30 ottobre, 2016

31 ottobre 1968 – MC5, i cinque della città dei motori

Il 31 ottobre 1968 gli MC5, uno dei gruppi più politicizzati ed eversivi del rock statunitense, tengono un concerto a Detroit che segna per sempre la loro storia. Il materiale registrato nel corso dell’esibizione verrà pubblicato nel loro primo, splendido e insuperato album Kick out the jams, destinato a farli uscire dall’anonimato, ma anche a rappresentare l’avvio di un lungo calvario costellato da prevaricazioni e aperte persecuzioni politiche. La loro storia inizia nel 1967 quando nella città industriale di Detroit, dove c’è un movimento operaio organizzato e strutturato, la protesta giovanile tende a superare il semplice pacifismo e l’avversione alla guerra del Vietnam per mettere in discussione la società in cui vive. Gli obiettivi e il quadro di riferimento portano i giovani politicizzati della “città dei motori” a muoversi in una dimensione molto diversa da quella degli ingenui e folcloristici hippies della California. In quel periodo, infatti, il movimento studentesco di Chicago tenta di saldarsi a pezzi di classe operaia e di proletariato urbano bianco e nero su parole d’ordine che vanno oltre il semplice rifiuto della guerra e la resistenza passiva. In questo laboratorio nasce il White Panthers Party, un’organizzazione politica d’estrema sinistra che si dichiara guevariana e, nonostante le inevitabili ingenuità, marxista e apertamente anticapitalista. Uno dei suoi dirigenti, John Sinclair, intuisce che il rock è il mezzo di comunicazione più immediato per parlare alle nuove generazioni e affida il compito di diffondere il messaggio politico del movimento a un gruppo musicale: gli MC5, una sigla che significa Motor City Five (i cinque della città dei motori). La band è formata dal cantante Rob Tyner, dal bassista Michael Davis, dal batterista Dennis Thompson e dai chitarristi Fred “Sonic” Smith e Wayne Kramer. Sulle ali di un rock violentissimo i cinque portano in tutti gli Stati Uniti il messaggio antagonista delle “pantere bianche”. Il successo è tale che, all’inizio del 1969, la Elektra Records pubblica il loro primo album, Kick out the jams, registrato dal vivo, appunto, nel concerto di Detroit del 31 ottobre 1968. All’apice della popolarità diffondono idee di rivolta e fanno a pezzi sul palco la bandiera a stelle e strisce, ma la loro azione non finisce lì. Ogni concerto diventa un’occasione per reclutare nuovi aderenti al movimento che nato come un’esperienza locale, rischia di espandersi a macchia d’olio in tutti gli States. La reazione non si fa attendere. Contro il gruppo parte una campagna di stampa senza paragoni, mentre l’FBI mette sotto stretto controllo i cinque musicisti. Vengono diffuse foto che li riprendono in atteggiamenti intimi con le loro compagne, si raccolgono petizioni e, soprattutto, si chiede all’Elektra di ritirare dal mercato l’album, ritenuto indecente e offensivo. La casa discografica per qualche tempo tiene duro, anche perché il disco vende bene, ma poi è costretta a cedere alle pressioni. Il 16 aprile 1969 licenzia il gruppo e ritira l’album. È la fine. Mentre il White Panthers Party è bersagliato da più parti, la polizia “trova” addosso a Sinclair due sigarette di marijuana che gli costano una condanna a ben cinque anni di carcere. Due anni dopo John Lennon scriverà sulla vicenda il brano John Sinclair. Nel 1970 gli MC5 tentano invano di continuare “ammorbidendo i toni” con un paio di album di scarso significato. Di loro non si parla più fino al 17 settembre 1991, quando l’ex cantante Rob Tyner muore d’infarto a Detroit e un gruppo imponente di vecchi militanti delle Pantere Bianche lo accompagna nell’ultimo viaggio. I giornali riparlano della storia del gruppo. Nel suo testamento chiede che la T-shirt indossata nei concerti degli MC5 venga seppellita con lui. L’emozione per le vicende della band si trasforma in un’occasione d’oro per il music business. Un mese dopo la sua morte l’album maledetto, Kick out the jams, viene ripubblicato in CD con la stessa copertina di quello ritirato dal mercato. Son passati vent’anni e, cessata la pericolosità sociale del loro messaggio, gli MC5 diventano un business per gli stessi che avevano deciso di condannarli all’oblio. Tre anni dopo ci sarà una nuova ondata d’affari sulla loro pelle quando, il 4 novembre 1994, morirà anche il chitarrista Fred “Sonic” Smith, divenuto collaboratore, consigliere e marito di Patti Smith. All’alba del duemila i sopravvissuti tenteranno di rimettere insieme la band per una serie di concerti sull’onda della nostalgia.

30 ottobre 1984 – Linda e la Bohème

Molta curiosità circonda “La Bohème” in programma il 30 ottobre 1984 al Public Theatre di New York. I biglietti sono esauriti da giorni per quello che, con un po’ di esagerazione, è stato definito “l’avvenimento musicale dell’anno”. La ragione di tanto interesse è il debutto lirico, nel ruolo di Mimì, di Linda Ronstadt, uno dei più emblematici personaggi della scena musicale statunitense degli anni Settanta. Nata nel 1946 a Tucson, in Arizona, a diciott’anni se ne va a Los Angeles in cerca di fortuna con una chitarra, una voce dal timbro caldo e una bellezza intrigante. Il primo successo discografico è Different drum, un brano scritto dall'ex Monkees Mike Nesmith e interpretato insieme alla sua band di quel periodo, gli Stone Poneys e nel 1973 riceve il suo primo disco d’oro per le vendite dell’album Don't cry now. Da quel momento la sua carriera prende il volo. Coccolata dai migliori autori californiani che le costruiscono addosso una lunga serie di brani di successo, rischia di farsi travolgere dalla popolarità. A partire dalla fine del 1977 il suo nome scivola dalle rubriche musicali dei giornali alle pagine di cronaca e per tre anni non pubblica alcun disco, se si eccettua l’album dal vivo Living in the USA. In una sorta di gioco al massacro i media statunitensi la descrivono o come una paranoica in preda a frequenti crisi psichiche o come una tossicodipendente obbligata a periodici interventi di chirurgia plastica per suturarsi le narici bucate dalla cocaina. Si parla a lungo anche di un suo il suo flirt con il governatore della California Jerry Brown, candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, e pian piano la sua attività musicale diventa uno sbiadito ricordo del passato. In realtà Linda sta meditando scelte diverse. È alla ricerca di nuove strade e nel 1980, tra la sorpresa generale, fa il suo debutto teatrale nel musical "The pirates of Penzance". Il ritorno sulle scene segna anche la ripresa della produzione discografica con album diversi dal passato, più maturi e strutturati in modo da consentire alla sua voce di sperimentarsi in generi e stili diversi. Liberatasi dalla prigionia di un genere decide di misurarsi anche con il melodramma. La critica le è al fianco e il pubblico la segue con simpatia. Per questo la sera del 30 ottobre 1984 sono in molti ad applaudire la sua nuova sfida.

29 ottobre, 2016

29 ottobre 1979 – Ad Hatfield non si scappa più!

Il 29 ottobre 1979 vengono rilasciati i giovani arrestati un paio di giorni prima ad Hatfield, una cittadina a pochi chilometri da Londra. Accolti da un centinaio di ragazzi e ragazze con gli occhi lucidi vengono portati in trionfo. I fatti che hanno portato al loro arresto risalgono al 27 ottobre, quando ad Hatfield viene programmato un concerto ska delle bands della casa discografica autogestita 2-Tone. L’etichetta è l’emblema della sinistra giovanile britannica e bersaglio preferito delle frange violente dell’estrema destra organizzate sotto varie sigle, la più consistente delle quali è il National Front. Il raduno del 27 ottobre è classificato “ad altissimo rischio” dalle forze dell’ordine oltre che per la presenza in cartellone di tre bands esplosive come Specials, Madness e Selecter, per le esplicite minacce del National Front che accusa il concerto essere “un raduno di drogati, froci, negri, meticci e bianchi imbastarditi”. Quando salgono sul palco i Selecter stanno ancora arrivando alla spicciolata gruppi di ragazzi e ragazze “filtrati” da un imponente schieramento di polizia. Ben presto l’atmosfera si riscalda e la musica spazza via la tensione. Tocca ai Madness e sul palco arrivano i primi sassi. Organizzati in piccoli gruppi coordinati tra loro, gli estremisti di destra hanno saltato il cordone della polizia e aggrediscono con violenza selvaggia i giovani spettatori. Nell’aria volano bottiglie mentre la folla si accalca sotto il palco alla ricerca di una via di fuga. Mike Barson, il leader dei Madness, tenta di calmare gli animi quando un ragazzo gli ruba il microfono e urla con quanto fiato ha in corpo: «Io non ne posso più di questi bastardi. È ora di capire che non si può andare avanti così. Chi scappa è un coniglio e verrà sempre trattato da coniglio…». Le parole hanno l’effetto di una scossa elettrica. Anche i componenti dei gruppi si buttano nella mischia. La reazione sorprende gli estremisti di destra che iniziano ad arretrare verso il cordone della polizia, immobile e inattivo. Gli scontri, violentissimi, durano meno di un’ora e si concludono con la fuga dei neofascisti. La polizia, accusata dai giovani di essere complice degli aggressori, dà una dimostrazione della sua efficienza operando un centinaio di fermi, dieci dei quali tramutati, qualche ora dopo, in arresto. Il 29 ottobre con il trionfale rilascio dei ragazzi arrestati si chiude l’episodio.

