31 ottobre, 2012

1° novembre 1926 – Nasce Lou Donaldson


Il 1° novembre 1926 a Badin, nel North Carolina nasce il sassofonista Lou Donaldson. Figlio di un predicatore che di mestiere fa l’insegnante di musica, apprende le prime nozioni musicali in famiglia e a quindici anni, inizia a studiare clarinetto. È durante il servizio militare prestato in marina che prende la decisione di lasciare il suo strumento di legno per il metallo del sax contralto. Congedato, nel 1950 frequenta il Darrow Institute dove incontra Charlie Parker, Sonny Stitt e altri boppers. Dopo varie esperienze si trasferisce a New York dove incidere per la Blue Note prima in una formazione guidata da Horace Silver e poi anche sotto suo nome. Dopo un breve passaggio al al rhythm and blues torna al jazz dando vita a una propria band con la quale suona in alcuni tra i più importanti club di New York, dal Five Spot all’Half Note, al Play House e tanti altri. Nell’autunno del 1965 arriva in Europa per una breve permanenza al Golden Circle di Stoccolma. Dopo aver inciso per quattro anni per la Cadet, ritorna alla Blue Note. Considerato dalla critica come un allievo di Charlie Parker, in realtà Donaldson ha due facce. La prima decisamente e rigorosamente jazz hard bopper e la seconda nata nel rhythm and blues ed evoluta nel funky.


30 ottobre, 2012

31 ottobre 2003 – Frankie Hi-Nrg Mc era un autarchico


Ci sono anche Franca Valeri, Arnoldo Foà, Antonio Rezza, Paola Cortellesi e Pacifico in Ero un autarchico, l’album che vede la luce il 31 ottobre 2003. L’artefice è Frankie Hi-Nrg Mc, uno dei personaggi più significativi dell'hip-hop italiano dei primi anni Novanta, capace di essere, insieme, innovativo e campione di vendite. Arriva nei negozi sei anni dopo il suo ultimo lavoro in studio La morte dei miracoli, un periodo lunghissimo per un ambiente che è abituato a capitalizzare in fretta le azioni consolidate. Frankie, al secolo Francesco Di Gesù, nonostante i successi la prende con calma ma non sta fermo. La sua creatività si sperimenta anche in altre direzioni. Prova a realizzare alcuni video-clip per sé, poi ci prende gusto e lavora ai filmati musicali di altri come Nocca, Flaminio Maphia, Tiromancino e Pacifico. Sul piano strettamente musicale spiccano le collaborazioni con Alice, Puff Daddy, Nas, Alter Ego, Shel Shapiro, Banda Osiris e, soprattutto la partecipazione all'album The world according to RZA, uscito quest'anno dalla factory dei Wu-Tang Clan, che sembra avergli ridato la voglia di lavorare a un progetto musicale nuovo e più ampio. L'album che esce il 31 ottobre Ero un autarchico, un voluto omaggio a Nanni Moretti, segna una svolta decisa rispetto al passato almeno sul piano musicale. Le atmosfere sono meno cupe e la sua voce non ha i connotati della disperazione presenti soprattutto nel disco precedente, anche se le parole restano di pietra, ben tagliata e dura come il diamante. In Generazione di mostri spiega che «Rivoluzione resta un vocabolo impronunciabile/se l'unico scontro possibile/è tra parti di popolo/che vivono gomito a gomito/e non si accorgono di essere identiche…» e in Rap lamento usa l'accetta contro un'opposizione che rischia di assomigliare troppo alla "squadraccia" di governo del centro-destra. Strepitoso è Morsi e rimorsi, un taglia e incolla dell'intervento di Arnoldo Foà per il "no" all'abrogazione del divorzio nel 1974, smontato e ricomposto in una dichiarazione attualissima. La critica è radicale, ma a dispetto delle apparenze, non prevale mai la tentazione qualunquista: «Io sono geneticamente di sinistra, ma non posso ignorare le deficienze di questa sinistra prigioniera di piccole beghe di condominio. Ci sono milioni di salotti che assomigliano a tante piazzette Venezia e la sinistra si muove in punta di forchetta quando tutti ci si dovrebbe tirare su le maniche». Questa è l'aria che tira nel disco e che, a partire dal 13 novembre a Verona dà anche sostanza al nuovo tour di Frankie Hi-Nrg Mc accompagnato da una band che schiera Francesco Bruni alla chitarra, Lino De Rosa al basso, Ninja alla batteria e Skizo al piatto dei vinili.


29 ottobre, 2012

30 ottobre 1933 – Alberto Collatina, il jazzista che ha imparato la musica dalla nonna


Il 30 ottobre 1933 nasce a Roma Alberto Collatina, uno dei più dotati polistrumentisti italiani. Cresciuto in una famiglia di musicisti, è ancora un bimbetto quando impara dalla nonna concertista a premere con grazia i tasti bianchi e neri del pianoforte dedicandosi poi allo studio di vari strumenti. Per qualche tempo si fa valere nel campo della musica pop come pianista, fisarmonicista, bassista e batterista ma l'incontro con Sandro Brugnolini gli apre la strada al jazz. Alla fine degli anni Quaranta imparare a suonare il sassofono (prima il tenore e poi il soprano) da Ivan Vandor. Dopo essersi perfezionato con il maestro Nardacci, nel 1952 passa al trombone a coulisse e, successivamente, a quello a pistoni. Alla metà degli anni Cinuanta è uno dei pochissimi polistrumentisti italiani in grado di suonare tutti i sax e tutti gli ottoni salvo la tromba. Con Brugnolini e altri costituisce nel 1950 la Junior Dixieland Band, una band in linea con la moda revival del periodo che nel 1952 evolve verso un jazz più elaborato con un buon successo. Sempre con Brugnolini suona nella Modern Jazz Gang per approdare poi negli anni Sessanta alla Roman New Orleans Jazz Band..


28 ottobre, 2012

29 ottobre 1980 – Se ne va Georges Brassens, l’orso della canzone


Il 29 ottobre 1980 nel piccolo villaggio di Saint-Gély-du-Fesc, tra Séte e Montpellier muore Georges Brassens, un artista unico, un orso dotato di una genialità e un’ironia senza pari, scorbutico al punto da spaventare anche Fabrizio De André. Si racconta, infatti che il cantautore genovese, nonostante le parole di apprezzamento dello chansonnier per le versioni italiane delle sue canzoni da lui curate, non ha mai voluto incontrarlo temendo il suo brutto carattere. Nessuno può sapere se e quanto ci sia di vero in questa storia è vera ma non importa perchè certe storie hanno ragione d’esistere indipendentemente dalla loro veridicità. Aneddoti a parte Georges Brassens non ha mai avuto un bel carattere e il suo modo di scrivere canzoni non è differente dalla sua brusca capacità di relazione con il mondo. Mette al centro delle cure la parola. Come un artigiano perennemente insoddisfatto, la lima, la aggiusta, la adatta e quando non è convinto la sostituisce. Il risultato è una scrittura matematica che attraverso architetture ardite sviluppa un linguaggio raffinato con un rigore formale che non ammette deroghe. I suoi versi sono una costruzione perfetta, precisa come un orologio svizzero, complessa e insieme così semplice da poter essere cantati in coro dai liceali di buona famiglia come dagli avventori delle osterie o dai bambini. In questa fusione tra semplicità dei concetti e ricerca della perfezione formale c’è il segreto della grandezza e della longevità di Brassens. È il miracolo di quel coacervo di sentimenti, emozioni e passioni che l’umanità chiama da sempre poesia. Il suo non è il gioco dell’enigmista, l’esercizio senza scopo del letterato innamorato della propria cultura e delle proprie parole. In lui la poesia è forma ma anche sostanza. Le sue canzoni, pur attraversate da una febbrile tensione morale, si abbeverano alle sorgenti inesauribili dell’ironia e di quella capacità di benevolenza che gli antichi chiamavano “pietas” e che non può essere compiutamente rappresentata dalla sola parola “pietà”. Figlio di un muratore Georges Brassens nasce a Sète nel 1921 e lì nei dintorni muore sessant’anni dopo. In mezzo tra la nascita e la morte c’è una vita intensa, iniziata rubacchiando qua e là come un comune teppistello da strada e proseguita tra mille mestieri, compreso quello di spazzacamino e d’operaio alla Renault, passata per l’occupazione nazista, un campo di lavoro in Germania e l’adesione convinta al movimento anarchico. Quando arriva a Parigi non ha ancora compiuto vent’anni. Vive per lungo tempo a poche centinaia di metri dal parco che oggi porta il suo nome ubicato nei pressi del vecchio mattatoio. La capitale lo affascina, lo ispira e lo accompagna per quasi tutta la vita anche se non riesce mai a conquistarlo completamente tanto che quando sente che la morte sta per arrivare chiede di tornare a Sète, in quella che considera davvero casa sua. L’atteggiamento è in linea con un personaggio che nella propria vita si cura pochissimo della forma, diversamente da quanto accade nella sua poesia e nelle sue canzoni. Eppure, nonostante tutto, senza Parigi probabilmente non esisterebbe Brassens. È nella Parigi dei primi anni del dopoguerra, infatti, che trova gli umori giusti per far decollare le sue canzoni. Nella capitale francese respira l’aria degli esistenzialisti, sia pur senza troppo confondersi si mescola con gli intellettuali e gira per le cantine con il suo piccolo ensemble di derivazione jazz mettendo in musica le poesie di autori scomodi come François Villon. In questi fumosi locali negli anni Cinquanta nasce la sua fama di interprete della canzone sociale, erede della tradizione della chanson réaliste. I personaggi che popolano i suoi brani sono quasi sempre gli ultimi, quelli che vivono ai margini della società cosiddetta civile e, spesso, si prendono gioco anche degli intellettuali con le loro presunzioni. Nonostante tutto però proprio l’intellettualità parigina finisce per amarlo alla follia. Non è l’unica contraddizione del lungo percorso artistico di Brassens perché il gioco delle parti a volte è riserva sorprese inaspettate. A lui, anarchico e anti-istituzionale per eccellenza toccherà in sorte di ricevere encomi e riconoscimenti da alcune tra le più paludate e prestigiose istituzioni francesi. Se la poetica letteraria dei brani di Georges Brassens appare rigida nella sua definizione formale fino ad apparire più vicina all’Ottocento che al Novecento la musica non è da meno. Impermeabile alle mode e a qualunque evoluzione, la struttura di tutti i suoi dischi dal 1951 alla fine degli anni Settanta è sempre impostata su voce, chitarra e contrabbasso. Sbaglierebbe però chi s’immaginasse una lunga serie di brani sostanzialmente tutti uguali come accaduto alla canzone cantautorale italiana e anche a quella statunitense nella sua fase calante. Georges Brassens non attinge da quel pozzo. Per quel che riguarda i testi si riallaccia alla grande tradizione della chanson réaliste francese, quella che ha tradizionalmente per protagoniste le figure che popolano i bassifondi: vagabondi, poveri protettori, sbandati, prostitute, ladruncoli e delinquenti di strada. Prima di lui il genere era caduto nella stanca ripetitività didascalica. Lui impugna la ramazza, toglie la polvere, spazza le ragnatele e mette chanson la réaliste in relazione con le nuove pulsioni musicali derivate dal jazz e soprattutto dallo swing. In questa operazione fa tesoro della lezione surrealista di Charles Trenet che lui considererà sempre il suo maestro. Il risultato è che le sue canzoni, lungi dal restare aristocraticamente riservate a pochi intenditori, finiscono per diventare un patrimonio disponibile a tutti. Ascoltandole si piange e si ride, ci si indigna e ci si commuove perché le sue storie sono hanno una forza comunicativa cui non si può resistere. C’è chi gli ha rimproverato per questo una scarsa coerenza con la sua militanza nel movimento anarchico come se l’impegno politico e sociale in musica avesse il dovere di produrre solo inni. Lui non ha mai risposto lasciando che le canzoni parlassero da sole. La carica rivoluzionaria contenuta in storie come quella del gorilla che sodomizza l’autorità viaggia sul filo dell’ironia e dell’intelligenza. Se qualcuno non ce l’ha né Brassens né altri possono farci niente. Georges Brassens nasce il 22 ottobre 1921 a Sète, una città della Francia meridionale dove resta fino al 1940 quando va a Parigi. Appassionato di poesia nel 1942 riesce a pubblicare un volumetto con le sue composizioni che passa inosservato. Lavora come operaio alla Renault ma nel marzo del 1943 viene reclutato a forza dai tedeschi per il Servizio di Lavoro Obbligatorio e spedito in Germania. Non ci resta per molto. Sfruttando una licenza torna a Parigi e si nasconde in casa di Jeanne Le Bonniec, la bretone che l’ospiterà a pensione per una ventina d’anni. Dopo la Liberazione di Parigi nel 1946 aderisce alla Federazione Anarchica e scrive con vari pseudonimi sul giornale “Le Libertaire", Nello stesso periodo comincia a cantare in pubblico le sue canzoni. Negli anni successivi suona in vari locali. La svolta arriva il 6 marzo 1952 quando tra pubblico che l’ascolta c’è Patachou, uno dei personaggi più popolari del cabaret francese. Patachou resta impressionata dalle sue canzoni e lo ingaggia per aprire i suoi spettacoli. Tre giorni dopo, il 9 marzo Georges Brassens debutta al Trois Baudets, uno dei templi del cabaret parigino di quel periodo. È il successo. Prima della fine dell’anno incide il suo primo album. Da quel momento, pur tra alti e bassi, la sia carriera continuerà ininterrottamente fino alla fine degli anni Settanta. Nel mese di novembre del 1980 si ammala di cancro. Quando capisce di essere condannato decide di lasciare Parigi. Nell'estate del 1981 torna nella sua città natale e il 29 ottobre dello stesso anno muore nel piccolo villaggio di Saint-Gély-du-Fesc, tra Séte e Montpellier, dove è ospite del suo amico e medico Maurice Bousquet.


