21 giugno, 2020

21 giugno 2000 – Marianne Faithfull, la biondina è diventata rossa

«Canto perché amo Brecht e il comunismo». La frase, buttata lì da Marianne Faithfull nel corso di un'intervista a Marinella Venegoni de La Stampa e pubblicata il 21 aprile 2000 è di quelle destinate a colpire, a dare una forte emozione e a lasciare un segno. La cantante in quel periodo è in Italia per esibirsi a Ravenna nei "Sette peccati capitali" e la sua performance, diffusa in diretta dal Terzo canale di Radiorai, ottiene critiche lusinghiere. E così anche finalmente anche i media italiani, non tutti per la verità, cancellano l'immagine fastidiosa di quella cantante biondina, in genere definita "musa dei Rolling Stones" e destinata a far parlare più le cronache mondane e quelle giudiziarie che i critici musicali. La biondina non ancora diciottenne che cantava con la vocina tenera e la protezione dei Rolling Stones As tears go by e partecipava al Festival di Sanremo per ripetere distrattamente C'è chi spera insieme a Riki Maiocchi è morta da tempo. Non esiste più. È stata seppellita insieme alla vita disordinata degli anni in cui i produttori facevano di lei quello che volevano. Era l'epoca degli eccessi e dell'amicizia con sostanze pericolose che più d'una volta l'a portano a sfiorare la morte. Il meccanismo la stritola. Ha poco più di vent'anni quando lascia le scene per entrare in un circuito virtuoso e perverso di disintossicazioni, case di cura e ricadute. Ne riemerge a trenta, ma è profondamente cambiata. Con la biondina è morta anche la vocina di un tempo, trasformatasi un timbro roco e sensuale che l'ha costretta ad abbassare di un ottava la partitura di Anna nei "Sette peccati capitali" di Berthold Brecht e Kurt Weill. Eppure in quasi tutti i servizi che presentano l'appuntamento di Ravenna, l'immagine di Marianne Faithfull era coperta da quella dell'esile ragazza bionda degli anni Sessanta destinata, più che altro, a soddisfare le esigenze sessuali delle nascenti star del rock. C'è poi chi ha trovato modo di polemizzare anche con la scelta di abbassare di un ottava la partitura, forse ignorando che già Lotte Lenya, considerata una delle più grandi interpreti della brechtiana Anna, nel 1955 l'aveva abbassata di un quarto. Anche se l'Italia lo scopre solo in quel momento, sono anni che Marianne Faithfull interpreta Brecht e, soprattutto, sono anni che guarda con occhio distaccato il mondo del music business e che risponde in modo provocatorio alle domande stupide: «Il punk? Ricordo soltanto che Sid Vicious e io avevamo lo stesso spacciatore…». Quando riemerge dal tunnel della disperazione e degli eccessi stanno finendo gli anni Settanta. Il suo personaggio non piace ai "padroni della musica", ma soprattutto non piace ai produttori la sua pretesa di avere un cervello. Lei non molla. Nel 1979 pubblica con l’etichetta indipendente Island lo splendido album Broken english nel quale rielabora alcuni scritti di Ulrike Meinhof, non per affinità politica ma perché vorrebbe che tutti capissero come a volte non si diventa terroristi per scelta, ma per bisogno d'amore: «Sono gli stessi blocchi emotivi che ti rendono tossicomane a farti diventare terrorista». I testi delle canzoni (nel disco c'è anche una trascinante versione elettrica della lennoniana Working class hero) non piacciono però alla EMI, distributrice della Island, che boicotta l'album e ne penalizza il successo. Marianne non s’arrende e continua per la sua strada. Cerca e trova la collaborazione di vecchi e nuovi amici come la coppia Jagger-Richards e Tom Waits, ma i ristretti confini della musica pop non le bastano più. Si innamora di Brecht e attraverso i suoi lavori scopre il comunismo, la voglia di cambiare le cose e di combattere le ingiustizie. L'impegno sociale le procura nuovi problemi. Da tempo, infatti, si è trasferita negli Stati Uniti e le autorità di quel paese, così indulgenti nei confronti dei suoi eccessi esistenziali, fanno fatica a tollerare l'impegno sociale e politico. Vengono rispolverate le sue vecchie storie di droga e una lunghissima serie di microreati connessi. In breve tempo si ritrova tra le mani un foglio di via che le intima di tornare immediatamente nella natìa Gran Bretagna. Di nuovo accorrono in suo aiuto gli amici veri, artisti e non, che, inventando sempre nuove ragioni per ottenere dilazioni e rinvii, le consentono nel 1989 di realizzare il suo sogno: cantare le musiche di Berthold Brecht e Kurt Weill nella St. Ann’s Cathedral di Brooklyn. Da quel momento Brecht entra nella vita personale e artistica della cantante in modo totalizzante e ne condiziona non solo il repertorio, ma anche l'impostazione vocale. Nel giugno del 2000 anche l'Italia la scopre. Merito dell'intervista di Marinella Venegoni che supera anche i limiti della nuova immagine e propone, finalmente sotto la luce giusta, un personaggio che ha attraversato spesso da vittima e qualche volta da protagonista gli ultimi quarant'anni della scena musicale internazionale. Lo fa evitando le tinte acide del rotocalco e con un grande rispetto per l'artista e la persona, cercando e fornendo informazioni in una sorta di scambio alla pari.