27 ottobre, 2016

28 ottobre 1965 – My generation

Il 28 ottobre 1965 gli Who terminano la registrazione di My generation, il loro terzo singolo dell'anno. Il gruppo composto da Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle e Keith Moon è ormai divenuta il simbolo dei giovani delle grandi periferie industriali. Rissosi e provocatori interpretano fino in fondo il ruolo di alfieri del movimento Mod. Osteggiati dalla grande stampa che non nasconde la sua antipatia per questo gruppetto di violenti e oltraggiosi strumentisti, i quattro non perdono occasione per fornire nuovi argomenti di scandalo. Litigiosi come pochi non mascherano i momenti di tensione interna e, a volte, finiscono per insultarsi e scazzottarsi sul palco nel corso dei concerti. I loro manager, Kit Lambert e Chris Stamp, faticano le proverbiali sette camicie per tenere insieme una band che quasi ogni giorno annuncia il suo scioglimento. Come se non bastasse, poche settimane prima di iniziare a lavorare al nuovo disco, stanchi di essere considerati come una sorta di "animali da esposizione", a un malcapitato giornalista che chiedeva se si fossero mai drogati con le "pasticche blu", le amfetamine, prima di salire sul palco, Pete Townshend ha risposto con aria strafottente: «Prima di salire su un palco no, perché noi siamo sempre drogati». Con queste premesse la realizzazione del terzo singolo appariva, a dir poco, ardua. Invece in quel 28 ottobre 1965 i quattro realizzano un brano destinato a entrare nella storia del rock. Più della musica è il testo che determina il suo successo. Versi come «La gente cerca di buttarci giù solo perché siamo in giro/le cose che fanno sono spaventosamente fredde/spero di morire prima di diventare vecchio/sto parlando della mia generazione» interpretano più di tanti trattati sociologici il malessere diffuso e la voglia di cambiare di una generazione che si sta affacciando alla storia. Non tutti i critici, prevenuti nei confronti della band, si accorgono del valore del brano. C'è chi ne predice il rapido oblio e c'è anche qualche "esperto" che scambia l'effetto feedback della chitarra elettrica di Townshend per un difetto d'incisione. Nonostante il successo del brano il gruppo sembra arrivato al capolinea. Dopo una lite più violenta del solito Pete Townshend caccia il cantante Roger Daltrey. Tutto tornerà a posto anche perché il futuro King Crimson Boz Burrell, contattato per la sostituzione, risponde che non intende far parte di una «band di pagliacci». Un altro che ha capito tutto.

27 ottobre 1973 - Tina lascia Ike

Il 27 ottobre 1973 con il brano Nutbush city limits il duo formato da Ike & Tina Turner entra per l'ultima volta nella classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti. È l’ultimo successo commerciale del duo, cui seguiranno solo successi di Tina come solista. Il brano, un omaggio a Nutbush, nel Tennessee, città natale della cantante, viene pubblicato quando i rapporti tra i due stanno rapidamente deteriorandosi fino al punto di non ritorno. In un'intervista concessa a Kurt Loder dieci anni dopo Tina ricorderà quel periodo come uno dei peggiori della sua vita: «Da una parte le cose andavano bene, vendevamo dischi, eravamo molto richiesti e ai concerti c'era sempre un sacco di gente; nella vita privata, invece, tutto andava a rotoli. Ike mi trattava malissimo e aveva iniziato a drogarsi pesantemente». La crisi finisce con la decisione della cantante di andarsene, incapace di reggere il calvario in cui si è trasformato il loro matrimonio: litigi, periodi di depressione e botte, tante botte. Il giorno che se ne va da casa ha con sé la cifra di trentasei centesimi e una borsa con qualche vestito. Per un po' Ike si vendicherà telefonandole nel cuore della notte, incendiando la sua auto e sparando contro la sua nuova casa, poi i suoi problemi personali conditi con alcol e cocaina finiranno per travolgerlo e chiudere definitivamente la vicenda. Tina dovrà ricominciare da capo la sua carriera accettando di esibirsi in locali di quart'ordine o nelle feste d'inaugurazione dei centri commerciali. In quel periodo nessuno sembra disposto a scommettere sulla sua ripresa. Uno solo, il giovane manager australiano Roger Davies tenterà l'impresa di riportarla agli antichi fasti. Ci riuscirà e dieci anni dopo con Nutbush city limits il suo nome tornerà in classifica.

25 ottobre, 2016

26 ottobre 1965 – I Beatles, quattro baronetti imbarazzanti

Il 26 ottobre 1965 i Beatles vengono ufficialmente insigniti del titolo di Baronetti dalla regina Elisabetta nella Sala del Trono di Buckingham Palace. Fin dal primo annuncio, avvenuto il 12 luglio, la loro investitura ha suscitato un putiferio. A complicare la vicenda contribuiscono anche le dichiarazioni dei quattro, in particolare di John Lennon e di Ringo Starr. Il primo manifesta la sua incredulità ai giornalisti mettendo in dubbio la notizia: «Baronetti? Non ci credo. Credevo fosse indispensabile guidare carri armati e vincere guerre». Il secondo commenta con sarcasmo «C'è una vera medaglia, no? Me la terrò per metterla quando sarò vecchio». Le polemiche sono, quindi, inevitabili. In prima fila nel tentativo di impedire la "profanazione" c'è la nobiltà, ma non mancano reduci di guerra, eroi della RAF e indignati vari che si sono dichiarati disposti a riconsegnare le loro onorificenze per protesta. Tutto è stato inutile. Il 26 ottobre i Beatles diventano Baronetti. Nel corso della cerimonia ufficiale i quattro ragazzi di Liverpool appaiono un po' alterati. Sono eccitati e confusi e per tutta la durata del lungo cerimoniale si comportano in modo decisamente fuori dalle regole. Scambiano battute e sottolineano con commenti divertiti i vari passaggi dell'investitura. Sembra un quadro irreale. Da una parte quattro ragazzi dall'aria stralunata e dall'altra una lunga fila di parrucconi in alta uniforme. Si arriva al culmine del paradosso quando la regina Elisabetta si rivolge direttamente ai Beatles con una domanda banale: «Da quanto tempo siete insieme?». I quattro si guardano per qualche secondo l'un l'altro senza spiaccicare parola, mentre la regina, con un sorriso educato stampato in volto attende paziente la risposta. Alla fine l'imbarazzante silenzio viene rotto dalla voce di Ringo Starr che, con voce impastata, risponde «Da quarant'anni!» mentre i suoi compagni sghignazzano divertiti. Per evitare ulteriori incidenti la cerimonia si avvia rapidamente alla fine. I Beatles escono dal palazzo reale esibendosi per i fotografi in una serie di divertenti gags. La loro eccitazione appare un po' troppo sopra le righe e qualche giornalista avanza il dubbio che non sia "naturale", ma nessuno lancia aperte accuse. A togliere ogni dubbio ci penseranno gli stessi Beatles che, qualche tempo dopo, riveleranno di aver fumato marijuana «per rilassarsi e vincere l'emozione prima della cerimonia» nei gabinetti di Buckingham Palace

25 ottobre 1992 - Sinead Brigade: il Papa è il tuo nemico

Il 25 ottobre 1992 una piccola folla di ragazze e ragazzi mascherati si ritrova davanti alla cattedrale cattolica di Saint Patrick a New York. Hanno la faccia coperta da una maschera che riproduce le sembianze della cantautrice irlandese Sinead O’Connor e cantano in coro le sue canzoni. Sono i giovani delle "Sinead Brigade", e stanno ai fans dell'artista come gli ultrà delle curve stanno ai tifosi delle squadre di calcio. Per loro Sinead O'Connor è una fede, le sue parole sono Vangelo e i suoi comportamenti un modo per dar voce alla ribellione contro il perbenismo. La manifestazione sembra destinata a esaurirsi rapidamente. I poliziotti vigilano sul gruppetto che, al di là della singolare mascherata, non pare costituire un pericolo. Per un po', infatti, se ne stanno buoni buoni tutti in gruppo a cantare le loro canzoni, ma poi, quasi a un segnale convenuto, si alzano in piedi simultaneamente, alzano le braccia e strappano tante foto a colori del Papa urlando «Combatti il tuo vero nemico». I passanti e i frequentatori della cattedrale cattolica protestano energicamente invocando a gran voce l'intervento della polizia. A risultato raggiunto il gruppetto se la squaglia. La manifestazione, infatti, voleva soltanto manifestare solidarietà a Sinead O’Connor che venti giorni prima nel corso del programma televisivo statunitense “Saturday night live” aveva strappato in diretta una foto del papa pronunciando la stessa frase ripetuta dai giovani delle "Sinead Brigade": «Combatti il tuo vero nemico». Il gesto suscita un coro di indignazione da parte di moltissime comunità cattoliche di tutto il mondo. La O'Connor, anche lei cattolica, tenta di spiegare che l'atto non è rivolto contro l'autorità spirituale del Papa, ma contro la sua politica temporale. La messa al bando delle sue canzoni dalle radio e televisioni statunitensi provoca la risposta delle "Sinead Brigade". I ragazzi e le ragazze hanno semplicemente voluto farle sapere che sono con lei.