27 ottobre, 2012

28 ottobre 1891 – La prima volta di Nicola Maldacea


Il 28 ottobre 1891 al Salone Margherita di Napoli fa il suo debutto Nicola Maldacea. Emozionato l'artista propone al pubblico un paio di macchiette che ottengono un buon successo. Inizia così la storia artistica di uno dei personaggi più popolari del café chantant italiano. Nato a Napoli il 29 ottobre 1870 frequenta, giovanissimo la “scuola di declamazione e recitazione” di Carmelo Marroccelli con scarsi risultati. Nonostante lo scetticismo dei suoi insegnanti il ragazzo ha talento e molta voglia di arrivare. Immediatamente dopo il debutto vagabonda per i locali italiani dove pian piano la sua popolarità cresce fino a farne una delle più pagate star del cafè-chantant. Ottiene uno straordinario successo anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti dove si esibisce nel 1922 in una leggendaria tournée con Ria Rosa. Anche il cinema si accorge di lui e gli affida ruoli significativi in film come "Kean" nel 1940 e "Miseria e nobiltà" nel 1941. Le dispendiose passioni per il gioco e per le belle donne lo costringono a lavorare fino al giorno della sua morte, che avviene a Roma il 5 marzo 1945.

26 ottobre, 2012

27 ottobre 1962 – Ballata per Giovanni Ardizzone

Il 27 ottobre 1962 in una Milano blindata muore investito da una camionetta della polizia Giovanni Ardizzone. La sua sola colpa è quella di essere lì per manifestare a favore della pace. Sono giorni difficili e la terra è sull'orlo della catastrofe nucleare. In quella che passerà alla storia come la "crisi dei missili", gli Stati Uniti fanno suonare le trombe di guerra contro un piccolo stato "canaglia", colpevole di aver cacciato le multinazionali nordamericane e di avere scelto la via socialista: Cuba. Nell'immaginario collettivo è la Cuba dei "barbudos", di Fidel Castro, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, la "Isla grande" che ha dimostrato al mondo come anche nel cortile di casa degli imperialisti sia possibile dare un senso concreto a parole come libertà, socialismo e comunismo. Come sempre, come oggi, anche allora c'è chi non se ne accorge, chi guarda indeciso, chi si schiera dalla parte del più forte e chi si mobilita, oltre che per la pace, anche per l'autonomia e l'indipendenza di Cuba socialista. Tra questi ultimi c'è Giovanni Ardizzone, il ventunenne figlio unico del farmacista di Castano Primo, un borgo nelle vicinanze di Milano. Studente universitario, iscritto al secondo anno della Facoltà di Medicina e Chirurgia, frequenta il collegio universitario Fulvio Testi ed è un militante comunista. La sua vita quotidiana non è diversa da quella di tanti giovani di oggi. Le sue giornate passano veloci scandite da discussioni, volantinaggi, riunioni, cinema e musica. Quando, come, in tante altre città italiane, la Camera del Lavoro di Milano organizza una grande manifestazione pacifista e di protesta contro l'aggressione statunitense, Giovanni e i suoi compagni sono, come sempre, in prima fila. È il 27 ottobre 1962, un sabato d'autunno. In piazza c'è molta gente e sono tanti, tantissimi i giovani. Dopo il discorso del segretario della CGIL è previsto un corteo per le vie del centro storico di Milano. Alla partenza non c'è particolare tensione. Nonostante la nutrita presenza di polizia, in particolare del Terzo Battaglione della Celere, corpo speciale di intervento anti-manifestazioni, giunto appositamente da Padova, non si registra alcun incidente. Quando la testa del corteo arriva in piazza del Duomo, però, il clima muta all'improvviso. Senza alcuna ragione plausibile la polizia riceve l'ordine di disperdere i manifestanti pacifisti. Scoppia un inferno di cariche, pestaggi, mentre il rombo dei motori delle jeep diventa la colonna sonora di un terrore del tutto ingiustificato. Impreparati all'attacco a freddo i manifestanti tentano di reagire con lanci di pietre e bastoni, ma il rapporto di forza è impari. Le gimkane motoristiche li costringono a rifugiarsi nelle vie adiacenti alla piazza alla mercé dei poliziotti che si scatenano in una vera e propria caccia all'uomo. Dove gli spazi sono più larghi le camionette si gettano a pazza velocità contro i partecipanti al corteo senza fermarsi davanti a nulla. Giovanni Ardizzone viene investito e travolto davanti alla Antica Loggia dei Mercanti, di fronte al Duomo. Poco più in là altri due partecipanti al corteo restano al suolo. Sono il muratore Nicola Giardino di 38 anni e l’operaio Luigi Scalmana, di 57 anni. Da subito si capisce che per il giovane studente non c'è nulla da fare. Giovanni Ardizzone muore poche ore dopo in ospedale. Agli altri due feriti va meglio. Dopo essere stati in fin di vita per alcuni giorni, riusciranno a riprendersi. La notizia dell'uccisione di Giovanni fa il giro della città. Nella notte tra il sabato e la domenica, gruppi di giovani operai, studenti e cittadini arrivano alla spicciolata nel luogo dove è stato ucciso, si siedono per terra e danno vita a una silenziosa veglia. Il giorno dopo, domenica 28 ottobre, i piccoli gruppi sono diventati una folla impressionante che occupa gran parte della Piazza del Duomo e dei dintorni. Il luogo dell'assassinio è sommerso da fiori e cartelli. I parlamentari comunisti e della sinistra presentano note di protesta e interrogazioni urgenti contro una versione "ufficiale" del ministero dell'interno, avallata da gran parte della stampa che parla di “banale, per quanto spiacevole, incidente stradale”. Lunedì 29 ottobre gli operai delle fabbriche milanesi entrano in sciopero e nelle università e nelle scuole superiori di Milano e hinterland vengono sospese le lezioni in segno di protesta contro l’assassinio di Ardizzone. Nella notte tra lunedì e martedì la foto del giovane caduto viene collocata nel vicino Sacrario dedicato ai Caduti della Resistenza, dove continua il pellegrinaggio della popolazione milanese e lombarda. L'emozione e lo sdegno per l'assassinio non si fermano, però, a Milano. In tutto il paese vengono indetti scioperi e manifestazioni di studenti e operai. Giovanni Ardizzone non resta solo neppure nel suo ultimo viaggio. Il giorno dei funerali Castano Primo è invaso da migliaia di persone, arrivate da ogni parte d'Italia per dare l'estremo saluto al giovane comunista caduto combattendo per la pace. Ispirandosi alla vicenda di Giovanni, il cantautore Ivan Della Mea scrive la sua Ballata per l’Ardizzone.