20 giugno, 2020

20 giugno 1964 – O Gorizia tu sei maledetta

È il 20 giugno 1964 quando il "Nuovo Canzoniere Italiano" mette in scena al teatro Caio Melisso di Spoleto nell'ambito del Festival dei Due Mondi lo spettacolo "Bella ciao". La scaletta prevede che Michele L. Straniero (la elle è un vezzo che indica il secondo nome, Luciano) intoni Gorizia, un brano nato nelle trincee della prima guerra mondiale, raccolto da Cesare Bermani e dedicato alla battaglia di Gorizia dell'agosto del 1916, costata la vita a quasi centomila soldati tra austriaci e italiani. L'esecuzione fila via liscia fino ai versi «Traditori signori ufficiali/che la guerra l'avete voluta/scannatori di carne venduta/e rovina della gioventù», al termine dei quali scoppia un pandemonio o, come racconta trent'anni dopo lo stesso Straniero «un tumulto provocato da chi esige l'interruzione dello spettacolo... I dissenzienti non vogliono intendere ragioni. Gorizia non si tocca, la Grande Guerra nemmeno. Questi qui sono una banda di comunisti, il Festival è caduto in mano ai rossi, bisogna farli tacere e cacciarli via. Un facinoroso particolarmente acceso tenta la scalata al palco: ma Giovanna Marini, già alta e imponente di suo come una matrona romana, lo ferma di botto levandogli sul capo la sua superba e preziosa mandòla. In un palco Giorgio Bocca - tra i sostenitori più convinti - ribatte da par suo ad una "carampana" che squittisce dissenso. Dal fondo della sala una voce stentorea proclama: "Signori ufficiali, attenti!"». La storia non si fermerà lì. Due giorni dopo, infatti, Straniero e i suoi compagni d'avventura verranno denunciati per vilipendio delle Forze Armate.

19 giugno, 2020

19 giugno 1950 - Ray Lovelock, il cantante mancato

Il 19 giugno 1950 da madre italiana e padre inglese nasce a Roma nel quartiere San Giovanni Raymond John Lovelock destinato a diventare con il nome di Ray Lovelock, il "biondino" per eccellenza, uno dei personaggi più amati dalle adolescenti degli ultimi anni Sessanta e di primo piano del cinema di genere italiano degli anni Settanta. La sua popolarità nasce quando presta corpo e volto alla pubblicità di un motorino in un “Carosello”, come si chiamano all’epoca i cortometraggi pubblicitari televisivi inseriti nell’omonimo spazio serale nel quale la televisione italiana a canale unico confina i messaggi commerciali. Il ragazzo ha ambizioni artistiche ma non ha ancora scelto la sua strada tra cinema, televisione e musica. Nel 1967, anno in cui fa il suo esordio cinematografico con il western all’italiana “Se sei vivo spara”, tenta anche la strada della carriera musicale. Con la chitarra, i blue jeans e il ciuffo biondo che gli cade sulla fronte si presenta sul palco del Piper per un’esibizione che sembra aprirgli le porte della musica pop. Al termine del concerto, infatti, il manager di una casa discografica, seriamente colpito dalle sue ballate country rock in inglese, lo mette sotto contratto per tre anni. Proprio in quel periodo, però, la vita di Ray Lovelock svolta decisamente verso il cinema e la musica resterà per sempre un hobby o un elemento di ulteriore caratterizzazione delle sue performance sullo schermo come accade in “Le regine” di Tonino Cervi nel quale canta accompagnandosi con la chitarra brani folk o in “Pronto ad uccidere” di Franco Prosperi dove canta il tema principale I’m startin’ tomorrow. Muore a Trevi il 10 novembre 2017.


18 giugno, 2020

18 giugno 1982 – Roberto Calvi, l’uomo del Banco Ambrosiano

Il 18 giugno 1982 a Londra, sotto il Blackfriars Bridge, il Ponte dei Frati Neri, viene trovato impiccato il banchiere italiano Roberto Calvi. La sua morte suscita scalpore sia per le modalità che per il personaggio. Roberto Calvi, infatti, è uno dei personaggi chiave della finanza degli anni Settanta. Divenuto presidente del Banco Ambrosiano nel 1975 in breve tempo si ritrova a capo di un impero grazie anche si suoi legami con la loggia massonica P2 e ai collegamenti con lo IOR, la banca del Vaticano guidata da monsignor Paul Marcinkus. La sua attività economica e finanziaria diventa uno snodo importante non soltanto per il riciclaggio dei soldi sporchi della criminalità organizzata, ma anche per operazioni internazionali “coperte”: dalla fornitura di armi all’Argentina nella guerra contro la Gran Bretagna per le Falkland-Malvine, al sostegno della dittatura di Somoza e al finanziamento del sindacato cattolico polacco Solidarnosc. Il meccanismo finanziario su cui si regge l’impero, costituito da una lunga serie di società di comodo, finisce per incrinarsi e nel 1981 Calvi viene arrestato. Dopo la scarcerazione fugge all’estero convinto di poter raddrizzare la situazione minacciando di raccontare la verità sulle vicende che lo hanno visto protagonista. Il tentativo finisce a Londra con il ritrovamento del suo corpo penzolante impiccato sotto un ponte del Tamigi.

16 giugno, 2020

16 giugno 1952 - Gino Vannelli, il tenoretto del pop

Il 16 giugno 1952 nasce Montreal in Canada il cantante Gino Vannelli. Questo canadese di origine italiana con la voce da tenore leggero, tra la seconda metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta diventa uno degli interpreti di maggior successo negli Stati Uniti. Alla sua popolarità non sono estranei il fascino latino e soprattutto un’astuta scelta dei brani del suo repertorio, arrangiati dal fratello Joe. Talento precoce viene scritturato negli anni del liceo dalla RCA anche se il primo successo arriva nel 1973 quando pubblica per la A&M l'album Crazy life, realizzato sotto le attente cure di Herb Alpert. È l’inizio di un grande exploit commerciale segnato da album come Powerful people nel 1974, Storm at sunup nel 1975, The gist of the Gemini nel 1976, A pauper in Paradise nel 1977, Brother to brother nel 1978 e Nightwalker nel 1981. Uno dei musicisti della sua band, il batterista Graham Lear si unisce poi ai Santana. Nel lungo brano A pauper in Paradise, della durata di sedici minuti e inserito nell'album omonimo, Gino si fa accompagnare dalla Royal Philarmonic Orchestra. All’inizio degli anni Ottanta, dopo la pubblicazione dell'antologico The best of il suo personaggio inizia a logorarsi. Lui non si preoccupa più di tanto. Torna in Canada e dirada concerti e dischi centrando ancora qualche importante risultato commerciale come accade nel 1985 con il successo mondiale di Black Cars.