23 ottobre, 2016

24 ottobre 1967 - I Byrds cacciano David Crosby

Il 24 ottobre 1967 il chitarrista David Crosby lascia i Byrds. Non se ne va di sua volontà, ma dopo una lunga lite conclusasi con un licenziamento accompagnato da una regolare buonuscita. Nel giro di un anno il nucleo storico di una delle band più impegnate sul piano sociale si è più che dimezzato. Tre dei cinque fondatori se ne sono andati. Il primo a lasciare la band era stato Gene Clark, che con Rodney Dillard aveva dato vita ai Dillard & Clark, un'esperienza che confluirà poi nei Flying Burrito Brothers. Qualche mese dopo l'aveva seguito il batterista Michael Clarke, sostituito nella formazione dei Byrds da Kevin Kelly. Le due defezioni, però, pur segnalando una certa turbolenza nei rapporti interni al gruppo, non avevano assunto lasciato segni particolari. Nel caso di David Crosby non è così. La lacerazione implicita nel concetto di "licenziamento" fa emergere un dissenso sostanziale sulle scelte musicali. A due anni dalla pubblicazione della dylaniana Mr. Tambourine man il gruppo, infatti, cedendo alle richieste dei discografici, sta per cambiare indirizzo. La tiepida accoglienza riservata dal pubblico a due album sperimentali come Fifth dimension e Younger than yesterday ha convinto il leader della band Roger McGuinn della necessità di cambiare registro: basta con l'impegno. Crosby non è d'accordo e lo fa capire subito. In sala di registrazione si rifiuta di cantare e suonare un paio di brani disimpegnati chiedendo che vengano sostituiti. Ogni tentativo di fargli cambiare idea è inutile. McGuinn chiede agli altri componenti della band di esprimersi in merito spiegando che la svolta è necessaria per garantire la sopravvivenza dei Byrds. In sostanza pone una "questione di fiducia". Crosby non gliela dà e viene licenziato. Al suo posto arriverà Gram Parsons. David Crosby si avvierà su una nuova strada e darà vita con Graham Nash e Stephen Stills a un supergruppo destinato a lasciare più di un segno nella storia della musica rock.

23 ottobre 1982 - Il brano di scorta dei Culture Club

Il 23 ottobre 1982 Do you really want to hurt me dei Culture Club arriva al vertice della classifica britannica dei singoli più venduti. Dopo due insuccessi la band nata un anno prima dalle ceneri dei Sex Gang Children conquista inaspettatamente il pubblico. Tutto accade quasi per caso. Pochi mesi prima il gruppo composto dal carismatico cantante Boy George, all'anagrafe George O'Down, dal chitarrista Roy Hay, dal bassista Mickey Craig e dal batterista Jon Moss, l'unico con alle spalle qualche collaborazione di rilievo (con i Damned e i Clash) ha faticato non poco per Trovare una casa discografica. L'unica disposta a metterli sotto contratto è stata la Virgin. I ragazzi hanno una grande fiducia nella loro formula musicale, un pop leggero e intelligente con venature reggae, ma i primi due singoli, White boy e I'm afraid of me sono passati quasi inosservati. L'unico elemento di novità è l'attenzione dei media nei confronti di Boy George, alfiere di una sessualità totale con atteggiamenti da primadonna che si presenta sul palco in rutilanti e carnevaleschi abiti femminili. Nonostante lo scarso successo del gruppo il ragazzo riesce a conquistarsi spazio sulle riviste "pettegole" alla perenne ricerca di morbose novità da proporre al pubblico. È proprio per sfruttare questa attenzione dei media che un disk jockey della BBC decide di chiedere alla band quattro brani tra cui scegliere la sigla del suo programma. I Culture Club accettano ma hanno un problema: fino a quel momento il loro repertorio originale si compone soltanto di tre brani. Che fare? Si chiudono in sala di registrazione e registrano di getto un reggae accattivante di poche pretese ma di grande orecchiabilità. È Do you really want to hurt me. Proprio questo brano di scorta, scritto e inciso quasi per caso porta il gruppo al successo. Iniziano così le fortune dei Culture Club, una band destinata a restare, con le sue canzoni e con i suoi eccessi, nella storia del pop mondiale.

21 ottobre, 2016

22 ottobre 1967 – Ravi Shankar: lasciatemi in pace, non sono una rockstar!

Il 22 ottobre 1967 in un'intervista rilasciata al New York Times l’indiano Ravi Shankar, che tiene lezioni di sitar all'Università di New York, esprime il suo fastidio per le eccessive attenzioni cui lo sottopongono i media e minaccia di sospendere il corso. Il clamore suscitato attorno a lui disturba il suo lavoro. «Prima di essere uno strumento musicale, il sitar è una porta per conoscere la millenaria cultura del mio paese». Invece sempre più spesso le sue lezioni si trasformano in un chiassoso appuntamento per ragazzi attirati non dalla musica e neppure dalla strordinaria cultura che in essa si esprime, ma dal personaggio dello “strumentista che ha suonato con i Beatles”. La stessa università ha chiaramente puntato sulla sua popolarità a scopo promozionale, accettando di aprire i suoi corsi (a pagamento) a chiunque ne facesse richiesta. Le lamentele e, soprattutto, la minaccia di andarsene, sono destinati a ottenere il risultato voluto selezionando gli studenti ammessi sulla base della preparazione culturale e musicale. La vicenda suscita un clamore sproporzionato per un musicista che non è un ragazzino e non ha nulla della rockstar. Nato nel 1920 a Benares, in India, Ravi Shankar, figlio di un bramino ortodosso indù, si dedica alla musica fin da piccolo girando il mondo con la compagnia di musica e danza del fratello maggiore Uday. A diciannove anni torna in India per imparare dal maestro Baba Khan la difficile arte del sitar, lo strumento fondamentale della musica indù. Scoperto da George Harrison, appassionato di filosofia orientale, accetta di insegnargli i primi rudimenti della sua arte. Nel 1967, dopo l'inserimento del sitar nel tessuto strumentale del brano Within you without you dei Beatles, l'interesse del pubblico per la musica orientale tocca l’apice e Ravi Shankar si trova al centro dell’attenzione. Personaggio schivo e riservato, il musicista vede nella popolarità un mezzo per far conoscere la cultura musicale indiana all’occidente. Si considera, però, più uno studioso che un personaggio pubblico e raramente accetta di mescolarsi con generi diversi dal suo. Quando lo fa si ritaglia uno spazio particolare come accade al Festival di Monterey o a quello di Woodstock. Le sue registrazioni vengono raccolte in vari dischi, alcuni dei quali di notevole importanza nel campo delle ricerca sulla tradizione musicale indù.

20 ottobre, 2016

21 ottobre 1962 – Monette, la regina del musical nero

Il 21 ottobre 1962 muore a Garden Grove, in California, la sessantenne cantante e pianista Monette Moore, una delle principali protagoniste delle riviste nere di Harlem anche con i nomi d'arte di Nettie Potter, Susie Smith, Grace White ed Ethel Mayes (da non confondere con l’Ethel Mayes che lavorò durante gli anni Venti con i Georgia Smart Set Minstrels). Sono più di trenta le riviste e le commedie musicali che la vedono protagonista nel corso della sua carriera. Altrettanti, se non di più, sono gli album pubblicati. Idolatrata dal pubblico nero, non gode di identica popolarità presso la critica bianca, che per molto tempo la considera una sorta di sottoprodotto destinato alla gente dei ghetti. Dovranno passare una decina d'anni dalla sua morte perché anche i critici dal viso pallido inizino a rivalutare questa passionale interprete del blues urbano. La sua originalità consiste nella suggestiva alternanza di canto e momenti parlati all'interno dello stesso brano, che diventa quasi una piccola opera sospesa a metà tra canzone e affabulazione. L'esempio più famoso in questo senso è la sua esecuzione di "Burgundy street blues" in cui, accompagnata dal clarinettista George Lewis, guida gli ascoltatori lungo le strade rumorose, vive e animate del quartiere francese di New Orleans. Nata a Gainesville nel Texas nel 1902, inizia presto a vagabondare nei locali destinati rigorosamente a un pubblico nero dalle norme separatiste degli Stati del Sud. Nel 1923 registra il suo primo disco a New York per la Paramount accompagnata al pianoforte da Clarence Johnson. Il suo primo grande successo ad Harlem è legato alla commedia musicale "Lucky Sambo", in cartellone per molto tempo al Colonial Theatre. Le cronache dell'epoca parlano di lei anche come della "vedette" dell’orchestra di Charlie Johnson allo Small’s Paradise di New York. A partire dal 1931 è la regina indiscussa del teatro nero di rivista dopo lo straordinario successo della "Happy go lucky revue" con l’orchestra di Lucky Millinder. Per tutti gli anni Trenta e Quaranta la sua attività si svolge prevalentemente tra New York e Chicago Nel 1949 si trasferisce in California, un po' per il clima e un po' perché riceve un'allettante proposta dal Las Palmas Theatre. Ci resterà fino alla fine dei suoi giorni. Poco tempo prima di morire il pubblico americano la vede al fianco di Louis Armstrong nello spettacolo televisivo "Wonderful world of color".

