisi della casa automobilistica che si fanno sempre più insistenti. Già nei primi mesi successivi al lancio della Dyna Z, l’équipe di progettisti meccanici guidati dall’'ing. Delagarde e stilistici coordinarti da Louis Bionier inizia a lavorare al modello che dovrà sostituirla. A partire dal 1957 il progetto inizia a definirsi meglio. La sua sigla è V338. Viste le risorse limitate Bionier è costretto a rivedere le sue idee più innovative e a lavorare sulla struttura della Dyna trasformando in senso panoramico il parabrezza e il vetro posteriore, assottigliando i montanti del tetto che si fa anche più slanciato e inclinando maggiormente il cofano. Nel 1958 gli unici elementi rimasti della carrozzeria della Dyna Z sono la cassa e la cellula centrale. Il resto è nuovo. Quando la vettura è pronta c’è l’imbarazzo del nome. Inizialmente si pensa a Dyna Club, poi a Dyane e alla fine ci si orienta per un nome più corto e cifrato, come vuole la moda dell’epoca. Quale cifra scegliere? Semplice. Si sommano le cifre dei principali vantaggi della vettura e cioè, il consumo di 6 litri per 100 Km; i 6 posti di capienza consentiti dalle normative francesi, i 5 cavalli fiscali (in Francia) e il totale fa 17. Poi si aggiungono le lettere PL che richiamano il glorioso passato della casa quando le Panhard – Levassor dominavano gare e mercato. La nuova PL17 nasce nella primavera del 1959 e viene presentata alla stampa il 29 giugno, giorno di San Paolo, in omaggio a Paul Panhard. L’elemento curioso della vicenda è che nel giorno in cui fa la sua prima apparizione davanti alla stampa e alla clientela il nuovo modello dal punto di vista legale non esiste ancora, visto che la pratica per l’omologazione si conclude soltanto il mese dopo. Il prezzo di lancio è di 729.000 Franchi francesi per il modello base e 769.000 Franchi per la versione più ricca. Inizia così l’offensiva commerciale di Panhard destinata a lasciare di stucco tutti quelli che da tempo sostengono che la marca sia vicina all'estinzione. All'inizio della primavera del 1960 sulla vettura si operano con discrezione i primi cambiamenti. Tra i più importanti c’è l’inversione del senso di apertura delle porte anteriori e l’installazione di un indicatore di direzione sotto i fari anteriori. Come la Peugeot 403, la vettura che può considerarsi la sua diretta concorrente, anche la PL 17 viene prodotta in varie versioni. La più filante, quella che maggiormente fa sognare soprattutto i giovani francesi è proprio la Cabriolet. Nella primavera del 1961 la gamma si arricchisce di una versione economica che prende il nome di "Luxe" mentre il vecchio tipo "Luxe" cambia denominazione in "Grand Luxe". I punti d’eccellenza sono rappresentati dai modelli "Grand Standing" e "Tigre”. Nel 1962 la grande novità del 1962 è la PL 17 Relmax, con il quale Bionier affina il profilo della vettura ridandole un po’ di giovinezza. Le innovazioni danno nuova linfa alle vendite, anche se la storia della Panhard è arrivata agli sgoccioli. In più nel 1964 la Panhard mette in vendita la 24CT, un modello che di fatto fa concorrenza alla stessa PL17. Agli inizi del 1965 la casa automobilistica si fonde con la Citroën. La prima conseguenza della fusione è la decisione di cessare la produzione delle berline PL17 per evitare di avere in catalogo due vetture sostanzialmente concorrenti. L’ultima PL17 esce dalle catene di montaggio alla fine del mese di maggio.