12 giugno, 2020

14 giugno 1994 – Mouloudji, le déserteur

Il 14 giugno 1994, due mesi dopo la sua ultima esibizione pubblica si spegne a Parigi Mouloudji. Figlio dell’Africa e dell’Europa, amico di Prévert, Sartre, Robert Desnos e Raymond Quenot, Mouloudji, è uno degli chansonnier più impegnati sul piano sociale e politico e partecipa da protagonista al rinnovamento della canzone d’autore francese del dopoguerra. Artista a tutto tondo è attore di cinema e teatro, autore, pittore e, ovviamente, cantante. Il grande pubblico lo ascolta cantare la sua prima canzone nel film “Jenny, la regina della notte” di Marcel Carné. Ha soltanto quattordici anni e tante cosa da raccontare. Il rapporto con il cinema non verrà più meno, mentre quello con la musica per molto tempo sarà limitato alle esibizioni dal vivo o poco più. Nonostante le affermazioni in campo cinematografico il mondo della canzone, cioè quel complicato sistema di interessi, diritti, locali ed edizioni che ieri come oggi controlla e regola gli interessi economici di questo settore, non lo ama. Ci vogliono anni prima che l’industria discografica francese decida di mettere su disco la carica provocatoria e sfrontata delle sue canzoni. Popolarissimo nei locali parigini più alternativi, amato da un pubblico non numerosissimo ma fedele e affezionato riesce a pubblicare il suo primo disco quando ha quasi trent’anni. Pur essendo autore di brani importanti destinati a regalare il successo ad altri protagonisti della scena musicale francese quasi per uno scherzo della sorte resta nella memoria collettiva per un brano non suo, Le déserteur di Boris Vian, di cui è stato il primo e il più apprezzato interprete. Mouloudji, il cui nome completo è Marcel Mouloudji, nasce a Parigi il 16 settembre 1922, Suo padre è un muratore emigrato algerino arrivato nella capitale francese dalla regione di Cabila, più precisamente da Sidi Aïch, per lavorare in cantieri dove costruisce case che quelli come lui probabilmente non abiteranno mai. Quando s’è accorto che le cose andavano così s’è iscritto al partito comunista nella speranza di cambiarle. A Parigi ha anche conosciuto una donna dalla pelle bianca come il latte che arriva dalla Bretagna e non si perde una messa nella chiesa cattolica del suo quartiere. Dall’unione tra due realtà così diverse nasce Mouloudji, simbolo vivente dell’inutilità delle barriere tra popoli diversi. La sua infanzia trascorre nelle strade del XIX arrondissement della capitale francese dove con il fratello André raggranella qualche soldino ingegnandosi ogni giorno a inventare un lavoretto o cantando canzoni per i passanti. Mentre i ragazzi crescono la madre oltre alla chiesa comincia a frequentare un po’ troppo l’alcol finendo per scivolare lentamente nella follia. Il punto di riferimento del piccolo Mouloudji diventa allora il padre che qualche volta lo porta con sé anche alle manifestazioni da lui vissute con passione perché, come confesserà anni dopo, gli sembrano ogni volta una grande festa. Proprio in questi ambienti nel 1935 conosce Sylvain Atkine, personaggio chiave del Gruppo Ottobre, una delle strutture più importanti dell’esperienza del teatro politico francese. La vitalità dell’ambiente teatrale lo affascina e pian piano la recitazione sostituisce i giochi e le avventure di strada. A tredici anni è considerato un po’ la mascotte da protagonisti di primo piano della teatro francese come Jean-Louis Barralt o Roger Blin. In quell’ambiente scopre anche la poesia e la letteratura grazie all’impegno di maestri come Marcel Duhamel e Charles Dullin. Grazie allo studio e soprattutto alla tenacia, nel 1936 a soli quattordici anni debutta sul palcoscenico interpretando “Le Tableau des Merveilles” un lavoro ispirato a Cervantes e adattato in francese da Jacques Prévert. Proprio grazie a Prévert nello stesso anno fa il suo debutto nel cinema partecipando al film “Jenny, la regina della notte” di Marcel Carné. Due anni dopo la sua interpretazione del personaggio di Macroy nel film “Gli scomparsi di Saint-Agil” di Christian-Jacque entusiasma pubblico e critica. A sedici anni è già una piccola vedette del cinema francese. La fine del Fronte Popolare, l’occupazione nazista della Francia e la nascita del governo collaborazionista e la seconda guerra mondiale costringono il giovane comunista Mouloudji a trovare ogni giorno nuovi trucchi per sopravvivere e lavorare senza dare troppo nell’occhio. Per un ragazzo intorno ai vent’anni non è uno scherzo ma lui ce la fa un po’ mettendo a frutto gli insegnamenti della strada ma soprattutto grazie alla rete di solidarietà messa in campo dal mondo dello spettacolo per resistere. Se suo fratello lo salva dal reclutamento forzato nelle strutture di lavoro obbligatorio, l’appoggio di Francis Lemarque gli consente di esibirsi come cantante, spesso sotto nomi diversi, nei ritrovi parigini più legati alla Resistenza, dal Boeuf sur le Toit al reticolo di ritrovi di Saint-Germain-des-Prés. Le vicende vissute in quel periodo vengono raccolte in una sorta di diario che, pubblicato, nel 1945 con il titolo di “Enrico” riceverà il prestigioso Prix de la Pléiade. Proprio nel 1943, cioè nel periodo in cui vive in semi-clandestinità, Mouloudji conosce una donna destinata ad avere un ruolo fondamentale nella sua vita. Si chiama Louise Fouquet, ma nell’ambiente è conosciuta come Lola. Diventa sua moglie e poi sua agente, ruolo che rivestirà per molti anni fino al 1969 quando le loro strade torneranno a dividersi. A poco più di vent’anni ha già raccolto consensi nel teatro, nel cinema, nella letteratura e anche nella pittura, ma non nella musica che put continuando a essere l’attività artistica più amata da Mouloudji, è anche quella che gli dà meno soddisfazioni. Nonostante tutto lui non demorde e nel dopoguerra si esibisce nei cabaret parigini con un repertorio nel quale le sue canzoni si mescolano a quelle di Boris Vian e alle poesie in musica di Prévert. Il successo, gli applausi e la popolarità cinematografica finiscono per convincere l’industria discografica a dargli fiducia. Il 19 gennaio 1951, nell’anno delle sue ventotto primavere, entra per la prima volta in uno studio d’incisione accompagnato dall’instabile ensemble di Philippe-Gérard. In quel giorno vengono registrati brani destinati a una lunga vita come Rue de lappe, Si tu t’imagines e Barbara. Il primo a capire le potenzialità di Mouloudji è quel geniaccio della scena parigina che risponde al nome di Jacques Canetti, già direttore della scalcinata Radio Cité, scopritore di talenti e condottiero indiscusso del cabaret Les Trois Baudets, che lo scrittura e lo accompagna verso il successo. È proprio Canetti a convincerlo a registrare il brano Comme un p’tit coquelicot con il quale vince il Grand Prix de Disque nel 1953. Nonostante il successo Mouloudji non abbandona l’impegno politico e, in quegli anni che vedono i francesi impantanati nella guerra d’Indocina, mette le sue canzoni e la sua voce al servizio della causa antimilitarista. Nel 1954 incide Le déserteur, la canzone di Boris Vian ancora oggi considerata tra i brani più vivi del movimento contro ogni guerra. Lui la canta sul palco del Theatre de l’Oeuvre mello stesso giorno in cui la guerra dell’Indocina si conclude con la sconfitta francese a Dien Bien Phu. La sua esibizione provoca uno scandalo. Censurata e messa al bando dalle radio allineate con il governo riesce comunque a essere diffusa dalle antenne di Europe 1. Da quel momento il suo nome resta per sempre legato a questo brano sia per chi lo seguirà con simpatia e passione nella sua carriera che per il potere politico e per l’industria discografica che non perderanno occasione per censurarlo ed emarginarlo. Negli anni Sessanta pensa anche di abbandonare e nel 1966 apre un negozio da parrucchiere, ma nonostante tutto non smetterà mai di cantare. Non si arrende nemmeno nel 1992 quando, a settant’anni, perde per una malattia parte della voce. Imposta diversamente il suo canto e continua imperterrito fino al mese d’aprile del 1994 quando tiene il suo ultimo concerto nei pressi di Nancy.