19 ottobre, 2016

20 ottobre 1964 - Parigi brucia per gli Stones

Il 20 ottobre 1964 i Rolling Stones suonano all'Olympia di Parigi. Il pubblico francese, che aveva accolto con freddezza i Beatles, impazzisce letteralmente per la band di Mick Jagger e Keith Richards. In particolare l'arrivo degli Stones fa convergere verso il centro della città migliaia di ragazzi provenienti dalla periferia che, impossibilitati a entrare, si scatenano in una lunga guerriglia urbana con la polizia. I tabloid inglesi ne danno notizia senza enfasi, quasi con noia: «I Rolling Stones suonano all'Olympia di Parigi e scoppiano i soliti tumulti tra fans e polizia». Eppure quelli di Parigi non sono i «soliti tumulti», ma la dimostrazione della capacità del gruppo di incendiare la rabbia e il senso di frustrazione di una generazione che pochi anni più tardi tenterà di dare la scalata al cielo. Quelli di Parigi non sono i «soliti tumulti» neppure per qualità. A iniziare la battaglia con la polizia sono, senza alcun dubbio, i giovani rimasti fuori dall'Olympia, ma ben presto essi ricevono manforte anche dai "privilegiati", quelli che sono riusciti a entrare. Scatta, generale, la solidarietà. La battaglia dura molte ore e pian piano si allarga di fuori della zona del teatro. Nelle ore successive al concerto sono decine le bande di ragazzi e ragazze, spesso giovanissimi, che attraversano i boulevard lanciando tavoli, sedie, segnali stradali e ogni oggetto possibile contro le vetrine dei negozi. Alla fine il bilancio sarà di oltre centocinquanta persone arrestate. Uno dei pochi a tentare di capire il “fenomeno Stones” sarà Tom Wolfe, che li definirà “spauracchio della borghesia” e spiegherà il legame istintivo con gli strati più emarginati della società con il fatto che «i Rolling Stones provengono dai bassifondi della vita, un cono d’ombra che per anni è stato il regno degli outsider dell’arte e della fotografia, abitato da poveri ragazzi» che proprio nella musica della band trovano la scintilla necessaria a incendiare la loro rabbia.

18 ottobre, 2016

19 ottobre 1978 – Le Slits: un maschio nel gruppo? Pazienza!

Il 19 ottobre 1978 le Slits, una delle rarissime band interamente femminili del punk britannico, restano senza batterista. Se ne va, infatti, la spagnola Palm Olive, che fino a quel momento s’è occupata di tamburi, piatti, rullante e charleston. Tocca alla sedicenne cantante Ari Up, all’anagrafe Arianna Foster, tentare di risolvere un problema che rischia di chiudere la breve storia del gruppo. Nonostante la giovane età è lei la leader della band che ha formato nel 1976, quando aveva solo quattordici anni, con Palm Olive, la chitarrista Kate Korus e la bassista Suzy Gutsy. Provocatorie e aggressive le Slits sono ormai uno dei gruppi di culto della scena punk di quel periodo, alla pari con i Sex Pistols o i Clash. La defezione di un componente è, in genere, un problema facilmente risolvibile per qualunque gruppo, ma non per le Slits. Innanzitutto perché non sono molte le donne che suonano la batteria e poi perché nessuna di quelle in circolazione se la sente di entrare a far parte di una band divenuta famosa per la sua carica provocatoria. D’altra parte il gruppo non può permettersi di aspettare molto tempo, perché già nella settimana successiva ha in programma una serie di esibizioni che prevedono il pagamento di una penale in caso di rinuncia. Il sostituto ci sarebbe, ma è un maschio. È Budgie, il batterista degli Spitfire Boys. Il ragazzo, disposto a unirsi immediatamente alle Slits, conosce a memoria le loro canzoni e supera brillantemente il provino cui viene sottoposto. Nonostante ciò non è facile da digerire per le tre fondatrici l’idea che un uomo “contamini” una band che ha tra gli elementi principali della sua immagine quello di essere interamente femminile. In più il nome Slits (fessure) è equivoco e ammiccante al limite della volgarità solo se le componenti del gruppo sono donne, altrimenti diventa un nome come un altro. D’altra parte non c’è scelta. O si accetta il batterista maschio o si chiude. Mentre le sue due compagne stanno ancora arrovellandosi sul problema, Ari Up, come al solito la più decisa del gruppo, taglia corto e annuncia alla stampa che la storia delle Slits continuerà anche dopo la fuga di Palm Olive. «La batteria? Non è più un problema, il nostro gruppo ha già un nuovo elemento. Sa suonare e garantisce continuità al nostro lavoro. Purtroppo è un maschio. Pazienza, in giro non c’è altro…»

17 ottobre, 2016

18 ottobre 1976 – La TV inventa Billy Idol

Il 18 ottobre 1976 William Broad, l'ex studente che ha abbandonato la facoltà di letteratura inglese all'università del Sussex insieme al suo amico Steve Severin per vivere da vicino l'avventura del punk si trova per la prima volta su un palco. Il ragazzo, che da quando è entrato a far parte del Bromley Contingent, l'organizzazione che raggruppa i fans dei Sex Pistols, ha cambiato il suo nome in Billy Idol, viene costretto quasi con la forza a esibirsi per esigenze televisive con una chitarra in mano insieme ai Chelsea, una band hardcore dalla formazione variabile capitanata da Gene October. L'improvvisato concerto ha l'unico scopo di aggiungere colore a un servizio televisivo sui fans dei Sex Pistols. Accanto a lui e a October ci sono Tony James, già bassista dei London S.S. e futuro componente dei Sigue Sigue Sputnik, e il batterista John Towe. Il risultato di questa improvvisata accozzaglia di musicisti è talmente devastante che October la sceglie come nuova formazione dei Chelsea. L'esperienza non durerà molto, ma sarà l'inizio della carriera musicale di uno dei protagonisti più discussi del movimento punk. Dopo un paio di mesi, infatti, Billy Idol lascerà, insieme a Tony James i Chelsea per dare vita, con l'apporto del chitarrista Bob Andrews e del batterista Mark Laff ai Generation X, una band il cui nome, scelto dallo stesso Billy, è ispirato al titolo di un libro di sociologia trovato nella biblioteca di sua madre. Il gruppo pubblicherà il singolo Your generation, una sorta di manifesto della generazione punk che vuole contrapporsi alla mitica My generation degli Who, simbolo della ribellione degli anni Sessanta. Il loro destino sarà, però, troppo condizionato dalla volubilità e dal desiderio di stupire del leader. Progressivamente la produzione dei Generation X, che cambieranno nome in Gen X alla fine degli anni Settanta, scivolerà verso strade sempre più commerciali e finirà nel gennaio del 1981 quando Billy Idol sceglierà di continuare da solo lasciando la Gran Bretagna e trasferendosi a New York. Qui il furbo manager Bill Aucoin lo trasformerà in un interprete di successo. L'avvento della musica dance lo vedrà tra i protagonisti e i suoi atteggiamenti trasgressivi finiranno per diventare soltanto un elemento aggiuntivo nella rutilante campagna d'immagine del suo personaggio. Alla fine degli anni Ottanta dopo un terribile incidente motociclistico interpreterà una parte minore nel film di Oliver Stone sui Doors.

17 ottobre 1962 – Rubberlegs, la voce e le gambe della tap dancing

Il 17 ottobre 1962 muore a cinquantacinque anni, a New York, per collasso cardiaco, Henry Williams, da tutti conosciuto con il nome di Rubberlegs, uno dei personaggi più amati dello spettacolo nero statunitense. Cantante ed elegante ballerino di tap dancing nasce ad Atlanta, città nella quale debutta nel 1918, a soli undici anni, come bambino prodigio alla Lizzie Murphy's Sporting House. La sua voce ma, soprattutto, il suo talento istintivo nel ballo, attirano l'attenzione degli impresari. L'anno dopo viene scritturato, sia pur con un contratto non molto remunerativo, dalla Bobby Grant's Female Impersonators Revue con la quale gira per i teatri neri del Sud degli Stati Uniti. Negli anni successivi, quando la sua voce inizia a mutare timbro abbandona il personaggio del bambino prodigio, ma non le scene. Dopo aver vinto una gara di charleston entra a far parte degli artisti sfruttati dal circuito dalla T.O.B.A. (Theatre Owners Booking Agency), la famigerata agenzia fondata nel 1907 da un gruppo di italoamericani che approfitta dell'apartheid degli Stati del Sud per gestire teatri riservati soltanto al pubblico nero. Lo sfruttamento non piega la volontà di Rubberlegs che nel 1926, dopo una lunga serie di faticose tournée, approda al "Cotton Club" di New York e da quel momento lavora moltissimo come cantante, ballerino, entertainer, ecc. Il teatro nero di rivista ne fa una star. Il suo volto sorridente, le sue gambe in movimento diventano popolarissimi nei ghetti delle grandi città. Nel 1937 gli tocca il ruolo più difficile della sua vita: cantare ai funerali della sua amica Bessie Smith, morta per le ferite riportate in un incidente stradale perché gli ospedali ne hanno rifiutato il ricovero a causa del colore della sua pelle. Negli anni del dopoguerra arrivano i primi problemi di salute. Dà retta ai medici che lo consigliano di prendere pian piano le distanze da un mondo che gira troppo in fretta e quando muore ha da tempo lasciato le scene.