26 ottobre 1931 - Little Junior Williams e Detroit Junior, due nomi un solo blues


Il 26 ottobre 1931 nasce ad Haynesville, in Arkansas, Emery H. Williams jr., destinato a diventare un bluesman famoso con due nomi d'arte in due epoche diverse della sua carriera: Little Junior Williams e Detroit Junior. Gli inizi della sua carriera si perdono nella notte dei tempi. Sballottato qua e là dalla sua famiglia che si sposta continuamente vive l'infanzia in una sorta di triangolo tra le città di Forrest City, Memphis e Pulaski (un piccolo centro dell'Illinois). In questo suo vagabondaggio apprende le prime nozioni musicali, non complete dal punto di vista formativo, ma sufficienti a dargli la possibilità di cantare accompagnandosi in modo accettabile con pianoforte e chitarra. Nel 1948 si stabilisce a Flint nel Michigan, dove comincia ad esibirsi soprattutto nelle feste private. Ha diciassette anni e si presenta con il suo vero nome. La svolta sul piano professionale avviene nei primi anni Cinquanta, quando ottiene un contratto fisso dal Mellowland Club di Pontiac e incide i primi dischi con la Great Lakes. La sua giovane età gli regala il primo nome d'arte. In questo periodo, infatti, diventa Little Junior Williams. Nel 1953 forma i Blues Champs, una band destinata ad avere vita breve. Dopo lo scioglimento del gruppo riprende a vagabondare offrendo i propri servigi come solista e suonando occasionalmente con l'orchestra del Circle Club di Flint. Nel 1956 va a Chicago a cercare fortuna. La trova nella band del chitarrista Eddie Taylor e, dal 1959, con i Royal Aces di Little Mack. In quel periodo l'etichetta Bea & Baby gli propone un nuovo contratto discografico. «Sei già sotto contratto con altri?». Il buon Emery non si ricorda i termini del contratto con la Great Lakes, ma dice di no. Per evitare guai decide di cambiare nome d'arte. Nasce così Detroit Junior. Nel 1967 verrà ingaggiato dal grande Howlin' Wolf con cui resterà fino alla metà degli anni Settanta, partecipando tra l'altro al festival blues di Ann Arbor del 1972.


24 ottobre, 2012

25 ottobre 2004 - Papa Wemba accusato di favorire l’immigrazione clandestina


Il 25 ottobre 2004 a Bobigny, Parigi, inizia il processo intentato contro Papa Wemba, una delle star della world music mondiale, nato in Congo, cittadino belga e residente in Francia, accusato di vari reati collegati all’immigrazione illegale. Il musicista rischia una pena pesante, fino a dieci anni di carcere, per aver fatto entrare in Francia centinaia di cittadini congolesi con un’ingegnosa truffa ai danni delle leggi sull’immigrazione. Secondo l’accusa, infatti, Papa Wemba chiedeva visti per loro dichiarando che erano componenti del suo nutrito gruppo Vive La Musique. Sempre stando alla ricostruzione dell’accusa i cittadini congolesi, una volta ottenuto il visto per la Francia, non avrebbero fatto più ritorno in Congo. Con Papa Wemba, il cui vero nome è Jules Shungu Wembadio Pene Kikumba, saranno giudicate altre sette persone. Il musicista, che ha cinquantacinque anni, al momento del processo ha già trascorso in prigione quasi quattro mesi da quando ha preso avvio l’inchiesta.


23 ottobre, 2012

24 ottobre 1925 – Willie Mabon, una vita tra blues e camion


Il 24 ottobre 1925 nasce a Hollywood, nel Tennessee, il bluesman Willie Mabon. Come accade a molti altri protagonisti della storia del soul e del blues, la sua prima scuola di musica è il coro della chiesa del quartiere dove vive. Nel 1940, a quindici anni, convinto che il canto possa essere la sua definitiva scelta di vita, inizia a studiare pianoforte e armonica, ma l'anno dopo è costretto a cambiare progetti. La morte improvvisa della madre lo costringe a stabilirsi a Chicago dove alterna lavori saltuari a sporadiche esibizioni nei locali della città. La fine della seconda guerra mondiale lo sorprende al volante di un poderoso autocarro di proprietà di un'impresa di trasporti. Appena può, però, abbandona la vita vagabonda e senza orari per fare l'operaio in una fabbrica d'ascensori. Il lavoro è più duro ma gli lascia maggior tempo per la musica. I suoi amici di quel periodo si chiamano Memphis Slim e Sunnyland Slim, personaggi destinati a scrivere pagine importanti nella storia del blues. Nel mese di dicembre del 1946 forma con Lazy Bill Lucas ed Earl Dranes un trio che debutta al Tuxedo Lounge. L'esperienza di gruppo gli piace. Nel 1948 dà vita ai Blues Rockers e qualche tempo dopo forma addirittura una sorta di big blues band. Sono anni fortunati che lo vedono protagonista di innumerevoli successi discografici tra cui spicca, nel 1952, il singolo I don’t know e, nel 1953, I’m mad. In quel periodo vagabonda per le varie città degli Stati Uniti accompagnato da una band di sette elementi. Negli anni Sessanta, mentre sull'onda dell'esplosione del beat tutto il mondo scopre e impara ad amare il blues, lui comincia ad avere una crisi di rigetto nei confronti del music business. L'invadenza delle case discografiche e del sistema in generale finiscono per fargli rimpiangere gli anni della gioventù, duri ma caratterizzati da maggior libertà. Quando nessuno se l'aspetta abbandona tutto e torna a guidare camion. Accade alla fine del 1967, dopo una lunga serie di concerti nei club di Chicago. Per evitare problemi con la sua casa discografica entra in sala di registrazione e incide a tappe forzate i brani previsti dal contratto. Poi si cerca un posto da camionista e lascia tutto. La scelta non sarà definitiva. Dopo quattro anni sulle strade tornerà a esibirsi alla fine del 1972. L'anno dopo, invitato in tournée in Europa, scoprirà Parigi e non si muoverà più. Stabilirà la sua residenza nella capitale francese e troverà gli stimoli giusti per continuare.

23 ottobre 1940 – Edson Arantes Do Nascimento, in arte Pelè


Il 23 ottobre 1940 a Tres Corações in Brasile nasce un bambino che viene registrato all’anagrafe con il nome di Edson Arantes Do Nascimento e che tutto il mondo conoscerà con il ome di Pelé. Lui stesso racconta di chiamarsi Edson in onore di Thomas Alva Edison e di non aver mai apprezzato particolarmente il nomignolo di Pelé. Nonostante le sue personali preferenze resta nella storia dello sport e del costume proprio con questo appellativo di due sole sillabe regalatogli da un compagno di scuola e di giochi quando era ancora un ragazzino e rimastogli appiccicato per tutta la vita. Talento naturale viene scoperto all'età di 11 anni dall'ex giocatore della nazionale brasiliana Waldemar de Brito che lo segue e si incarica di trovargli una collocazione. Quando entra a far parte della prestigiosa formazione del Santos ha soltanto quindici anni e non ne ha ancora compiuti sedici quando, nel mese di settembre del 1956, debutta contro il Corinthians segnando un gol. Due anni dopo i mondiali di Svezia lo consacrano tra gli dei del calcio mondiale. La fortuna non l’assiste quattro anni dopo, ai Mondiali del Cile del 1962. Attesissimo e in gran forma si fa male nel primo incontro e chiude lì la sua avventura. I suoi compagni vincono di nuovo il titolo ma lui deve accontentarsi di entrare nell’albo d’oro della manifestazione senza mai alzarsi dalla panchina. Il destino sembra prendersi gioco di lui anche nei mondiali del 1966 quando, colpito a uno stinco nel corso della terza partita contro il Portogallo deve uscire dal campo in barella e assistere al resto degli incontri dalla panchina. Questa volta, però, il tormento dura poco perché il Brasile viene rapidamente eliminato. Per rivedere il suo genio calcistico all’opera nella più grande e importante competizione internazionale di calcio si dovrà attendere Messico 1970 quando ormai trentenne, assistito dalla giovanile esuberanza di Jairzinho, Tostao, Rivelino e Carlos Alberto darà al mondo una serie di prove delle sue straordinarie qualità In quello che passerà alla storia come il primo Mondiale di calcio trasmesso a colori (anche se in Italia lo si vedrà ancora in bianco e nero) Pelé regala almeno tre perle rimaste negli annuari del calcio spettacolo. La prima è il tentativo di colpire la Cecoslovacchi con un pallonetto da metà campo, la seconda il colpo di testa contro l’Inghilterra impossibile per posizione e per dinamica cui risponde con una parata-capolavoro il portiere inglese Gordon Banks. Terza, ma soltanto in ordine di tempo, è la finta con la quale lascia scorrere il pallone oltre il portiere dell'Uruguay uscito fuori area, per poi recuperarlo e tirare verso la porta mancandola di un soffio. Nella finale contro l’Italia realizza il centesimo gol del Brasile in un Mondiale con un colpo di testa dopo essere stato sospeso in aria per un’eternità. Tarcisio Burgnich, il difensore italiano che ha l’ingrato compito di marcarlo, non si dimenticherà più quella giornata: «Prima della partita mi ripetevo che era un uomo di carne e ossa come me e come tutti gli altri, ma sbagliavo». Il Brasile vince il titolo e Pelé entra definitivamente nella leggenda. Il giorno dopo la finale sulla prima pagina del Sunday Times c’è scritto: «Come si scrive Pelé? D-I-O». Nel 1974 Pelé annuncia il suo abbandono del campo da gioco, ma non è vero. Un anno dopo accetta di andare a giocare nei Cosmos di New York «per portare il gioco più diffuso al mondo al pubblico nordamericano». L’esperienza si rivela molto remunerativa ma non ottiene i risultati sperati sul piano sportivo per cui appende definitivamente le scarpe al chiodo nel 1977 dopo aver realizzato 1.281 gol, un record insuperato che fa di lui il più grande cannoniere della storia del calcio


21 ottobre, 2012

22 ottobre 1958 - La prima volta di ‘Canzonissima’


Il 22 ottobre 1958 va in onda la prima puntata di “Canzonissima”, una sfida musicale collegata alla Lotteria di Capodanno, che qualche anno più tardi cambierà nome in Lotteria Italia. Il ruolo di presentatore-conduttore è affidato a Renato Tagliani, mentre l’ospite fisso è Ugo Tognazzi, che verrà sostituito successivamente da Walter Chiari. La prima edizione si concluderà il 4 gennaio con la vittoria di Nilla Pizzi, che canta L’edera, davanti a Claudio Villa con Arrivederci Roma. Verranno venduti 2.246.763 biglietti della lotteria e il possessore del biglietto accoppiato alla canzone vincitrice riceverà un premio di 100 milioni.