11 giugno, 2020

11 giugno 1930 - Johnny Glasel dalla tromba alla composizione


L’11 giugno 1930 nasce a New York il trombettista Johnny Glasel. Comincia a studiare musica da ragazzo perfezionandosi alla Yale School Of Music e, successivamente, all’Università della stessa Yale. Le sue prime esperienze con il mondo del jazz risalgono all'immediato dopoguerra quando entra a far parte della Scarsdale Jazz Band, un gruppo formato da studenti e diretto da Bob Wilber che prende il nome dall'omonimo quartiere di New York. Con questo gruppo, del quale fanno parte elementi del valore di Ed Hubble, Bob Mielke, Dick Wellstood, Glasel registra, ad appena 15 anni di età, i suoi primi dischi per la Riverside, tra cui China Boy che contiene un suo notevole intervento solistico. All'inizio degli anni Cinquanta si riconverte alla musica classica lavorando regolarmente con la New Haven Symphony Orchestra e con vari gruppi di musica da camera. A riportarlo al jazz è ancora una volta Bob Wilber, che lo inserisce in The Six, il gruppo con cui suona al Jimmy Ryan's, il celebre cabaret di New York. Nel 1956 viene ingaggiato dall'orchestra di Glenn Miller, all'epoca diretta da Ray McKinley. Alla fine di quell’anno forma una propria orchestra con la quale si esibisce in vari locali di New York, avvalendosi della collaborazione del pianista-arrangiatore Dick Cary. Verso la fine degli anni Cinquanta suona con l'orchestra di Bill Russo, ma progressivamente i suoi interessi si spostano verso la composizione di musiche per film e riviste.

07 giugno, 2020

9 giugno 1991 – Un incontro fortunato per i Radiohead

Il 9 giugno 1991 Keith Wozencroft, un rappresentante di dischi della EMI, è particolarmente loquace e allegro. Al commesso del negozio di Oxford che gliene chiede la ragione risponde: «Sto per cambiare settore, mi mettono a caccia di nuovi talenti». Il commesso risponde: «Davvero? Pensa che fortuna, io suono in un gruppo. Ci chiamiamo On A Freeday e raggranelliamo qualche soldo intrattenendo la gente nei locali della zona. Io sono il bassista». Poi gli consegna un demo. Wozencroft ascolta le registrazioni, più che dai suoni dei ragazzi rimane colpito da quella che chiama “la loro intelligenza musicale” e si dà da fare. Trova nuovi ingaggi e cerca di far conoscere la band nel giro dei locali e degli addetti ai lavori. In breve tempo il gruppo viene scritturato dalla EMI. Il commesso di Oxford che fa il bassista per hobby si chiama Colin Greenwood. Un anno dopo il la band pubblica il suo primo disco. È un EP che si intitola Drill e, cedendo alle insistenze di manager e discografici i ragazzi hanno accettato di cambiare nome. Gli On A Freeday vengono ribattezzati Radiohead prendendo in prestito titolo di una canzone dei Talking Heads incisa nell'album True Stories. Inizia così la storia di una delle rockband più geniali dell’ultimo decennio del Novecento.