15 ottobre, 2016

16 ottobre 1966 – Joan Baez tra gli arrestati di Oakland

«Non un uomo, non un soldo per la sporca guerra nel Vietnam. Tornate a casa!». Il 16 ottobre 1966 i pacifisti si sono dati appuntamento davanti al Centro di Reclutamento dell’esercito statunitense a Oakland, in California. Ci sono giovani delle principali università, ragazzi e ragazze dei college, ma anche anziani combattenti della seconda guerra mondiale con le loro decorazioni bene in vista e qualche reduce del Vietnam. Fin dalle prime ore della mattinata, quando il sole sta ancora litigando con le ultime ombre della notte, i manifestanti arrivano alla spicciolata. Piccoli gruppi colorati scendono da auto scassate e si mescolano a signori con l’abito della festa. Molti arrivano provati dopo un lungo viaggio in autostop e vengono rifocillati dai militanti delle comuni hippies con bevande calde. Il clima è festoso. Dalle sacche escono strumenti musicali. Verso mezzogiorno l’ingresso del Centro di Reclutamento è bloccato. Gli agenti che lo presidiano non possono fare nulla. La folla variopinta li circonda, li stringe da vicino, li copre di fiori, di festoni di carta colorata e, soprattutto, li invita a gettare alle ortiche la divisa. Un ufficiale chiede di parlare ai manifestanti e spiega che il blocco al Centro di Reclutamento non può essere tollerato oltre. «Avete dieci minuti per garantire il passaggio a chi deve entrare e uscire. Se non lo fate, ci vedremo costretti a intervenire». È evidente che nessuno ha intenzione di lasciare libero l’accesso del Centro di Reclutamento ed è altrettanto evidente che lo sgombero avrà inizio. Arrivano migliaia di agenti in assetto antisommossa e senza preavviso iniziano le cariche. Scoppiano scontri furibondi che si protraggono per tutto il pomeriggio. Al termine della giornata il bilancio è di 124 arrestati. Tra loro c’è Joan Baez. La notizia dell’arresto della cantautrice, battuta dalle agenzie, fa il giro del mondo e mette in estremo imbarazzo le autorità statunitensi. La situazione si complica quando Joan si autoaccusa degli stessi reati che vengono contestati agli altri arrestati rendendo così impossibile il suo rilascio, senza la contemporanea scarcerazione dei suoi compagni. La detenzione durerà dieci giorni. Con lei usciranno dal carcere anche tutti i manifestanti arrestati davanti al Centro di Reclutamento di Oakland.

15 ottobre 1964 – Muore Cole Porter

Il 15 ottobre 1964 muore Cole Porter, uno dei tre principali artefici della definitiva e decisiva contaminazione del musical bianco con il folk nero. Gli altri due sono George Gershwin e Irving Berlin. Quarant'anni dopo l’anniversario non è passato inosservato. Nel 2004 la sua storia, infatti, ha avuto una nuova versione cinematografica. Si tratta di “De-Lovely”, il film di Irwin Winkler che ha colmato i vuoti lasciati dalla precedente biografia cinematografica realizzata nel 1946 con Cary Grant nella parte del compositore, a quell’epoca ancora vivo e vegeto. Era intitolato “Night and day”, come l’omonima canzone, ed era stato massacrato nell’edizione italiana, intitolata “Notte e dì” con Grant/Porter che parlava con la voce di Alberto Sordi e gran parte delle canzoni doppiate malamente in italiano. Il difetto principale, però, era nel manico: la storia, filtrata dal moralismo Hollywoodiano di quei tempi stendeva un velo di silenzio sulla tutt’altro che latente omosessualità di Porter, sul complicato rapporto di coppia con la moglie Linda e sulla relazione totalizzante del compositore con la musica. Il nuovo film, girato in forma di musical ha avuto il pregio di rimettere un po’ le cose a posto ma, soprattutto, di riaccendere i riflettori su uno dei più grandi compositori del Novecento e sul suo lavoro concretizzatosi in circa mille e quattrocento brani, una trentina dei quali destinati all’immortalità. Cole Porter non è un compositore jazz, come frettolosamente viene spesso definito. La sua formazione scolastica racconta di un diploma alla Harvard School Of Music e di un perfezionamento in composizione a Parigi alla corte di Vincent D’Indy. È un grande compositore di musica leggera capace di saldare nel suo lavoro le pulsioni di un’epoca mescolando come un sapiente alchimista la tradizione bianca con quella nera. Proprio questa capacità di muoversi con grazia sulla linea di confine tra i generi fa di lui (e di Gershwin o Berlin) un anticipatore illuminato di ciò che avverrà nella musica della seconda metà del Novecento. Ed è per queste sue caratteristiche che il jazz si appropria di una parte consistente dei suoi lavori, li rimastica e ne illumina i lati oscuri portando nuove sfumature al suo monumento. Cole Porter è un genio più di quanto i suoi contemporanei possano intuire. Per questa ragione a più di quarant’anni dalla sua morte riesce ancora a influenzare nuove generazioni di artisti lontanissimi dalle sue corde. Basta ascoltare Red hot and blue, un disco-tributo realizzato nel 1990 per raccogliere fondi da destinare alla ricerca contro l’AIDS, per rendersi conto della capacità mutagena dei suoi brani affidati a interpreti come Iggy Pop, Annie Lennox, Tom Waits, gli U2, Lisa Stanfield o l’ex Shalamar Jody Watley. Da anni le sue opere, d’altronde, entrano ed escono dalla musica internazionale, attraversando e accompagnando le evoluzioni e le mode come serpentelli che si rinnovano cambiando la pelle. Everything But The Girl, Simply Red, Harpers Bizarre e Carly Simon, solo per citare i primi quattro nomi che mi vengono in mente, hanno suoi brani nel repertorio, mentre i Deee-Lite, uno dei fenomeni dance degli anni Novanta prendono in prestito il loro nome dalla canzone It's De-Lovely. Peccato che proprio la colonna sonora del film del 2004 contenga alcune versioni un po’ fiacche di brani come Everytime we say goodbye che perde di colore con Natalie Cole o Let´s do it let´s fall in love cui Alanis Morissette non regala niente di suo, ma si sa che la perfezione non è di questo mondo.

13 ottobre, 2016

14 ottobre 1919 – Buddy Anderson dalla tromba al piano per non morire

Il 14 ottobre 1919 nasce a Oklahoma City, nell’omonimo stato nordamericano il jazzista Buddy Anderson, all’anagrafe Bernard Hartwell Anderson. Fin dalla più tenera età coltiva una passione incontenibile per la tromba, strumento al quale dedica la maggior parte del suo tempo. Suona nei gruppi scolastici della sua città e, dopo vari corsi di perfezionamento, inizia a vagabondare nelle orchestre di Kansas City e New Orleans. In breve tempo la sua popolarità si diffonde nell’ambiente jazzistico e nel 1940 Jay McShann lo inserisce nell’organico del suo gruppo. Buddy resta con McShann fino al 1944 quando entra nell’orchestra di Benny Carter. Alla metà degli anni Quaranta, il trombettista sembra aver realizzato il sogno della sua infanzia. Collabora con alcuni tra i grandi jazzisti di quel periodo, come Roy Eldridge e Billy Eckstine, e viene considerato “più di una promessa” dalle riviste specializzate. Sull’ala dell’entusiasmo continua a studiare, a esercitarsi, nel tentativo di superare gli inevitabili limiti dovuti all’inesperienza. Insomma, la sua sembra una favola a lieto fine, ma il destino è in agguato. Un giorno, mentre sta soffiando nel suo strumento, sente una terribile fitta alla cassa toracica. Il dolore non è localizzato, ma è talmente intenso da fargli mancare il fiato. Nei giorni successivi arriva anche la febbre. Ricoverato in ospedale scopre di aver contratto una grave malattia alle vie respiratorie. Il responso dei medici non lascia speranze: guarirà ma, se non vuole morire, non potrà più suonare strumenti a fiato. La sua carriera di trombettista è finita. Per lui è un momento terribile, ma i suoi amici jazzisti non l’abbandonano. Gli stanno vicini, lo aiutano a ritrovare fiducia in se stesso e, più per consolarlo che per reale convinzione, lo incoraggiano a passare a un altro strumento non a fiato. Buddy che, nonostante le apparenze, ha un carattere fortissimo li prende sul serio. Mentre è ancora in convalescenza inizia a esercitarsi al pianoforte, uno strumento che non gli è del tutto sconosciuto e sul quale ha preso confidenza con la musica negli anni dell’infanzia. Contro ogni ragionevole previsione, la determinazione e la voglia di tornare sulle scene faranno il miracolo. Buddy Anderson vivrà una seconda stagione di popolarità come pianista jazz, pur senza raggiungere mai il livello qualitativo toccato in precedenza come trombettista.