20 ottobre, 2012

21 ottobre 1996 - I cantautori non sono il diavolo!


Il 21 ottobre 1996 il programma televisivo “Roxy Bar” condotto da Red Ronnie ha un ospite d’eccezione e inusuale. Si tratta del cardinale Ersilio Tonini. Il prelato dovrebbe confrontarsi con il cantautore Francesco De Gregori dopo le polemiche scatenate dal L’Osservatore Romano, il giornale del Vaticano, nei confronti dei cantautori italiani per l’utilizzazione di Dio nei loro testi. Il confronto, annunciato dalla stampa come una sorta di resa dei conti tra la musica dei giovani e la Chiesa, attira l’attenzione di milioni di spettatori. Contrariamente alle previsioni non c’è battaglia, ma un gesto ufficiale di conciliazione da parte dell’autorevole esponente della Chiesa Cattolica. Al termine del faccia a faccia con Francesco De Gregori, infatti, il cardinale Ersilio Tonini, si alza e abbraccia il cantautore esclamando «Posso ringraziare Dio di avere fatto uno come te».


20 ottobre 1977 – Una copertina premonitrice per i Lynyrd Skynyrd


Il 20 ottobre 1977 un Convair 240 della compagnia privata Falcon Airways decolla da Greenville, nel South Carolina, con destinazione Baton Rouge, in Louisiana. A bordo, tra i ventisei passeggeri, ci sono i componenti dei Lynyrd Skynyrd accompagnati dal loro manager e dal trio vocale femminile delle Konkettes, da un anno coriste della band. Il gruppo sta recandosi alla Louisiana University di Baton Rouge dove ha in programma un concerto. Mentre sorvola lo stato del Massachusetts l’aereo ha un’improvvisa avaria. Il pilota tenta un atterraggio di fortuna, ma non può evitare l’impatto violento con il terreno, che avviene nei pressi della città di Gillsburg. Fortunatamente nello schianto il velivolo non prende fuoco, ma nell’incidente muoiono sei passeggeri, tra cui il cantante dei Lynyrd Skynyrd Ronnie Van Zandt, il chitarrista Steve Gaines, sua sorella Cassie, corista, e Dean Kilpatrik, il manager. Tutti gli altri componenti del gruppo, pur feriti, non sono in pericolo di vita. Tre giorni prima dell’incidente i Lynyrd Skynyrd hanno pubblicato l’album Street survivors, la cui copertina è illustrata da un fotomontaggio premonitore che mostra i componenti del gruppo avvolti dalle fiamme. La storia dei veri Lynyrd Skynyrd finisce qui, anche se negli anni successivi i membri superstiti tenteranno di riformare sull’onda della nostalgia quello che, con l'Allman Brothers Band e la Marshall Tucker Band, è stato uno dei maggiori gruppi del rock sudista. A differenza degli altri due gruppi però Van Zandt e i suoi compagni, non ne hanno rappresentato l’anima innovatrice, né si sono proposti di recuperare gli aspetti più significativi della tradizione musicale sudista. In tutta la loro carriera essi si identificano con gli umori peggiori degli stati del sud degli Stati Uniti. Apertamente reazionari, all’inizio del 1977 appoggiano ufficialmente la campagna elettorale del leader razzista George Wallace. I brani riflettono questo clima e infiammano i giovani sottoproletari bianchi degli stati del sud, che ne assimilano la voglia di rivincita. La parte più intensa della loro storia finisce a Greenville, con la morte di Van Zandt, vero leader e anima del gruppo, ma la sfortuna no. Colpirà di nuovo, negli anni successivi, anche altri componenti della band tanto da alimentare la leggenda che vede nei Lynyrd Skynyrd un “gruppo maledetto”.



18 ottobre, 2012

19 ottobre 1967 – Per Henderson il trombone da hobby diventa mestiere


Il 19 ottobre 1967 muore New York il cinquantottenne trombettista Henderson Charles Chambers. Nato ad Alexandria, in Georgia, nel 1908 inizia a coltivare la passione per uno strumento inusuale come il trombone negli anni Venti, quando è ancora studente e suona con la banda del Morehouse College di Atlanta. Con il passare del tempo quello che sembrava un hobby diventa sempre più coinvolgente fino a quando, nel 1931, si trasforma definitivamente in un lavoro. Il primo direttore d'orchestra che gli offre un ingaggio professionale è Neil Montgomery. Per tutti gli anni Trenta la sua popolarità non va oltre i confini della Georgia dove suona con quasi tutte le orchestre impegnate nei locali jazz dello stato in cui è nato. Sono le cosiddette "territory bands", le orchestre territoriali che traggono vita e sostanza dal luogo dove sono nate e qui esauriscono il loro ciclo. La limitazione spaziale non ne diminuisce il valore, anzi. Alcune sono destinate a entrare nella storia del jazz e molte di queste schierano in vari periodi il trombone di Chambers. È il caso delle band di Doc Banks, Jack Jackson, Speed Weeb e Zack Whyte, solo per citare quelle più conosciute. Verso la fine degli anni Trenta Chambers è con l’orchestra del sassofonista Al Sears che lascia successivamente per passare a quella di Tiny Bradshaw. All’inizio degli anni Quaranta lascia la sua Georgia e se ne va a New York per suonare al Savoy Ballroom con Chris Columbus. Qui ha modo di farsi notare dalla critica e dal pubblico, suscitando consensi e stupore per il suo stile ricco di abbellimenti e sostenuto da una tecnica sopraffina. L’anno successivo viene ingaggiato da Louis Armstrong, con la cui orchestra entra per la prima volta in sala di registrazione nel 1941. Nel 1943 suona insieme a Don Redman e poi al clarinettista Edmond Hall, con il quale lavora per diversi anni. Proprio con l'orchestra di Hall accompagna il suo vecchio amico Louis Armstrong nel concerto alla Carnegie Hall dell’8 febbraio 1947, considerato uno dei migliori tra i tanti registrati dal trombettista nel corso degli anni Quaranta. Negli anni Cinquanta suona con Lucky Millinder, Count Basie, Buck Clayton, Cab Calloway, Duke Ellington e Mercer Ellington. Considerato ormai uno dei migliori trombonisti di scuola swing, rinuncia alla tentazione di dar vita a una propria orchestra e nel decennio successivo darà il suo contributo strumentale alla costruzione del mito di Ray Charles.


17 ottobre, 2012

18 ottobre 1973 - Addio Virgilio Crocco


«È morto Virgilio». Il 18 ottobre 1973 a La Crosse, nel Wisconsin, mentre sta attraversando la strada per rientrare in albergo insieme al suo amico Eugenio Malgieri, Virgilio Crocco viene travolto da un’auto e muore. Per Mina è un colpo terribile. Un altro pezzo della sua vita se ne va per sempre. Nonostante il fallimento del matrimonio era rimasta in ottimi rapporti con un uomo che stimava profondamente e dal quale aveva tratto la forza di rinnovarsi, di capire meglio quale strada prendere, come comportarsi e, soprattutto, come difendersi dall'aggressività dei “media”. La lenta consunzione della loro storia d’amore non aveva intaccato l’amicizia e la confidenza che, anzi, sembravano uscire rafforzati dalla fine di un ingombrante e ambiguo legame come quello matrimoniale. Il dolore è fortissimo e contribuisce a farla chiudere ancor di più in se stessa. Per qualche tempo neppure gli amici più fedeli possono nulla contro il muro impenetrabile di silenzio che si è costruita intorno. Pian piano ritrova se stessa, insieme alla consapevolezza che non ce la fa più a reggere gli obblighi di un mondo falso e artificiale come quello dello spettacolo.