05 giugno, 2020

5 giugno 1954 - Peter Erskine, l’allievo di Stan Kenton

Il 5 giugno 1954 nasce a Somers Point, in New Jersey, il batterista Peter Erskine. Il suo primo incontro con la musica avviene da bambino quando il padre, un affermato psichiatra che da giovane aveva suonato il contrabbasso, lo iscrive a uno dei corsi estivi diretti da Stan Kenton. Peter continua per diverso tempo a frequentarli studiando con Alan Dawson e Dee Barton. Negli anni successivi entra a far parte dell'orchestra di Stan Kenton, che affianca anche come insegnante nei seminari. Quando l’esperienza al fianco di Kenton arriva alla fine per qualche tempo si offre come batterista free lance suonando tra gli altri con Joe Farrell e Freddie Hubbard e a partire dal 1975 entra a far parte della big band di Maynard Ferguson, con la quale registra anche una fortunatissima versione di Gonna Fly Now, il tema del film “Rocky”. Chiusa l’esperienza con Ferguson nel 1978 diventa il batterista dei Weather Report, il più famoso gruppo di jazz-rock. Il suo affiatamento con il bassista Jaco Pastorius è ritenuto l’elemento fondamentale del successo della band. Successivamente suona anche con Mike Brecker, Mike Mainieri, Don Grolnick e Eddie Gomez negli Steps Ahead.

04 giugno, 2020

4 giugno 1955 – Carosone inaugura la Bussola

Il 4 giugno 1955 a Focette, in Versilia, si inaugura la Bussola. Il compito di fare da intrattenitori è affidato a Renato Carosone e alla sua mitica orchestra. Il locale, di proprietà di Sergio Bernardini, è destinato a diventare uno dei templi della musica leggera italiana. Carosone, che sta vivendo in quel periodo uno dei migliori momenti della sua carriera, attira migliaia di ammiratori per un’inaugurazione che si trasforma in uno dei più importanti avvenimenti mondani dell’anno. Ci resta per l’intera stagione estiva con un compenso, tutt’altro che disprezzabile per l’epoca, di 160.000 lire a sera. Il cantante napoletano resterà molto legato al locale di Bernardini tanto da sceglierlo per il suo ritorno nel 1975, quindici anni dopo il suo addio alle scene. La Bussola diventa uno dei locali alla moda, punto d’incontro per i vecchi e i nuovi ricchi dell’Italia del boom. Anche i componenti dello staff del locale diventano famosi come le star della musica, soprattutto il direttore di sala Aldo Bellandi, lo chef Carletto Pirovano e l’amministratore Antonio Favilla. Nell’arco di un decennio sul palco della Bussola passano quasi tutti i grandi protagonisti della musica leggera italiana e internazionale, da Louis Armstrong a Neil Sedaka, dai Platters ad Adriano Celentano, da Peppino Di Capri a Don Marino Barreto jr., a Milva, Ella Fitzgerald, Domenico Modugno, Gilbert Bécaud e tantissimi altri, compresa Mina che proprio qui muove i suoi primi passi verso la gloria.

01 giugno, 2020

1° giugno 2001 – Jean Ferrat ricorda Ferré a San Benedetto del Tronto

Venerdì 1 giugno 2001 inizia il Festival Ferré di San Benedetto del Tronto. Il compito di aprire la kermesse è affidato al poeta e musicista Jean Ferrat, un tipo schivo che non può essere considerato un abituale frequentatore dei palcoscenici italiani. La serata che inaugura la settima edizione della manifestazione dedicata allo scomparso Leo Ferré è ispirata all'Âme des poetes. Chi meglio di lui, uno dei "mostri sacri" della canzone francese che ha messo in musica le liriche di Aragon, Apollinaire e tanti altri, può rappresentare lo stretto legame che esiste tra la canzone d'autore e la poesia? La prima serata della manifestazione, articolata in due giorni intensi di iniziative, si svolge in quella stessa Sala Consigliare del Palazzo Comunale di San Benedetto del Tronto dove la manifestazione è iniziata. Era il 1994 e gli organizzatori, celebrando il Memorial Ferré a un anno dalla morte del grande poeta e cantautore francese, giurarono di ritrovarsi ogni anno. Nell'anno 2001 c’è anche Jean Ferrat. Lo affiancano sei artisti italiani e francesi, ciascuno dei quali contribuisce ad aggiungere una piccola perla al programma della serata. "Parigi e le sue canzoni" è, invece, il filo conduttore del secondo appuntamento del Festival con un'altra ospite di riguardo. Sabato 2 giugno al Teatro Calabresi è infatti, di scena Isabelle Aubret, che Jean Ferrat ha soprannominato "Isabelle bleu et Isabelle blanche" per sottolineare le due facce del suo temperamento artistico. La cantante presenta al pubblico di San Benedetto il recital che per sei settimane ha infiammato i cuori dei frequentatori del Bobino di Parigi. Il già ricco programma della serata viene poi ulteriormente impreziosito dalla presenza dei Têtes de Bois che propongono alcuni brani di Ferré nelle versioni e negli arrangiamenti che li hanno resi famosi. A otto anni dalla sua morte Leo Ferré, l'anarchico poeta e cantautore torna a rivivere in una manifestazione che va al di là del ricordo di chi lo ha amato. In molti sottolineano che gli sarebbe piaciuta l'impostazione data dagli organizzatori al Festival di San Benedetto del Tronto. È decisamente in sintonia con il suo spirito. Non ci sono inutili celebrazioni, ma vita, poesia e canzoni. Lo spettacolo si mescola con le citazioni, allo stesso modo in cui la musica si mescola abilmente con la poesia. L'impianto organizzativo, le stesse manifestazioni sono decisamente prive della spocchiosa supponenza con la quale spesso si tenta di manipolare gli artisti scomparsi. Attraverso la presenza di protagonisti della canzone d'autore francese e dei molti che si sono innamorati del suo lavoro, Leo Ferré rivive così ogni anno nella musica e nella poesia che sono più forti e più duraturi del semplice e rituale ricordo.