12 ottobre, 2016

13 ottobre 1971 - David Essex, da Gesù Cristo a Che Guevara

Il 13 ottobre 1971, al termine delle selezioni, il britannico David Essex viene scelto per interpretare la parte di Gesù Cristo nell’opera rock “Godspell”. Il ragazzotto, il cui nome vero è David Cook, ha ventiquattro anni e nessuna esperienza professionale né come attore né come cantante. La sua faccia pulita e la sua voce bene impostata sono considerati sufficienti per il ruolo. Lo straordinario successo di "Godspell" lo trasforma in uno dei personaggi più popolari dei primi anni Settanta. Sempre incerto tra la carriera di cantante e quella di attore centra per qualche anno una lunga serie di successi discografici con brani di pop leggero come Rock on e Lamplight nel 1973, Gonna make you a star e Stardust nel 1974, Rollin' stone, Hold me close e If I could nel 1975. Nella seconda metà degli anni Settanta, dopo aver interpretato la parte della rockstar in declino nel film "Stardust - Polvere di stelle", la sua ispirazione musicale inizia a percorrere strade nuove allontanandosi progressivamente dal facile pop per adolescenti. La scelta gli procura guai nel rapporto con il suo produttore Jeff Wayne, ma ormai è fatta. Album come Out on the streets e Imperial wizard caratterizzano questo periodo di riflessione. Nel 1978 torna in teatro in un'altra parte, dopo quella di Gesù Cristo, destinata a fare scalpore. È lui, infatti, l'interprete di Che Guevara nella versione londinese del musical "Evita" di Andrew Lloyd Webber. Due anni dopo è il protagonista del film "Silver dream" di cui interpreta anche la colonna sonora. Da quel momento la sua carriera si stabilizzerà su tre fronti distinti: musica, teatro e cinema. Sul piano musicale i suoi album non saranno tutti memorabili e non scaleranno i vertici delle classifiche di vendita, anche se non mancherà qualche zampata di classe come The mutiny del 1983, con la Royal Philarmonic Orchestra, che raccoglie i brani tratti dall'omonimo musical ispirato dall'ammutinamento del Caine.

11 ottobre, 2016

12 ottobre 1990 – Torna la musica nello stadio insanguinato di Santiago del Cile

Il 12 ottobre 1990, nello Stadio Nazionale di Santiago del Cile, ha inizio “From Chile... an embrace of hope” (Dal Cile… un abbraccio di speranza), una kermesse musicale di due giorni destinata a sostenere l’iniziativa di Amnesty International. La scelta del luogo non è casuale. Lo Stadio Nazionale sedici anni prima è, infatti, divenuto tristemente noto in tutto il mondo per essere stato trasformato in un lager dai militari golpisti del dittatore Pinochet. I suoi spalti sono stati muti testimoni dell’agonia e del terrore di decine di migliaia di militanti di partiti di sinistra e di democratici imprigionati, torturati e uccisi. Nonostante il paese sia ormai uscito dal tunnel della dittatura e la democratizzazione abbia mosso i primi, timidi, passi, le autorità avrebbero preferito evitare lo svolgimento del concerto nello Stadio Nazionale, preoccupati, a loro dire, per l’ordine pubblico. Al contrario le organizzazioni democratiche ritenevano importante proprio la sua collocazione il quel luogo per la forte valenza simbolica. Determinante nel lungo braccio di ferro è stata la determinazione delle rockstar internazionali che, in un documento consegnato alle autorità cittadine, facevano sapere che qualunque spostamento avrebbe provocato l’annullamento del concerto con conseguenze rovinose sul piano dell’immagine per il Cile. Il 12 ottobre decine di migliaia di spettatori, in larga parte giovani, assistono all’inizio di due giorni intensi di concerti a favore dei diritti umani in tutto il mondo. Tra i protagonisti della lunga manifestazione ci sono Jackson Browne, Crosby, Stills & Nash, Peter Gabriel, Sinead O’Connor e Sting. Emozionante è l‘esibizione degli Inti Illimani, il gruppo cileno rientrato in patria nel 1989 dopo ben quindici anni d’esilio. Il colpo di Stato li aveva sorpresi a Roma, nel corso della loro prima tournée europea. Considerati sovversivi dal dittatore Pinochet, si erano visti negare il permesso di rientrare nel loro paese e avevano stabilito la loro sede operativa a Roma. Quando il gruppo appare sul palco dello Stadio Nazionale di Santiago scoppia un grande applauso che sembra non finire mai. «Siamo tornati, grazie di tutto! Questo stadio ritorna a vivere, ma ciò che è accaduto non può, non deve essere cancellato», dice Horacio Salinas anche a nome dei suoi compagni e non aggiunge altro. Il resto sono musica e canti.

11 ottobre 1976 - Muore l'anima delle Boswell Sister

L'11 ottobre 1976 muore a New York la cantante Connee Boswell, registrata all'anagrafe con il nome di Connie, voce solista e instancabile animatrice del trio delle Boswell Sister con le sorelle Martha e Vet. Nel 1935, quando il trio, nonostante i suoi tentativi di tenerlo in piedi, si scioglie perché Martha si sposa e Vet preferisce abbandonare le scene la coraggiosa Connee continua da sola l'attività artistica nonostante sia ormai da anni costretta a vivere su una sedia a rotelle, conseguenza evidente della poliomielite che l'ha colpita quando era bambina. La grave menomazione non le impedisce di svolgere una vita artistica intensa, anche se non sempre il music business gradisce la sua presenza. Mentre nei programmi radiofonici la presenza scenica è del tutto irrilevante, i teatri e, negli anni successivi, la televisione accampano spesso pretestuose scuse per evitare di mostrare al pubblico una cantante costretta a stare seduta su una sedia a rotelle. Sono pregiudizi che non fiaccano la sua determinazione e non le impediscono di partecipare a vari film musicali da "Artisti e modelle" del 1937 a "Una stella in cielo" del 1942, a "Swing parade" del 1946. Negli anni la sua attività artistica resta intensa e si sviluppa su piani diversi. Ai concerti affianca infatti la preparazione di programmi musicali per la radio e la televisione e l'oscuro lavoro di arrangiamento per se stessa e per altri interpreti. Negli anni Cinquanta, ormai considerata uno dei personaggi più significativi della scena jazz e pop statunitense, riduce progressivamente le sue apparizioni in pubblico, anche se non rinuncia a qualche saltuario concerto o a rare apparizioni televisive, quasi sempre in qualità di ospite d'onore. La sua voce non sembra mostrare tracce del tempo, ma il suo fisico si. Negli anni Sessanta decide infine di ritirarsi a vita privata nella sua casa di New York con il marito Harold Leery, suo ex manager. Alla sua morte vengono ripubblicati numerosi dischi incisi nell'arco della sua carriera tra cui la divertente Bob White in duetto con Bing Crosby.

10 ottobre, 2016

10 ottobre 1976 – Nessun discografico fa soldi sui Sex Pistols, anzi si...

Il 10 ottobre 1976 i Sex Pistols firmano il loro primo contratto discografico con la EMI. La band riceve quarantamila sterline d'anticipo, la cifra più alta mai pagata a un gruppo sostanzialmente sconosciuto e all’esordio in sala di registrazione. La notizia coglie di sorpresa l’ambiente musicale britannico che non si aspettava una così rapida conclusione delle trattative. C’è anche chi vede in questa firma un cedimento da parte del gruppo, considerato l’alfiere dell’ala alternativa e anticommerciale del movimento punk. In quel periodo la formazione dei Sex Pistols comprende il chitarrista Steve Jones, il batterista Paul Cook, il bassista Glen Matlock e il cantante Johnny Rotten, che all’anagrafe è registrato con il nome di Johnny Lydon. Qualche mese dopo Matlock verrà espulso dai suoi compagni perché sospettato di “cedimenti commerciali” e sarà sostituito dall’inquietante Sid Vicious. Al momento della firma del primo contratto i giornalisti chiedono a Johnny Rotten, considerato un po’ il personaggio simbolo e portavoce della band, se non ci sia una contraddizione tra la loro accesa contestazione del sistema e la sottoscrizione di un accordo con una delle più importanti case discografiche britanniche. Senza scomporsi Rotten sghignazza e dichiara: «Si sa com’è la vita. Le firme vanno e vengono, ma state tranquilli, nessuna casa discografica riuscirà a far soldi sui Sex Pistols». Mai previsione è stata più azzeccata. Qualche settimana dopo il loro primo singolo targato EMI, Anarchy in the UK scala rapidamente la classifica, ma la casa discografica non riuscirà a capitalizzarne i guadagni. Dopo le polemiche suscitate dalla scandalosa e devastante apparizione del gruppo in TV nella puntata del 1° dicembre del programma “Today”, la stessa EMI chiederà e otterrà la rescissione del contratto versando ai Sex Pistols un indennizzo di cinquantamila sterline. Un bell’affare per la band che in un pochi mesi di vita è riuscita a diventare per il punk quello che i Beatles sono stati per il beat. Non sarà l’ultimo. Altre major tenteranno di approfittare della popolarità del gruppo, ma ogni volta, di fronte alla carica eversiva delle canzoni e alla potenzialità distruttiva dei comportamenti, si vedranno costrette a recedere pagando profumatissime penali. Così, mentre la musica dei Sex Pistols infiamma la Gran Bretagna diventando il simbolo di una profonda rottura generazionale, i suoi componenti si arricchiscono a dismisura alle spalle delle case discografiche con i soldi delle penali. È un modo singolare e redditizio di mettere a nudo la fragilità dell’industria nata sulle culture alternative, pronta a metabolizzare la protesta di facciata, ma incapace di fagocitare la ribellione vera. È quasi imbarazzante la rapidità con la quale gli “uomini in grigio” delle case discografiche versano loro denaro per averli in esclusiva e poi ne versano altro per disfarsene. I Sex Pistols si arricchiscono alle spalle del sistema. Non si tratta di un caso, ma di una precisa e scientifica pianificazione messa in atto dal loro manager Malcom McLaren e descritta nei minimi particolari dal film "The great rock 'n' roll swindle" (La grande truffa del rock and roll). I giudizi su di loro sono contrastanti. C’è chi li ritiene degli oltraggiosi innovatori e chi una banda di truffatori. Entrambe le definizioni sono azzeccate. Nessun gruppo, nella storia del rock, ha avuto un effetto così dirompente in un tempo così breve. In meno di due anni, tanto dura la loro storia dal primo concerto all’annuncio dello scioglimento, diventano miliardari, scardinano le sicurezze dell’industria discografica, infiammano la scena musicale britannica e si lasciano consumare dall’incendio da loro appiccato. Anarchici e nichilisti non si preoccupano dei giudizi di nessuno e vivranno la loro avventura fino in fondo, fino all’autodistruzione, almeno per quel che riguarda Vicious. Gli altri proseguiranno su strade diverse giurando fedeltà all'impostazione originaria fino a quando accetteranno di riunirsi in alcuni malinconici ritorni sulla scena per ...qualche sterlina in più.