16 ottobre, 2012

17 ottobre 1931 – Lucio Capobianco, il trombone innamorato di Genova


Diciamo la verità, quando si parla di jazz è difficile pensare a Genova. In genere sono altri i nomi di città che vengono in mente, New Orleans, Chicago, Detroit o se si vuol essere più nazionalisti Milano, Bologna o Roma. La città della lanterna, famosa per la sua “scuola di cantautori” non è istintivamente accostata al jazz. Eppure proprio a Genova nasce, il 17 ottobre 1931, Lucio Capobianco, destinato a diventare con il suo trombone uno dei personaggi di primo piano della scena jazzistica europea. Il suo incontro con quella strana musica definita dal regime fascista “negroide e degenerata” avviene solo dopo la Liberazione, quando ha già quasi quattordici anni. Prima era impossibile. Un po’ perché per un ragazzino non è facile frequentare i locali notturni e poi perché le proibizioni del regime fascista rendevano pressoché impossibile per chiunque pubblicizzare un concerto jazz. Quando Lucio ascolta per la prima volta quella strana musica porta ancora i calzoni corti e pur non potendo ancora dirsi un adulto non è più un bambino. Non ha alle spalle alcuna preparazione musicale di base, non conosce molto di ciò che sta ascoltando, ma è attratto dal trombone. Lo incuriosisce quella specie di stantuffo che viene spinto avanti e indietro per modulare il suono. Riesce a procurarsene uno e inizia a soffiare senza troppe pretese. Progressivamente lo strumento diventa la sua unica occupazione. Incurante delle critiche degli scettici e delle chiacchiere di chi cerca di dissuaderlo, tira avanti diritto per la sua strada. Sospinto da una feroce determinazione e da una volontà di ferro quando non soffia nel trombone va nei piccoli circoli jazz della sua città e cerca di “rubare il mestiere” a chi ne sa più di lui. Non ha ancora diciotto anni quando, con una ristretta cerchia di appassionati, inizia a suonare negli scantinati della sua città. Nel 1954, a ventitré anni, fonda il suo primo gruppo, la Riverside Syncopators Jazz Band con il trombettista Bruno Martinoli, il clarinettista Lello Mango, il pianista Donato Bianco, il banjoista Claudio Malcapi e il batterista Bruno Chinea. La band, che si ispira all’esperienza della Creole di King Oliver, diventa rapidamente popolare tra gli appassionati di tutta Italia e, pian piano si fa conoscere anche all’estero ottenendo prestigiosi riconoscimenti i festival importanti come quello di Sopot in Polonia nel 1957 e di Lugano nel 1959. Nel 1960 la Riverside Syncopators Jazz Band viene proclamata “miglior formazione italiana di stile tradizionale” da un referendum indetto da un programma radiofonico specializzato della Rai. Vari problemi, soprattutto finanziari, lo portano un paio d’anni dopo a sciogliere la sua band. Inizia così un rapporto di collaborazione con Carletto Loffredo destinato a durare per molto tempo. Nonostante le tournée, gli impegni internazionali e la popolarità che lo circonda non chiude il rapporto con la sua città natale che lui ama molto anche se non è New Orleans. Quando ne ha la possibilità torna a Genova e non è raro ascoltarlo mentre si lancia con altri strumentisti in qualche esibizione improvvisata nel locale che considera ormai la sua “vera casa”: il Louisiana Jazz Club. Agli amici confessa che il suo più grande desiderio è quello di tornare a lavorare a tempo pieno in una formazione della sua città. Il sogno si realizza nel 1970 quando nasce la Genova Dixieland All Stars, con, oltre a lui, il trombettista Fausto Rossi, il clarinettista Lello Mango, il pianista Armando Corso e altri strumentisti della città. La band fa conoscere il nome della città della lanterna in tutto il mondo accompagnando varie stelle di prima grandezza del firmamento jazzistico come Albert Nicholas, Bill Coleman, Bud Freeman, Wild Bill Davison, Kenny Davern, Dick Wellstood, Yank Lawson e Ralph Sutton, tutti rigorosamente invitati a passare qualche ora al Louisiana Jazz Club di Genova. Un omaggio dovuto, ci mancherebbe altro!


15 ottobre, 2012

16 ottobre 1984 - Oscurate le reti di Berlusconi

Il 16 ottobre 1984 i pretori di Roma, Torino e Pescara dispongono che vengano oscurate le emissioni di Canale Cinque, Italia Uno e Retequattro le tre reti divenute di proprietà di Silvio Berlusconi per violazione delle norme vigenti in materia di telediffusione. Pochi giorni dopo il Presidente del Consiglio Bettino Craxi presenterà un decreto legge per consentire al gruppo privato di riprendere le trasmissioni sul territorio nazionale. Il cosiddetto “decreto Berlusconi” verrà respinto dalla camera perché incostituzionale, ma sarà riproposto e approvato definitivamente il 31 gennaio 1985.

14 ottobre, 2012

15 ottobre 1967 – Gigi Meroni il calciatore beat


La sera del 15 ottobre 1967 un’auto travolge a Torino Gigi Meroni, il calciatore beat e capellone del Torino e della nazionale. Eccentrico e anticonformista, con i suoi capelli lunghi, i vestiti colorati e la vita sregolata era divenuto un simbolo per le nuove generazioni che si specchiavano nella sua immagine al di là del colore della sua maglia e del semplice fatto sportivo. La sua morte improvvisa e tragica ne alimenta il mito e lega per sempre la sua immagine all’Italia degli anni Sessanta quando i giovani di tutto il mondo iniziano a comunicare sulla stessa onda utilizzando la musica. In quegli anni i giovani della prima generazione nata dopo la seconda guerra mondiale rovesciano la scala gerarchica che li voleva trasparenti in attesa di diventare adulti e decidono di vivere il loro tempo da protagonisti. È l’avvio di un’onda lunga che non resterà limitata al fenomeno di costume ma finirà per investire l’intero assetto della società, istituzioni politiche comprese. Ben presto alle parole d’amore adolescenziale si sostituiscono contenuti diversi. I giovani parlano di parità dei sessi, libero amore, rifiuto del consumismo e pace universale. Nell’Italia tradizionalista del dopoguerra il contrasto generazionale diventa fortissimo e ricco di una simbolica trasgressiva. Capelli lunghi, minigonne, jeans con l’aggiunta di coloratissimi e stravaganti accessori, tutti i segni di identificazione delle giovani generazioni vengono presi di mira dai media. Chi porta i capelli lunghi viene sbrigativamente e negativamente definito dai giornali “capellone”, mentre per le ragazze che osano indossare la minigonna si conia il termine “ninfette” prendendo a prestito la definizione inventata dallo scrittore Nabokov per la sua Lolita. Dall’altra parte si prendono le distanze dagli interlocutori adulti definendoli “matusa”, dalla contrazione di Matusalemme, l’uomo più vecchio della storia del genere umano. La risposta alle accuse viene affidata alle canzoni dei gruppi o “complessi”, come si chiamano in quel periodo mutuando un termine preso a prestito dal jazz. «Ma che colpa abbiamo noi» cantano i Rokes, mentre i Nomadi chiedono ai censori «Come potete giudicar… chi vi credete che noi siam/per i capelli che portiam?». Nella contesa generazionale entrano anche i vecchi ribelli del rock che un po’ dappertutto reagiscono spaventati all’ascesa dei nuovi ritmi. E se in Francia un rocker come Johnny Hallyday canta di «capelli lunghi e idee corte», in Italia Celentano gli risponde a ritmo di rock and roll «…tre passi avanti e crolla il mondo beat…». Meroni era uno dei simboli di tutto questo oltre che un calciatore.


14 ottobre 1977 – Muore Bing Crosby


Il 14 ottobre 1977 muore Bing Crosby, uno dei personaggi più importanti della musica pop statunitense. Nato a Tacoma, nello stato di Washington, il 2 maggio 1904 da Harry Crosby e Kate Harrigan, cresce a Spokane. La sua famiglia non se la passa benissimo e il ragazzo deve abbinare il lavoro allo studio per essere di aiuto alla numerosa famiglia. A otto anni viene soprannominato Bing, come il popolare personaggio della comic strip “Bingleville Bugle” di cui è un appassionato lettore. Studia alla Webster School e poi al Gonzaga Institute, retto dai Gesuiti, dove inizia, ma non completa, gli studi di legge. Le sue prime esperienze musicali risalgono al 1920, quando è batterista e cantante dei Juicy Seven, un gruppo scolastico. Nel 1921 entra a far parte dei Musicaladers un gruppo modellato sullo stile della Original Dixieland Jazz Band. In quegli anni dà vita anche a un duo novelty di canto e piano con il pianista del gruppo, Al Rinker, fratello della cantante Mildred Bailey. Nel 1925, dopo lo scioglimento dei Musicaladers, i due si trasferiscono a Los Angeles, e, grazie all'interessamento di Mildred Bailey, vengono ingaggiati dalla compagnia di vaudeville Fanchon & Marco al Boulevard Theatre di Los Angeles. Le loro interpretazioni jazzate di motivi di successo (San, China Boy, Copenhagen) integrate da effetti speciali mutuati dai Mound City Blue Blows e da occasionali battute comiche, ottengono un buon successo. Per questa ragione l'impresario Arthur Freed li scrittura per la rivista “The Morrisey Music Hall Revue”, messa in scena al Majestic Theatre di Los Angeles. Partecipano poi a uno spettacolo di varietà al Metropolitan Theatre, dove vengono notati da Paul Whiteman, allora all'apice della popolarità, che li aggrega alla sua orchestra come numero di attrazione. Il pubblico di Whiteman però non li apprezza particolarmente e il loro ruolo si riduce quasi esclusivamente al sottofondo vocale delle parti strumentali insieme ad altri vocalist della band. Le cose cambiano quando Whiteman scrittura Harry Barris, un giovane e dinamico pianista e cantante hot proveniente dall'orchestra di George Olsen dando vita ai Paul Whiteman's Rhythm Boys. Il buon successo ottenuto con brani come Mississippi Mud, scritto dallo stesso Barris, e From Monday On, sembra rilanciare Bing e il suo compagno, ma la loro caparbia insistenza a dare sempre maggiore spazio alle battute comiche a detrimento della parte musicale finisce per stancare il pubblico e lo stesso Paul Whiteman che li allontana dall’orchestra. Bing, Rinker e Barris si esibiscono nei teatri e nei night-club di varie città della California ottenendo un notevole successo al Monmartre Café di Los Angeles e un successivo ingaggio al prestigioso Cocoanut Grove di Hollywood. Nel frattempo Bing Crosby sposa la cantante e attrice Wilma Wyatt (Dixie Lee) decide di sfruttare la popolarità guadagnata nei locali con un proprio programma radiofonico dove le sue canzoni When the Blues of the Night e I Surrender Dear fanno faville. Sotto l’abile gestione del fratello maggiore Everett viene scritturato anche dalla casa cinematografica Paramount che lo trasforma in una star del cinema musicale hollywoodiano. La popolarità non lo abbandona più fino alla morte e non conosce appannamenti neppure quando, alla soglia dei settant'anni, riduce al minimo le sue apparizioni in pubblico. Il comico Bob Hope, suo grande amico ed estimatore, a chi vaticinava il declino di Bing dinanzi alla esplosione di Frank Sinatra (soprannominato "swoonatra" perchè faceva svenire le fans) agli inizi degli anni Quaranta, replicava con queste parole, che al di là del paradosso contengono un fondo di verità: «Non si preoccupi per Bing: quello è l'uomo che fece svenire la madre di Sinatra ed è anche l'uomo che fra una quindicina d'anni farà svenire la figlia di Sinatra».