31 maggio, 2020

31 maggio 1961 – Corey Hart, la promessa non mantenuta del rock canadese

Il 31 maggio 1961, nasce a Montreal il cantante Corey Hart, considerato un po’ l’eterna promessa del rock canadese. Dopo aver passato l'infanzia e l'adolescenza tra Canada, Spagna e Messico al seguito degli spostamenti per lavoro del padre, si fa notare per le sue qualità musicali e sceniche e a diciotto anni viene scelto per rappresentare il Canada, con Dan Hill, al Festival Mondiale della Canzone di Tokyo. La sua esibizione colpisce una vecchia volpe del music business come Ritchie Cannata che lo porta con sé a New York. Qui il ragazzo registra nel 1983 il suo primo album, First offence, con la collaborazione di molti musicisti di spicco, compreso Eric Clapton. L’album esce nel 1984 e ottiene un notevole successo in Canada mentre il singolo estratto Sunglasses at night scala le classifiche statunitensi regalandogli una popolarità internazionale. Nel 1985 conferma le sue potenzialità con l’album Boy in the box e il singolo Never surrender. Nonostante le premesse Corey non riesce a ripetersi a questi livelli con i lavori successivi . Dopo la modesta accoglienza riservata dal pubblico all’album Jade del 1998 si ritira alle Bahamas dove vive ancora oggi con sua moglie, la cantautrice canadese francofona Julie Masse e i quattro figli India, Dante, River e Rain. Negli anni ha scritto vari brani di successo per sua moglie e altri artisti, compresa la sua amica Celine Dion.


30 maggio, 2020

30 maggio 1907 - Fernando Arbello, il trombone portoricano

Il 30 maggio 1907 nasce a Ponce, in Portorico, il trombonista Fernando Abello. Avvicinatosi alla musica fin da bambino a dodici anni suona il trombone nella banda della scuola e a quindici fa già parte dell’orchestra sinfonica della sua città natale. Emigrato a New York nel 1926, scopre il jazz di cui assimila rapidamente il linguaggio e in breve tempo riesce a entrare nel giro delle grandi orchestre. Tra la fine degli anni Venti e la prima metà dei Trenta, infatti, suona in rapida successione con tutte o quasi le migliori orchestre del momento, da quella di Wilbur de Paris a June Clark, da Claude Hopkins a Bingie Madison, da Chick Webb a Fletcher Henderson e Lucky Millinder. Saltuariamente suona anche con i gruppi di Fats Waller, Edgar Hayes, Marty Marsala, Zutty Singleton e Benny Carter. Dal 1942 al 1946 è nella formazione di Jimmie Lunceford e nel corso degli anni Cinquanta suona prevalentemente in proprio. Nel 1960 si unisce alla band di Machito per ritornare, alla fine del decennio, nella natìa Portorico. Tra i suoi interventi solistici sono rimasti leggendari quelli in I May Be Wrong con l’orchestra di Chick Webb e in Big Chief De Sota e Christopher Columbus con quella di Fletcher Henderson.

19 maggio, 2020

19 maggio 1978 – Bob Marley conquista gli USA

Il 19 maggio 1978 Bob Marley parte insieme agli Wailers per un lungo tour statunitense destinato a promuovere Kaya, il suo album più recente che contiene gran parte del materiale registrato l’anno precedente e non utilizzato per Exodus e che è stato giudicato dalla critica come un disco piacevole, caratterizzato da canzoni d’amore e grandi slanci mistici. Il tour segna la sua definitiva consacrazione di Marley nel paese che aveva guardato con maggior scetticismo alla sua musica. Tutti i concerti vedono la presenza di un muro imponente di folla e indimenticabile resta quello al Madison Square Garden di New York, svoltosi davanti a diciottomila spettatori osannanti. L’esperienza non si ferma in America visto che la tournée prosegue e percorre l’Europa, il Giappone, l’Australia e la Nuova Zelanda. La sua popolarità arriva così in ogni angolo della terra, ma non in Africa dove ancora non ha avuto l’occasione di suonare. È un’assenza che gli pesa e che si ripromette di colmare prima o poi. In una pausa degli impegni europei se ne va per qualche giorno in Etiopia, quasi a compensare l’impossibilità di esibirsi nel continente che ama di più. Il materiale registrato in questa lunga tournée finirà in un disco dal vivo, il doppio Babylon by bus.