08 ottobre, 2016

9 ottobre 1964 – Per gli Stones l’apartheid è una vergogna

«Ci hanno detto di fottercene della politica, di tirare diritti per la nostra strada perché la musica è un linguaggio universale e non può essere al servizio di una bandiera. In questi giorni ci hanno tirato in tanti per la giacca. Abbiamo ascoltato tante belle parole e concetti importanti da persone che fino a qualche tempo fa stimavamo. Ci hanno telefonato in tanti, amici vecchi e nuovi. Tutta questa agitazione aveva, però, un solo scopo: quello di convincerci a confermare la nostra tournée sudafricana. C’è anche chi ci ha proposto di farlo inserendo in scaletta una canzone per la fratellanza tra le razze. Noi vogliamo farvi sapere, invece, che non ci andremo. Non andremo in un paese che discrimina gli uomini sulla base del colore della pelle. Consideriamo l’apartheid una vergogna per tutto il genere umano al quale, fino a prova contraria, appartengono anche i musicisti». Così il 9 ottobre 1964 i Rolling Stones comunicano la loro intenzione di annullare tutti i concerti della loro tournée in Sudafrica già previsti e annunciati da tempo. Contemporaneamente alla decisione della band il sindacato dei musicisti britannici diffonde un appello ai cantanti e ai gruppi musicali del Regno Unito perché seguano l’esempio degli Stones e annullino i tour sudafricani per protestare contro l’apartheid. Molti sono gli artisti che si associano alla presa di posizione, ma pochi quelli che aggiungeranno all’adesione atti concreti. Le case discografiche britanniche considerano il mercato sudafricano troppo importante per poter accettare con leggerezza una decisione del genere. Iniziano quindi le pressioni sugli artisti perché «assumano una posizione più realistica di fronte a un problema che la musica da sola non può risolvere». Sono parole di apparente buon senso che hanno però un solo scopo: isolare la posizione dei Rolling Stones e mantenere aperto il canale commerciale con il Sudafrica. Ci cascheranno in molti. Qualcuno, forse per sopire i sensi di colpa, o, più probabilmente per non perdere la faccia, pretenderà di potersi esibire anche per il “pubblico nero”: La maggioranza alzerà le spalle e farà quello che gli diranno gli impresari perché «in fondo i musicisti non possono cambiare il mondo» e perché i soldi, a differenza delle persone, non hanno colore.

8 ottobre 1971 – Slade, i proletari del glam rock

L’8 ottobre 1971 la Polydor pubblica un singolo degli Slade il cui testo, a partire dal titolo, è interamente scritto nello slang delle bettole. È Coz I luv you. In meno di un mese arriva al vertice della classifica britannica e segna l’esplosione della Slademania con i dischi della band venduti come il pane e concerti scanditi dalla voce di migliaia di ragazzi che cantano storie e sentimenti nel dialetto della provincia e della campagna inglese. Formati dal cantante e chitarrista Neville “Noddy” Holder con l’altro chitarrista Dave Hill, il batterista Don Powell e un bassista bravo anche con il violino e le tastiere come Jimmy Lea, gli Slade diventano gli alfieri dell’ala proletaria e rozza del glam rock. In quel teatrino per adolescenti che è il glam, caratterizzato da fantasmagorici travestimenti ed effetti scenografici, ma evanescente e fragile sul piano musicale, loro con le magliette a righe, le bretellone, i cappellacci e le canzoni in slang accompagnate da un rock greve da birreria danno voce e rappresentanza ai giovanissimi delle periferie e dei borghi di provincia. Sono l’altra faccia degli adolescenti di quel periodo, ma sono anche musicisti veri. Non a caso il primo ad accorgersi di loro, quando ancora si chiamano Ambrose Slade, è quello stesso Chas Chandler che per primo ha scoperto Jimi Hendrix. A parte l’immagine in scena, un ruolo rilevante nello straordinario successo della band hanno le canzoni scritte dalla coppia Holder e Lea, quasi sempre con testi in puro slang, nelle quali a un rock pesante e aggressivo si sovrappone la voce allucinata dello stesso Holder. Brani come Coz I luv you, Take me back'ome, Mama weer all crazee now, Cum on feel the noize o Merry Xmas everybody sono destinati a diventare dei classici al di là delle stesse intenzioni del gruppo e contengono una carica dissacrante e ironica sconosciuta ad altri protagonisti del glam. Il gruppo non si prenderà mai sul serio, neanche nei momenti di maggior fortuna, e quando inizierà il declino si prenderanno in giro da soli pubblicando l’album Whatever happened to Slade (Cosa diavolo è successo agli Slade?).

07 ottobre, 2016

7 ottobre 1967 – Mamma Africa in classifica

Il 7 ottobre 1967 con il brano Pata pata entra per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti la sudafricana Miriam Makeba, esponente di punta, non solo sul piano culturale, della lotta contro l’apartheid. La cantante, nata a Johannesburg, è soprannominata “Mamma Africa” per la sua tenace e implacabile lotta contro l'apartheid nel suo paese d’origine. Ai giornalisti che le fanno notare come sia la prima volta che un’artista africana arriva al successo negli Stati Uniti, lei finge di cadere dalle nuvole: «Davvero? Eppure vedo più neri qui che in alcune vie del mio quartiere!». Figlia di un maestro elementare inizia a cantare sui banchi di scuola per poi passare ai locali alternativi, quelli dove i neri possono frequentare più o meno liberamente i bianchi che non approvano la discriminazione razziale. La sua carriera artistica non è mai disgiunta dall’impegno politico. A vent'anni entra a far parte dei Manhattan Brothers, uno dei più celebri gruppi vocali del Sudafrica e nel 1955 è la protagonista femminile del musical "King Kong", un'opera jazz ispirata all'uccisione di un pugile nero. Nel 1958 partecipa alla realizzazione del film antiapartheid "Come back Africa", con il quale partecipa ai festival cinematografici di Venezia e di Londra. Alla fine degli anni Cinquanta la repressione nei suoi confronti si fa più dura e la costringe a lasciare il suo paese natale. Si trasferisce negli Stati Uniti dove può contare sull’appoggio di numerosi artisti, primo fra tutti Harry Belafonte, e sulla solidarietà di un forte movimento d’appoggio alla lotta del popolo sudafricano. Quando il governo razzista di Pretoria le revoca la cittadinanza sudafricana si dichiara “cittadina d’Africa”. Il suo rapporto con le autorità statunitensi alterna momenti di tranquillità ad altri di forte tensione. Più di una volta viene invitata a limitare il suo frenetico attivismo politico soprattutto quando, nel 1968, sposa Stokeley Carmichael, un autorevole esponente del Black Power Movement. Nel giugno del 1990 dopo la revoca da parte del Sudafrica dei provvedimenti contro di lei potrà finalmente tornare nel suo paese natale per abbracciare il vecchio amico Nelson Mandela.