12 ottobre, 2012

13 luglio 1920 – Umberto Cesari, il pianista che amava Fats Waller


Il 13 luglio 1920 nasce a Chieti il pianista Umberto Cesari. All’inizio dell’attività, pur essendo in possesso di una formazione classica non disdegna incursioni sempre più frequenti nella musica leggera. La sua carriera sembra ormai incanalata sui binari di una tranquilla routine da strumentista d’accompagnamento quando l’ascolto casuale di un disco che contiene After you’ve gone nella versione di Fats Waller gli fa scoprire il jazz. È quasi un colpo di fulmine. Gli orizzonti del giovanotto chietino cambiano improvvisamente e anche la sua impostazione stilistica per un po’ appare fortemente condizionata da quella di Waller. Negli anni immediatamente successivi alla Liberazione dà vita a ben due formazioni: il Cristall Trio e un sestetto impostato sulla falsariga delle formazioni di Benny Goodman di cui si occupa persino Down Beat, la rivista per le forze armate statunitensi di stanza in Europa. La sua popolarità si allarga e alla fine degli anni Quaranta se ne va a New York per suonare in una grande orchestra radiofonica. Nel marzo del 1950 è, però di nuovo in Italia per registrare negli studi della Parlophon una leggendaria versione di Begin the Beguine con il Trio, un gruppo che oltre a lui comprende Carlo Pes alla chitarra e Carletto Loffredo al basso. In breve tempo diventa uno dei più apprezzati strumentisti jazz di studio. Tra le sue registrazioni più famose ci sono quelle con il quartetto di Aurelio Ciarallo per la Columbia nel 1954, quattro brani con la Roman New Orleans Jazz Band per la RCA nel 1958 e otto nel 1959 con la stessa band che può contare per l’occasione anche sull’apporto del clarinettista Peanuts Hucko e del trombettista Trummy Young. Il 24 ottobre 1960, con Sergio Biseo al basso e Roberto Podio alla batteria, registra negli studi della RCA la famosa Pino solitario. Nella sua carriera ha incontrato quasi tutti i protagonisti del jazz di quel periodo. Suona a lungo con Stéphane Grappelli e, in jam session, incrocia il suo strumento con quelli di personaggi straordinari come Django Reinhardt, Louis Armstrong, Trummy Young, Cozy Cole, Arvell Shaw, Jack Teagarden, Bill Coleman, Barney Bigard, Don Byas, Toots Thielemans, Chet Baker, Max Roach, Zoot Sims, oltre a moltissimi musicisti europei. Da sempre poco incline a mostrarsi in pubblico, negli anni Sessanta rende il suo isolamento quasi inaccessibile rifiutando anche le proposte di nuove registrazioni. Muore nel 1992.


11 ottobre, 2012

12 ottobre 1985 – Chi sono i Ready For The World?

Il 12 ottobre 1985 al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti arriva il brano Oh Sheila, una canzoncina gradevole e ben fatta firmata da una band che si fa chiamare Ready For The World. «Chi diavolo sono questi Ready For The World?» è la domanda che rimbalza negli ambienti musicali statunitensi e qualcuno comincia a pensare che la band non esista. C’è chi avanza esplicitamente l’ipotesi che la sigla nasconda un gruppo fantasma composto da strumentisti di studio al servizio di una geniale operazione commerciale della MCA Record. Prima che le voci riescano a prendere consistenza i Ready For The World si fanno vivi. Sono una vera band e non sono neanche di primo pelo. Nascono nel 1982 quando due tra i gruppi più popolari di Flint, nel Michigan, si raggruppano per esibirsi eccezionalmente insieme. Lo strano supergruppo, inizialmente formato più per scommessa che per effettiva convinzione, finisce per vivere di vita propria determinando la fine delle due band originarie. La sua composizione ha notevoli elementi d’originalità, visto che raggruppa strumentisti che rischiano di essere dei doppioni. Li aiuta nell’avventura la versatilità di alcuni elementi come il cantante, pianista e chitarrista Melvin Riley e l’eccentrico Gordon Strozier che passa indifferentemente dalla chitarra al basso alla batteria. La formazione dei Ready For The World è completata dal tastierista Gregory Potts, dal bassista John Eaton, dal batterista Gerald Valentine e dal percussionista Willie Triplett. Superati i problemi di amalgama i sei ragazzi incrociano sulla loro strada un disk jockey della loro città, “Mojo” Johnson, che ne intuisce le potenzialità, li aiuta a realizzare i primi demo e, soprattutto, li convince a investire i loro risparmi in un’etichetta indipendente, la Blue Lake Records, per la quale pubblicano il primo singolo Tonight. Il disco spopola solo nella loro città, ma attira l’attenzione della MCA che decide di scritturarli. Un singolo d’assaggio precede il grande successo di Oh Sheila che fa di loro uno dei gruppi rivelazione del 1985. Decisi a sfruttare il buon momento pubblicano anche l’album Ready For The World. La loro è, però, una breve fiammata. L’anno dopo, nonostante il buon successo del singolo Love you down entreranno in una fase di declino irreversibile che li riporterà rapidamente nell’anonimato.

11 ottobre 1963 – L’usignolo di Francia vola via

L'11 ottobre 1963, Edith Piaf, l’usignolo di Francia, apre le ali e è vola via. La notizia non arriva al mondo inaspettata. Da tempo il suo fragile corpo faceva fatica a contenere la sua corsa vitale e tutti se n'erano accorti quattro anni prima quando, sul palcoscenico del Waldorf Astoria di New York, era crollata priva di sensi prima della fine del concerto. Quel segnale non aveva trovato risposte. Lei non aveva mollato e, ancora all'inizio di quel tragico 1963, nonostante le precarie condizioni di salute, aveva voluto tenere un concerto all’Olympia programmato da tempo. L’ultimo. Sul palco tutti l’avevano vista curva, minuta, rinsecchita, con le dita rovinate dall’artrite. Solo il suo volto risaltava sotto le luci di scena bianco, pallido e segnato dal tempo e dai colpi del destino. Una madonnina dei dolori che era però scomparsa non appena la musica aveva cominciato a diffondersi per la sala. Quando aveva liberato la voce, la grottesca figurina si era dissolta lasciando il posto alla solita, grande, cantante. Poco tempo dopo era arrivato il ricovero in ospedale, l’inizio della fine. La sua voce si spegne ed Edith entra in uno strano mito fatto di leggende, memorie, testimonianze, tutte importanti, ma incapaci, da sole di spiegare un fascino che, a distanza di quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa, colpisce ancora l'immaginario dei popoli d'Europa. E la risposta è forse in quella voce che riesce ancora ad accarezzare, ferire, accompagnare e far sognare. Lì c'è l'elemento centrale della sua grandezza artistica. La sua voce, infatti, è uno strumento di comunicazione. Nessuno prima di lei l'ha utilizzata così, con quella forza, con quella capacità di comunicare se stessa all'indistinto pubblico che ascolta. È unica nella sua capacità di trasmettere a così tante persone l’angoscia, la tristezza e la carica drammatica di un'esistenza vissuta come una corsa a ostacoli, ciascuno dei quali superato cedendo in cambio un pezzo di vita. Per questa ragione il concetto di versatilità vocale in Edith Piaf cambia significato. In lei non definisce la capacità di interpretare una pluralità di stili e generi o quella di reinventare e filtrare attraverso la sua personalità brani molto diversi fra loro. Per Edith la versatilità vocale è un concetto complesso, è la capacità di fare della voce uno strumento espressivo quasi teatrale. Si alimenta direttamente alla sfera dei sentimenti, a un aggrovigliato incrociarsi di pensieri, aspirazioni e tragedie personali. La duttilità della sua voce non è mai al servizio esclusivo degli autori delle canzoni, ma mette davanti a tutto la necessità di comunicare con il pubblico fino a travalicare, se necessario, anche il significato stesso delle parole, anche quando è lei stessa a scriverle. Fin dal suo primo apparire la critica, nel continuo e spesso eccessivo sforzo di catalogare tutto, inventa il termine di chanson intime per definire il genere da lei interpretato. La definizione è troppo riduttiva e parziale. Non riesce, infatti, a rendere efficacemente la capacità della voce di Edith di dare voce e musicalità diretta a quella gamma di sentimenti e sensazioni che fino a quel momento aveva trovato solo nella poesia la sua principale espressione. La voce, infatti, cambia in funzione delle emozioni che deve esprimere e talvolta anche all’interno dello stesso brano. Non a caso Jean Cocteau disse di lei: «Senza la voce di questa piccola cantante Parigi cesserebbe di essere Parigi. Sono proprio voci come questa che ne interpretano l’anima poetica». La forza principale di Edith è tutta nella sua voce profonda e capace di sfumature di grande drammaticità. A dispetto di tutte le sue imitatrici postume non tenta mai di catturare l’attenzione degli ascoltatori spingendo la potenza al limite delle sue capacità vocali, né cerca l’acuto da applauso. È più interessata all’aspetto espressivo, a comunicare direttamente con il cuore del pubblico. L’intensità per lei è più importante del vocalizzo. Non a caso irride i critici quando dice: «Il mio conservatorio è stato la strada. La strada è una buona scuola. È lì che ti danno il diploma di cantante. Il pubblico lo vedi. Ti sta davanti. Faccia a faccia. Senti il suo cuore battere, dice quello che pensa. Sai quello che gli piace e quello che non gli piace. E se per caso si commuove e piange è fatta. Puoi essere sicuro che la questua andrà bene». Non è una provocazione. Le sue radici sono dentro di lei e fanno parte della sua arte. Senza quelle radici non sarebbe quello che è. In più Edith era dotata di una buona tecnica vocale, appresa un po' sulle strade e un po' dai mille maestri che hanno attraversato la sua di strada. Nelle sue canzoni, nella sua stessa vita si ritrova, poi, un pezzo della cultura di quest'Europa che, a dispetto di chi ha come punto di riferimento il capitale e i banchieri, ha avuto momenti altissimi di cultura. La voce di Edith porta con sé gli echi della storia novecentesca, tormentata e drammatica di un continente ricco di conflitti, di slanci, di tragedie e segnato da due guerre devastanti. La sua stessa vicenda personale l'attraversa con rabbia e gioca, talvolta inconsciamente, a sfidare il potere. Dopo la promulgazione delle leggi razziali unisce la sua vita a quella del pianista ebreo Norbert Glanzberg e quando Broadway il pubblico la fischia apre le porte della sua camera d’albergo soltanto a Longuet, l’inviato di “Ce soir”, un quotidiano dell’area comunista. Il ricordo della Piaf appartiene alla strada, ai popoli della notte, a quella sterminata umanità che non la tradisce e non l'abbandona neppure di fronte all'ineluttabilità della morte. È questo il segreto di un'immortalità che non si alimenta di certezze, ma neppure di rimpianti o, peggio, di tardive abiure e pentimenti. Ciò che è stato e stato ed è importante proprio perché è parte di quello che si è oggi. Per questo, oggi come allora, la sua voce ci ricorda che: «Je ne regrette rien…»