18 maggio, 2020

18 maggio 1968 – Scocca a Berkeley la prima scintilla

Il 18 maggio 1968 a Berkeley, in California, migliaia di studenti occupano il campus universitario segnando un nuovo salto di qualità nel movimento studentesco e, in particolare, nella battaglia di massa contro la guerra d'aggressione che gli Stati Uniti stanno conducendo in Vietnam. L'obiettivo immediato dell'occupazione è quello di bloccare i procedimenti della magistratura contro 866 studenti che si sono rifiutati di combattere in una guerra che non è la loro, ma le parole d'ordine diventano un vero e proprio atto d'accusa contro l'imperialismo americano. Proprio nello stesso giorno, quasi a dimostrare la saldatura tra lotte per la pace, diritti civili e istanze di cambiamento sociale, gli studenti della Columbia University di New York, occupano la loro università per protestare contro la requisizione "per utilità pubblica" di un campo giochi per bambini in un'area abitata quasi esclusivamente da popolazione afroamericana. I due fatti sono emblematicamente indicativi di una lotta, quella degli studenti universitari americani, che fin dall'inizio è direttamente e indissolubilmente collegata allo sviluppo del movimento pacifista e a quello per i diritti civili. Non nasce nel Sessantotto, non si esaurisce lì e, soprattutto, non nasce per caso, visto che i leader che guidano gli scioperi degli studenti si sono formati all'inizio del decennio nel movimento di massa contro la guerra fredda e la minaccia di distruzione nucleare oltre che nelle rischiose azioni dei Freedom Riders contro il segregazionismo negli stati del Sud. Chi sono i Freedom Riders? Sono gruppi di studenti organizzati, bianchi e neri, provenienti soprattutto dal nord e dall'ovest degli Stati Uniti, che si recano negli stati del sud per "de-segregare" materialmente i luoghi pubblici con atti anche punitivi nei confronti dei razzisti. Sono azioni pericolose supportate da un'accurata preparazione che prevedono vari livelli di resistenza agli insulti e alle azioni razziste, non tutti pacifici e non violenti. Verso la metà degli anni Sessanta le istanze contro la guerra fredda e per i diritti civili si saldano con la spinta antiautoritaria e antirepressiva che sta emergendo in molte università. Il controllo sulla circolazione notturna tra le aree femminili e maschili dei campus e gli ottusi divieti opposti dalle autorità accademiche alla richiesta di poter fare politica nelle cittadelle universitarie, portano nel 1964 alla prima rivolta di Berkeley. Proprio quell'anno rappresenta per il movimento studentesco statunitense un punto di svolta. Due sono gli avvenimenti che lo segnano. Il primo è l'inizio dell'escalation statunitense in Indocina dove l'appoggio dato da Kennedy al governo "fantoccio" del Vietnam del Sud contro "i comunisti del Nord" con l'invio dei primi "consulenti", inizia a tramutarsi in aperto impegno bellico. Il secondo è la rivolta di Harlem che, nell'estate dello stesso anno, rappresenta l'inizio di una lunga serie di rivolte dei ghetti neri, spesso represse nel sangue. A partire da quel momento la lotta studentesca significherà sempre e in tutto il paese impegno contro la guerra e solidarietà con la rivolta dei ghetti. La guerra nel Vietnam è presente in tutte le principali lotte dei campus, dai grandi scioperi alle occupazioni. La mobilitazione ha momenti di azione diretta, come la cacciata dalle università degli addetti al reclutamento e dei politici in visita, che attingono la loro forza da un capillare lavoro di mobilitazione e denuncia del coinvolgimento delle università nella guerra, soprattutto a livello di ricerca tecnico-scientifica. L'altro elemento, quello della solidarietà con la rivolta dei ghetti, consente al movimento degli studenti di avviare un processo di collaborazione con i movimenti radicali neri destinato a formarne i nuovi quadri dirigenti. Tutti i leader del Black Power provengono infatti dalle università e l'SNCC, l'associazione degli studenti neri, regala al movimento la prima idea di una struttura organizzativa. Il 18 maggio 1968 a Berkeley inizia una nuova fase del movimento, la cui caratteristica più importante non è l'ulteriore radicalizzazione, che pure c'è, ma l'inizio del suo allargamento, dai campus privati alle università statali, nelle quali più tiepida era stata fino a quel momento la partecipazione alle mobilitazioni. È un processo destinato a proseguire per tutto il biennio successivo, fino a raggiungere la fase di massima espansione nel 1970, dopo l'invasione della Cambogia e l'uccisione da parte della Guardia Nazionale di quattro studenti nella Kent State University dell'Ohio, che, non a caso, è un'università statale. Uno solo è un manifestante, gli altri tre si sono semplicemente fermati a guardare. Questo fatto ispirerà a Neil Young la canzone Ohio, che diventerà un singolo di successo nell’interpretazione di Crosby, Stills, Nash & Young. Nei giorni successivi l'ostilità contro la guerra del Vietnam toccherà l'apice con ben quattrocento campus occupati dagli studenti e altri due ragazzi uccisi dalla polizia a Jackson, nel Mississippi. Proprio in quel periodo, però, nel movimento entreranno i germi della frantumazione e dell'autodissoluzione. La rottura dell'unità d'azione tra i gruppi radicali bianchi e il Black Panther Party, lasciato da solo a subire una repressione violentissima, e le divisioni crescenti tra i vari gruppi che compongono il movimento finiranno per esaurirne rapidamente la forza.


13 maggio, 2020

13 maggio 1938 - Tony Renis, l’imitatore di Dean Martin

Il 13 maggio 1938 nasce a Milano Elio Cesari, destinato a diventare popolarissimo come cantante e compositore con il nome d’arte di Tony Renis. Negli anni Cinquanta si fa conoscere imitando Dean Martin in coppia con Adriano Celentano nei panni di Jerry Lewis. Il debutto ufficiale come cantante solista avviene alla Sei Giorni di Milano con Tenerezza. Nel 1961 esordisce anche al Festival di Sanremo con Pozzanghere, in coppia con Emilio Pericoli. Quest’ultimo è suo partner anche nella rassegna sanremese del 1962 in Quando quando quando, un brano che diventa un successo internazionale e nel 1963 in Uno per tutte, che vince il festival. Torna a Sanremo anche nel 1964 con I sorrisi di sera, in coppia con Frankie Avalon, nel 1968 con Il posto mio, insieme a Domenico Modugno e nel 1970 con Canzone blu, in coppia con Sergio Leonardi. Autore di brani di successo per altri interpreti, come Grande grande grande per Mina, dalla fine degli Sessanta vive a lavora soprattutto negli Stati Uniti. Tra i suoi successi si ricordano anche Uno per tutte e Non mi dire mai goodbye.


07 maggio, 2020

7 maggio 1905 - Bumble Bee Slim, l’alfiere del blues urbano

Il 7 maggio 1905 nasce in Georgia Amos Easton destinato a lasciare un segno importante nelle storia del blues con il nome d’arte di Bumble Bee Slim. Tipico esponente del blues urbano che si sviluppa negli Stati Uniti verso la fine degli anni Venti, attraversa un momento di grande notorietà verso la metà degli anni Trenta quando registra moltissimi dischi per la Vocalion, la Bluebird e la Decca. I suoi brani hanno testi poetici ricchi di un sottile erotismo, spesso tormentato e sofferto nel rispetto della tradizione dell'urban blues. Allievo di Leroy Carr, che incontra per la prima volta nel 1928, quando dalla natia Georgia si trasferisce a Indianapolis, negli anni Trenta vagabonda tra il Tennessee e l'Ohio prima di stabilirsi a Chicago, dove si consacra tra i principali esponenti del blues urbano. In quel periodo lavora anche con Tampa Red e Big Bill Broonzy, prima di riprendere a vagabondare per gli States. Negli anni Cinquanta entra in una fase di declino che coincide con un appannamento generale dell’interesse degli americani verso il blues. Negli anni Sessanta, sull’onda di una rinnovata passione internazionale per il blues, torna in sala di registrazione.