05 ottobre, 2016

6 ottobre 1962 – L'assassinio di Scrapper Blackwell non fa notizia


Il 6 ottobre 1962, in un vicolo di Indianapolis, nell’Indiana, viene trovato il cadavere del cantante e chitarrista Scrapper Blackwell. L’indagine sulle cause della sua morte, condotta in modo superficiale e svogliato, si limita a stabilire che è stato assassinato in una banale rissa di strada. I giornali dedicano poche righe all’accaduto che viene ben presto dimenticato. Muore così, a cinquantanove anni uno dei personaggi più importanti del blues, artefice di uno stile basato sulle note singole che ha influenzato in modo determinante l’evoluzione strumentale del rock. Blackwell è anche uno dei precursori nell’utilizzo del “break” strumentale, divenuto con il passare del tempo un elemento comune a tutti i bluesmen del mondo. La sua vita non è stata un divertimento. Nato a Syracuse, nel North Carolina, il 21 febbraio 1903, si trasferisce all’età di tre anni a Indianapolis con la famiglia e a sei inizia a suonare la chitarra sotto la guida del padre. Passa le giornate nella strada e ben presto impara a cavarsela da solo. Negli anni del protezionismo alterna l’attività musicale con quella di manovale nelle distillerie clandestine controllate dalla malavita. Nel 1927 l’incontro con il pianista Leroy Carr lascia un segno profondo nella sua ispirazione artistica e il sodalizio tra i due è premiato da uno straordinario successo. Il duo sembra destinato a durare in eterno, ma nel 1935, Carr muore consumato dall'alcol. Blackwell, sconvolto e annichilito, decide di lasciare la musica. Trova un lavoro come manovale in una fabbrica di bitume e taglia decisamente i ponti con il passato. Passano cinque anni prima che il grande capo-orchestra Jack Dupree riesca convincerlo a tornare sui suoi passi. Alla fine del 1940 ricomincia a suonare proprio con l’orchestra di Dupree al Cotton Club di Indianapolis. Pian piano riprende confidenza con l’ambiente e nel 1958 ricuce i rapporti anche con l’industria discografica realizzando alcuni dischi per la 77 Records e per la Bluesville destinati a diventare merce preziosa per i collezionisti. Nei primi anni Sessanta sull’onda dell’evoluzione del rock si parla di lui come di un maestro, il suo lavoro viene riscoperto e c’è chi gli propone nuove collaborazioni. La mano di un anonimo assassino chiude per sempre il discorso.

04 ottobre, 2016

5 ottobre 1961 – La lezione di Booker Little jr

Il 5 ottobre 1961 muore a New York per uricemia il trombettista Booker Little jr. Ha ventitré anni ed è originario di Memphis, nel Tennessee. Qui frequenta la Manassa High School e al termine se ne va a Chicago presso il locale conservatorio. Non ha ancora vent'anni quando inizia a suonare con Sonny Rollins che, poco tempo dopo, lo presenta al batterista Max Roach. I due si trovano simpatici. Nel mese di giugno 1958 nasce così un sodalizio destinato a dare frutti straordinari in un periodo di tempo relativamente breve, visto che non dura più di un anno. Booker Little suona nel 1959 con Mal Waldron e nel 1960 con John Coltrane. Nell’estate del 1961, già gravemente ammalato, suona al Five Spot Café di New York al fianco di Eric Dolphy, Mal Waldron, Richard Davis e Eddie Blackwell. Poco tempo dopo la morte per uricemia chiude la sua breve vita. Di lui restano pochissime testimonianze discografiche. Le poche registrazioni a suo nome lo vedono attorniato da musicisti come Ron Carter, Don Friedman, Eric Dolphy, Max Roach, Scott LaFaro, Pete LaRoca, George Coleman, Reggie Workman e Julian Priester. Tracce del suo lavoro si ritrovano anche in dischi di Max Roach o di altri colleghi di Memphis, come George Coleman e Frank Strozier. Poco, troppo poco per un artista che, nonostante la vita breve, ha lasciato un'impronta profonda sugli sviluppi del jazz degli anni Settanta e Ottanta. Il suo approccio stilistico è critico nei confronti delle improvvisazioni fredde e accademiche. Le sonorità della sua tromba sono aspre, spesso distorte ricche di assonanze con le sonorità della voce, tanto che Nat Hentoff paragona il suo fraseggio «all'estatico canto di un rabbino». Si ritiene che il suo lavoro segni un deciso allontanamento del jazz sperimentale dal cammino tracciato dagli innovatori della generazione precedente, come Miles Davis o Clifford Brown. Non lo affascina lo sviluppo logico e rispettoso della melodia, così come considera poco interessante la cura della tonalità. Con lui la tromba si affranca dai vincoli tradizionali e guarda alle esperienze più estreme della musica afro-americana dei tardi anni Sessanta. Nelle sue improvvisazioni c'è una libertà sconosciuta all'hard bop di quel periodo, ancora oggi sorprendente per la sua modernità. La lezione di Booker Little continuerà dopo la sua morte, sia pur a un livello diverso, nel lavoro di musicisti come Enrico Rava e Don Cherry.

03 ottobre, 2016

4 ottobre 1985 - Communards per il socialismo

Il 4 ottobre 1985 i Communards, un duo formato dall’ex leader dei Bronski Beat Jimmy Somerville e dal pianista Richard Coles, realizzano il loro primo singolo You are my world. Il nome del gruppo, scelto dallo stesso Somerville, risponde alla necessità di caratterizzarsi immediatamente dal punto di vista politico con un esplicito riferimento all’esperienza della Comune di Parigi. Sembra quasi che Jimmy abbia voglia di liberarsi al più presto dai segni lasciati su di lui dall'esperienza precedente. Nonostante la stampa abbia parlato di una sorta di "separazione consensuale" della vecchia band, quando viene interpellato sulle ragioni dello scioglimento appare feroce e caustico nei suoi giudizi sui suoi ex compagni dei Bronski Beat: «Larry e Steve, con il successo, hanno perso la testa. Hanno cominciato a frequentare un altro giro, diverso dai nostri amici precedenti e hanno cominciato a trascurare l’impegno politico. Non riuscivo più a discutere di cose serie con loro. La politica non li interessava più e non leggevano nemmeno i giornali. L’unica cosa che suscitava il loro interesse erano i soldi, volevano guadagnarne tanti e mantenere il successo più a lungo possibile. Io non potevo andare avanti così. Non ce la facevo davvero più. Avevo ricominciato a bere ancora più di quanto non facessi quando ero disoccupato. Arrivavo sbronzo ai concerti perché, in fondo, provavo vergogna di fronte a me stesso di salire sul palco insieme a loro. Far musica solo per avere successo per me è una stronzata. Equivale ad autodistruggersi. Non sei più nessuno, perché non è possibile fare buona musica quando non si ha niente da dire. Per questo ho formato i Communards con Richards, con il quale divido molti ideali, e voglio rendere più forte il mio messaggio sociale, senza abbandonare la musica pop perché mi interessa far arrivare il messaggio in modo più diretto possibile senza filtri intellettuali o cervellotici. Per me, per noi e per il socialismo»

3 ottobre 1967 – Una chitarra che uccide i fascisti


Il 3 ottobre 1967 dopo un calvario durato tredici anni di ricoveri, guarigioni e speranze muore al Queen Hospital di New York, consumato dal morbo di Hutchinson, il folksinger Woody Guthrie. Il padre della moderna canzone di protesta statunitense ha da pochi mesi compiuto cinquantacinque anni. Registrato all’anagrafe con il nome di Woodrow Wilson Guthrie, nasce, infatti, il 12 luglio 1912 nella cittadina di Okemah in Oklahoma e a dieci anni già si guadagna da vivere come manovale e impara a strimpellare la chitarra. Quando esplode la crisi della Grande Depressione, cerca fortuna vagabondando con gli "hobos", i disoccupati costretti a spostarsi da un lato all'altro degli Stati Uniti alla ricerca di lavori precari. Le esperienze vissute in quel periodo e le storie delle persone che incontra diventano canzoni. La sua vicenda personale di artista “on the road” si intreccia però anche con le grandi lotte operaie, con i movimenti dei disoccupati e con i tentativi della sinistra americana degli anni Trenta e Quaranta di organizzare e offrire prospettive credibili alle grandi masse di quell’immenso paese. Woody non è al di sopra delle parti e, prima da solo, poi con gli Almanac Singers, garantisce presenza, sostegno e solidarietà alle azioni di lotta. Per non lasciare dubbi sul suo modo di pensare incide sulla cassa armonica della sua chitarra la frase “this machine kills fascists” (Questa macchina uccide i fascisti). Dopo la seconda guerra mondiale, deluso dalla litigiosità interna della sinistra statunitense e perseguitato dalla caccia ai comunisti, cerca di sopravvivere come può, ma inizia a fare i conti con un nemico invisibile: la paralisi progressiva provocata dalla malattia che l’ha colpito. Nel 1954 entra per la prima volta in ospedale e fino alla morte non avrà più una vita normale. Non per questo rinuncerà a lavorare nei giorni in cui la malattia allenta la presa. Quando il suo cuore cessa di battere lascia in eredità al mondo un patrimonio musicale di enormi proporzioni. La sua produzione musicale, infatti, ha spaziato su molti fronti: dalle canzoni per bambini a quelle di lotta, alle ballate, alle canzoni di protesta. Si calcola che siano più di un migliaio i brani da lui composti e destinati a influenzare le generazioni successive di folksinger nordamericani. Sulla sua esperienza ha scritto nel 1943 il libro autobiografico “Bound for glory”, da cui nel 1976 è stato tratto un film uscito in Italia con il titolo “Questa terra è la mia terra".