09 ottobre, 2012

10 ottobre 1934 - Elio Mauro, l'operaio dalla chitarra d'oro

Il 10 ottobre 1934 nasce ad Avezzano, in provincia de L'Aquila, il cantante e chitarrista Elio Mauro, all’anagrafe Aurelio Collacciani. Per lungo tempo per lui la musica resta soltanto un hobby da coltivare nel tempo libero che gli resta dopo il lavoro come operaio nelle Acciaierie di Terni. La svolta nella sua vita arriva inaspettatamente nel 1950 quando viene scritturato da una compagnia di varietà diretta Vichi De Roll e Anna Galento. Da quel momento lascia le Acciaierie di Terni per dedicarsi completamente alla musica. Dotato di una voce calda dall'impostazione moderna e di una buona tecnica chitarristica si adatta bene all'ambiente dello spettacolo anche perché non insegue particolari sogni di gloria. L'esperienza da operaio l'ha abituato ad accettare tutto quello che arriva senza guardare troppo per il sottile. Suona e canta con numerose orchestre ed è disponibile anche a sopportare le non sempre agevoli tournée nei locali da ballo di mezzo mondo. Proprio al ritorno da un lungo tour in terra straniera viene scritturato nel 1954 dalla Rupe Tarpea, un locale romano alla moda. Sono i tempi della "dolce vita" e Roma è un luogo d'incontro per le star hollywoodiane. Lui con la sua voce e la sua musica fa da colonna sonora ai frequentatori del suo locale, tra i quali c'è anche Ava Gardner. Proprio l'attrice, innamorata della sua musica, gli regala una chitarra d'oro. Nel 1955 vince un concorso alla RAI e inizia a cantare a Radio Roma, ma successivamente parte per un lungo tour negli Stati Uniti. Partecipa poi alla commedia musicale "Irma la dolce" con Vittorio Gassman e nel 1959 arriva secondo al Festival di Napoli cantando Padrone d''o mare. La sua popolarità è legata all’interpretazione di brani come Stella furastiera, Ave Maria no morro e, soprattutto La canzone del faro, sigla della famosa inchiesta televisiva "Viaggio nel Sud". La sua voce compare nelle colonne sonore di molti film tra cui il felliniano "Le notti di Cabiria".

08 ottobre, 2012

9 ottobre 1967 – Una raffica uccide il Che, non le sue idee

Alle 13.30 del 9 ottobre 1967, a La Higuera, un paesino della Bolivia, una raffica del mitra Uzi di fabbricazione belga in dotazione al sottufficiale dell’esercito boliviano Mario Teran e un colpo di pistola al cuore pongono fine alla vita di Ernesto ‘Che’ Guevara. La sua morte è stata decisa in accordo con i servizi segreti statunitensi per evitare i contraccolpi propagandistici di un processo pubblico. Il rivoluzionario argentino, comunista e giramondo, tra i principali protagonisti della rivoluzione cubana, che era arrivato in Bolivia per guidare la guerriglia è stato catturato poche ore prima dai soldati in un agguato insieme ad altri compagni. Guevara ha trentanove anni. La fotografia del suo cadavere steso su un tavolo con gli occhi aperti fa il giro del mondo. Contrariamente a quello che pensano i suoi aguzzini la sua morte, lungi dal chiudere per sempre la questione, ne farà un mito destinato a sopravvivere nel tempo. Mario Teran, il sottufficiale che gli avrebbe sparato l’ultima raffica, morirà suicida nell’aprile del 1968 a La Paz.

8 ottobre 1941 – Alla radio c'è il Quartetto Cetra

L’8 ottobre del 1941 accompagnato dall’Orchestra Zeme, il Quartetto Cetra si esibisce per la prima volta ai microfoni della radio. Nati sull’onda del successo delle canzoni del “filone dell’allegria”, con il nome di Egie, sigla ottenuta assemblando le iniziali dei loro nomi, Enrico Gentile, Giovanni Giacobetti detto ‘Tata’, Iacopo Jacomelli e Enrico De Angelis, debuttano al teatro Valle di Roma il 27 maggio del 1940 con “Caccia al passante”, uno spettacolo ideato e scritto dal loro amico Agenore Incrocci, che si firma con lo pseudonimo di Age e che è destinato a diventare uno dei grandi autori della commedia italiana. Nelle loro esecuzioni si ispirano al quartetto vocale americano dei Mills Brothers. Qualche tempo dopo a Iacomelli subentra Virgilio Savona, per cui, dopo alcune discussioni interne si decide di cambiare il nome di Egie in Quartetto Cetra. L’esordio ai microfoni della radio avviene proprio l’8 ottobre del 1941, quando, accompagnati dall’Orchestra Zeme, cantano Il Visconte di Castelfombrone. Nello stesso periodo, però, anche Enrico Gentile, il solista, è costretto a lasciare i compagni per adempiere agli oblighi militari e al suo posto arriva un giovane di Fondi in provincia di Latina, Felice Chiusano. L’ultima cambiamento nella formazione è del 1947, quando se ne va Enrico De Angelis che viene sostituito dalla moglie di Savona, Lucia Mannucci

07 ottobre, 2012

7 ottobre 1992 - Augusto non canta

Stroncato da un male incurabile contro il quale stava lottando da tempo il 7 ottobre 1992 scompare Augusto Daolio, la voce e la figura-simbolo dei Nomadi, uno dei più longevi gruppi della storia della canzone italiana. La sua morte segue di pochi mesi quella del chitarrista dello stesso gruppo Dante Pergreffi, avvenuta il 14 maggio in un incidente stradale e sostituito nella formazione dalla giovanissima Elisa Minari. In loro memoria i compagni pubblicano il doppio album dal vivo Ma che film la vita - I nostri concerti. La morte di Daolio non segna però la fine dei Nomadi che, sotto la guida di Beppe Carletti, l’ultimo rimasto del nucleo storico della band, iniziano a scrivere un altro capitolo della loro lunga e straordinaria storia.

6 ottobre 1967 - Il lungo funerale degli hippies

Il 6 ottobre 1967 tutte le comuni hippie situate nel circondario di San Francisco si radunano in città. Una moltitudine di ragazzi e ragazze vestiti a lutto si avvia in un lungo e silenzioso corteo che percorre le vie principali. Ai bordi delle strade percorse dalla singolare processione altri ragazzi distribuiscono volantini che spiegano ai passanti come tutte le comuni abbiano deciso di celebrare “la morte degli hippie”. Il movimento hippie fa il funerale a se stesso per protestare contro lo sfruttamento commerciale della sua immagine, delle sue idee e della sua stessa esistenza. «Questo mondo non ci piace. Siamo nati per cambiarlo e il consumismo ha scoperto che anche la nostra voglia di cambiamento può diventare merce. Per questo il movimento è morto e oggi lo accompagnamo nel suo ultimo viaggio». Basta guardarsi intorno per capire quali siano i fenomeni cui fanno riferimento i ragazzi delle comuni. Le vetrine di San Francisco, i bar, i ritrovi, tutto è stato colorato da fiori. La scritta "Peace and love" campeggia su un numero impressionante di oggetti e capi di vestiario in vendita. A partire dall'aprile di quell'anno la Greyhound, la più famosa compagnia statunitense di pullman, ha addirittura inaugurato un singolare giro turistico tra le varie comuni hippie di S. Francisco. «Adesso basta, non si possono vendere le idee». Un movimento culturale ed esistenziale nato dalla ribellione al consumismo sta diventando esso stesso oggetto di consumo. Al di là del gesto simbolico, il funerale segnerà davvero la fine di una fase nella storia degli hippies. Di lì a poco il movimento si spezzerà in due tronconi. Uno, sull'onda del "flower power", finirà per rifugiarsi sempre più in una sorta di individualismo di massa finalizzato alla felicità interiore e lontano dalle questioni sociali. L'altra scoprirà la politica e affiancherà l'impegno alle esperienze di vita comunitaria finendo poi per confluire nelle grandi battaglie pacifiste e per i diritti civili che di lì a poco infiammeranno gli States.

04 ottobre, 2012

5 ottobre 1973 – La sorprendente vitalità di Alvin Stardust

Il 5 ottobre 1973 viene pubblicato in Gran Bretagna il singolo My coo ca choo, un brano scatenato e divertente in linea con il glam rock che in quel periodo fa impazzire i giovanissimi consumatori di musica di quel paese. I teen-ager britannici lo accolgono entusiasticamente e in breve tempo lo portano ai vertici della classifica dei dischi più venduti. C’è, però, un giallo legato all’identità dell’interprete. La copertina del disco attribuisce l’esecuzione a un certo Alvin Stardust, un nome che nessuno ha mai sentito e di cui nessuno sa nulla. Per un po’ i giornali si divertono a ipotizzarne l’identità immaginando che si tratti dell’avventura solistica del cantante di uno dei tanti gruppi glam del periodo, finché la verità viene a galla. In realtà dietro allo pseudonimo si cela il ritorno sulle scene di un adolescente di… trentun anni. È Bernard Jewry, che, con il nome di Shane Fenton era stato, insieme al suo gruppo, i Fentones, uno dei principali esponenti del rock and roll britannico prima del ciclone Beatles. La rivelazione preoccupa non poco i dirigenti della sua casa discografica, perché temono che l’età di Alvin Stardust possa comprometterne l’immagine e la popolarità presso il pubblico dei più giovani. I timori non sono infondati. La moda del glam, fatta di brani dalla grande cantabilità e dai testi disimpegnati, è soprattutto una scelta generazionale che contrappone i gusti degli adolescenti al rock più impegnato e concettuale dei loro fratelli maggiori. Il meno preoccupato è lui. «Perché dovrei? A parte l’età, cosa mi divide da gruppi come gli Slade o gli Sweet? Il glam segna il ritorno del rock al divertimento puro, senza ideologie e senza tante complicazioni. Io sono così». Non ha torto. Per un paio d’anni quell’adolescente un po’ stagionato dominerà le classifiche di vendita, ma poi i suoi giovani fans cresceranno e con la crisi del glam dovrà rassegnarsi a tornare nell'ombra. La sua storia, però, non finirà lì. Nel 1981 l’etichetta alternativa Stiff, incuriosita dalla storia di questo strano dinosauro del rock britannico, lo richiamerà in servizio. Per la terza volta in vent'anni Bernard Jewry, ancora con il nome di Alvin Stardust, tornerà al successo con una serie di brani come Pretend, I feel like Buddy Holly e I wan't run away ispirati al rock and roll delle origini.