06 maggio, 2020

6 maggio 1965 – Nasce il riff di “Satisfaction”

Il 6 maggio 1965, secondo quanto tramandato dalla leggenda, sarebbe nato il riff introduttivo del brano (I can't get no) Satisfaction. Lo scenario del lieto evento è una stanza d'albergo di Clearwater, in Florida, dove Keith Richards e Mick Jagger stanno lavorando su un pezzo country che non li soddisfa del tutto. Lo trovano troppo morbido, poco adatto alle corde dei Rolling Stones. Decidono quindi di andarsene a dormire e rinviare tutto. Sempre secondo la leggenda Keith Richards si sarebbe svegliato nel mezzo della notte con un’idea per riff introduttivo. Dopo aver applicato alla sua Gibson un distorsore, registra per la prima volta un riff destinato a passare alla storia e poi, soddisfatto, torna a dormire. Distinguere il vero dal falso in queste storie è difficilissimo anche perché i protagonisti si guardano bene dal dire una parola definitiva sulla questione. Non tutti sono propensi a credere che (I can't get no) Satisfaction, un brano che ha segnato per sempre la storia degli Stones e del rock mondiale, sia davvero nato così. I diffidenti fanno notare come quel riff assomigli proprio tanto a quello scandito dalla sezione fiati di Martha & The Vandellas in Dancing in the street, mentre il tormentone che dà il titolo al brano è molto simile a un passaggio di 30 days di Chuck Berry il cui testo dice: «I don't get no satisfaction from the judge». La verità sta probabilmente nel mezzo. Niente nasce per caso e non è uno scandalo se Jagger e Richards hanno attinto a piene mani alla tradizione musicale nera americana per comporre uno dei brani più longevi del Novecento. Lo stesso Mick Jagger ha poi raccontato che quel riff è stato utilizzato a lungo ed è presente in un gran numero di brani eseguiti successivamente dalla band. Agli appassionati il compito di scovare quali...

05 maggio, 2020

5 maggio 1967 - Se vuole la patente eviti di indossare la minigonna!

Una ragazza che guida può indossare la minigonna? No, secondo il severo esaminatore milanese che il 5 maggio 1967 rifiuta di ammettere la giovane Damiana Somenzi all’esame pratico di guida perché indossa una minigonna. La visione di un paio gambe, si sa, può turbare il sonno dei buoni padri di famiglia.... Che vergogna! Presidi, professori, parroci e genitori sono tutti d’accordo: quelle ragazze che masticano chewing gum e mostrano le gambe con disinvoltura sono la prova vivente della corruzione morale della società. Esplosa in Gran Bretagna nel 1964 la minigonna in Italia arriva un po’ più tardi e subito suscita sconquassi. Nel paese maschio per eccellenza la pelle delle gambe delle donne esposta agli sguardi di tutti assume il carattere di una provocazione e un’offesa ai costumi tradizionali, un evidente oltraggio alla morale e al buon senso. Chi porta la minigonna non può entrare a scuola, negli uffici pubblici, in Chiesa, né partecipare a manifestazioni religiose o civili. Il luogo principale dove si scatena l’offensiva moralistica è la famiglia, da sempre considerata il principale tutore delle regole di civile convivenza e della moralità diffusa. Le minigonne costano schiaffi, urla e castighi, ma le ragazze italiane degli anni Sessanta non sono più succubi dell’autorità famigliare, anzi la mettono apertamente in discussione. Contro il nuovo scandalo si mobilitano anche i giornali con campagne moralistiche e con analisi di presunti esperti che sostengono si tratti di una moda decisamente di cattivo gusto e destinata a non durare più di una stagione. I magazine giovanili replicano colpo su colpo e la società si spacca in due. Da un lato i severi censori e gli adulti ripropongono l’etica del sacrificio e della rassegnazione e dall’altra esplode la voglia di vivere e di cambiare regole che sembrano ormai insopportabili. Con la minigonna, ma non solo con quella, le ragazze italiane rivendicano la propria identità e fanno capire che l’adolescenza non può essere più considerata soltanto un fastidioso e inutile periodo di passaggio, quasi un limbo in attesa di diventare adulti. Quei pochi centimetri quadrati di stoffa diventano così un simbolo di liberazione.

03 maggio, 2020

3 maggio 2003 – Le Dixie Chicks nude e coperte d'insulti

Il 3 maggio 2003 sulla copertina del settimanale statunitense “Entertainment Weekly” compare una foto delle tre componenti delle Dixie Chicks nude e coperte solo da varie scritte, perlopiù di insulti. Dopo il boicottaggio massiccio che le ha prese di mira in seguito alla presa di posizione contro la guerra in Iraq hanno deciso di ribattere così alle accuse e alle polemiche che le hanno viste protagoniste negli ultimi tempi per le posizioni espresse sulla guerra in Iraq. Le ragazze, fresche vincitrici di un Grammy Awards per la “miglior performance country femminile di gruppo” sono state oggetto di una campagna di chiaro stampo maccartista dopo che Natalie Maines, la loro leader, ha dichiarato in un concerto svoltosi a Londra di vergognarsi del fatto che George Bush fosse originario del loro stato, il Texas. La frase, riportata dal quotidiano inglese "The Guardian" e poi ripresa dai media statunitensi viene bollata come “antipatriottica” e provoca il boicottaggio radiofonico dei loro brani, la revoca di un ricco contratto pubblicitario e manifestazioni preoccupanti come quella avvenuta in Louisiana, a Bossier City, dove i dischi e altro merchandising del gruppo sono stati ammonticchiati e schiacciati con trattori. All’aggressione mediatica rispondono appunto comparendo sulla copertina di “Entertainment Weekly” coperte soltanto degli insulti che sono stati loro rivolti. Il trio spiegato così il gesto: «È un'immagine che racconta di come certi "vestiti" ed "etichette" facciano presto a esserti cuciti addosso». Il boicottaggio e le minacce non cambieranno le opinioni delle ragazze che nell’ottobre del 2004 parteciperanno a una serie di concerti del "Vote for Change Tour" in supporto alla campagna elettorale di John Kerry contro il texano Bush.