4 ottobre 1970 – Addio piccola Janis

Il 4 ottobre 1970 Janis Joplin lascia per sempre la scena e vola via sulle ali di un’overdose di vita, più che di eroina, diventando suo malgrado un simbolo emblematico, come Jimi Hendrix, Brian Jones e Jim Morrison, del disagio esistenziale di una generazione. Janis è stata travolta un mondo duro e ostile da infrangere, più che domare. Per usare una terminologia politica non c’è riformismo possibile per una bambina nata in un buco del Texas agro-petrolifero come Port Arthur dove l’intelligenza e la curiosità sono guardati come un’espressione del diavolo e il canto è considerato «il primo passo verso la rovina». Se poi la bambina coltiva il sogno di andare via cavalcando le note di quella musica che racconta l’anima il peggio che le può toccare è scoprire che la sella è stata costruita su misura per i maschietti. Non è stata davvero tenera la vita per Janis, che dopo essersi fatta le ossa con i Walker Creek Boys molla le ancore e segue il sogno “on the road” dei beatniks trasferendosi ad Austin dove conosce Nick Gravenites e dove si esibisce alla Coffee Gallery, accompagnandosi con l'autoharp o con musicisti girovaghi, come Jorma Kaukonen, il futuro chitarrista dei Jefferson Airplane Nel 1962 entra per la prima volta in sala di registrazione per realizzare un jingle pubblicitario per una banca sulla melodia di This land is your land di Woody Guthrie. Nello stesso anno inizia a viaggiare tra le comuni hippie formatesi in quel periodo a San Francisco e Los Angeles. Alcuni brani di questo periodo, registrati da vivo ad Austin e a San Francisco verranno pubblicati nell'album Janis/Early Performances del 1975. Nell'estate del 1966 il poeta Chet Helms manager dei Big Brothers & The Holding Company le propone di diventare la voce solista della band. Per la prima volta nella sua breve carriera, quindi, Janis si esibisce con una band stabile formata dal bassista Peter Albin, dal batterista Dave Jetez, dal chitarrista James Gurley e dal chitarrista Sam Andrew. Con la sua voce graffiante e disperata il gruppo diventa, con i Grateful Dead, Country Joe & The Fish e i Quicksilver Messenger Service, uno dei protagonisti della scena musicale di San Francisco. Oggi parlare bene di lei è facile, ma all’epoca la critica storce il naso e la definisce anche «un incrocio fra una locomotiva a vapore, Calamity Jane, Bessie Smith, una trivella e un liquore disgustoso». Nel 1967 Janis e la band registrano il primo album, Big Brother & The Holding Company, uscito subito dopo il festival di Monterey, tenutosi in agosto, dove Janis ottiene uno straordinario successo personale. Nel mese di febbraio del 1968 Janis Joplin e la band tengono un memorabile concerto all'Anderson Theatre di New York e a settembre pubblicano lo splendido Cheap thrills. L’album, con la copertina disegnata dal fumettista underground Robert Crumb, è una delle migliori testimonianze dell'acid rock e si rivela un grande successo commerciale, ma segna anche l'inizio di un contrasto insanabile tra Janis e la band che sfocia nella definitiva rottura. L’irrequieta cantante decide di fare di testa sua. Riunisce musicisti come il chitarrista Sam Andrew, il tastierista Bill King, il bassista Brad Campbell, il batterista Ron Markovitz, il sassofonista Terry Clements e il trombettista Marcus Doubleday e li mescola in una band ad assetto variabile che prende vari nomi: Kozmic Blues Band, The Janis Revue e The Main Squeeze. Dopo I got dem ol'kozmic blues again mama del 1969 la fuga di Sam Andrew, sostituito in un primo momento da John Till, è il primo segnale di una crisi che sfocia nello scioglimento della banda. Su Janis, ormai entrata in un processo autodistruttivo condito da alcol e sostanze varie, piove anche una denuncia per linguaggio blasfemo comminatagli dalla polizia di Tampa al termine di un concerto. Il 12 giugno 1970 a Lexington, nel Kentucky, si esibisce con la sua terza e ultima band, la Full Till Boogie Band, composta dal chitarrista John Till, il pianista Richard Bell, l’organista Ken Pearson, il bassista Brad Campbell e il batterista Clark Pierson. Ormai la sua corsa sta per finire. Durante la registrazione dell'album Pearl, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1970, Janis Joplin muore in una camera dell'Hotel Landmark di Hollywood. Muore sola, nonostante il successo e la disponibilità a dare tutto di se stessa, nonostante l’amore regalato a uomini e donne in rapporti spesso consumati troppo in fretta. Il succo della sua vita è nascosto nella dichiarazione fatta dopo un concerto: «Mi sento come se avessi fatto l'amore con migliaia di persone e adesso so che devo tornare a casa da sola». Di lei restano meravigliose performance vocali e la capacità di interpretare il blues nella sua accezione originaria di musica dell’anima, della sofferenza, dell’insoddisfazione e del dolore.

03 ottobre, 2012

3 ottobre 2002 – La musica USA si schiera contro la guerra

Il 3 ottobre 2002 un folto numero di musicisti statunitensi inizia con un concerto alla Great Hall di New York aperto dal "grande vecchio" Pete Seeger una serie di iniziative destinate a culminare il 6 ottobre (anniversario dell'attacco all'Afghanistan) in una lunga serie di concerti per la pace in Central Park, a Los Angeles, San Francisco e Seattle. Non era scontato, ma sta succedendo. Le corde del rock hanno ripreso a vibrare contro quelli che, negli anni Sessanta (un secolo fa!) Bob Dylan chiamava "Masters of war" (Signori della guerra). Su entrambi i lati dell'Oceano Atlantico la musica sta riscoprendo nuove e antiche parole per opporsi all'idea della guerra permanente invocata da Bush. Lo fa con due manifesti diversi, ma simili per i contenuti, sottoscritti da un numero impressionante di artisti. In Gran Bretagna porta il titolo di "Stop the War" (fermiamo la guerra) e negli Stati Uniti quello di "Not in our name" (non in nostro nome), ma la sostanza è la stessa, riassunta da Robert Del Naja dei Massive Attack: «Non possiamo stare a guardare gli Stati Uniti mentre uccidono sempre più persone per assicurarsi il monopolio del petrolio nel Medio Oriente». Scorrendo i nomi ci si accorge che qualcosa è davvero cambiato in un music system che per tanti, troppi anni, dopo le fiammate degli anni Sessanta e Settanta aveva guardato i movimenti pacifisti con indifferenza, quando non con aperta complicità. Chi mastica di musica ricorda ancora con raccapriccio l'orribile video realizzato da molti protagonisti della scena musicale per sostenere i "nostri ragazzi" impegnati nella Guerra del Golfo, mentre i piloti dei caccia statunitensi si vantavano di ascoltare in volo heavy metal ad altissimo volume. Allora solo una frangia importante ma ridotta aveva avuto il coraggio di dissociarsi. Oggi, invece, scorrendo la lista dei nomi, ci si accorge che non siamo di fronte a un'iniziativa un po' elitaria di pochi e illuminati artisti. Il vento della rivolta contro la guerra è alimentato in Gran Bretagna dalla popolarità di personaggi come i già citati Massive Attack, i Blur, Richard Ashcroft, i Primal Scream, Fatboy Slim, i Chemical Brothers, Billy Bragg, gli Elbow, Terence Trent D'Arby, i Coldplay, Brian Eno, i Radiohead e moltissimi altri. Non sono mancate le diserzioni e i distinguo dei musicisti più organicamente vicini al partito Laburista come Noel Gallagher degli Oasis che ha definito l'iniziativa «un tentativo inutile» e Paul Weller che, pur su posizioni simili a quelle del movimento, preferisce mantenere un ruolo autonomo, «forse per dare più spazio al suo nuovo disco» hanno ironizzato i colleghi. L'offensiva musical-pacifista britannica non si limita si concerti, alle manifestazioni e alle prese di posizione, ma tenta di allargare la sua azione con l'obiettivo di radicare un imponente movimento di massa. Damon Albarn dei Blur e i Massive Attack, per esempio, hanno acquistato due intere pagine del "New Musical Express", uno dei più diffusi magazine musicali del mondo, per dire che la guerra contro l'Iraq è ingiustificata e «rischia di provocare orribili ramificazioni, come l'apertura di un Vaso di Pandora che più nessuno poi riuscirebbe a richiudere». Sulla stessa onda i colleghi statunitensi pubblicano sul sito ufficiale le dieci ragioni per cui non si deve attaccare l'Iraq: 1) Non c'è alcuna vera giustificazione; 2) È falso che l'Iraq sia un pericolo reale; 3) Gli Stati Uniti faticano a trovare alleati; 4) La guerra, per definizione, rende tutti meno sicuri; 5) L'attacco all'Iraq viola le leggi internazionali; 6) L'attacco all'Iraq è costoso, difficile e pericoloso; 7) L'attacco all'Iraq uccide moltissime persone; 8) L'attacco all'Iraq viola la costituzione degli Stati Uniti; 9) La guerra non è mai la via giusta per la pace; 10) L'opposizione alla guerra cresce in tutto il mondo. Anche qui le firme sono tantissime, da Laurie Anderson ad Ani DiFranco, Michael Franti, Mos Def, Steve Earle, Tom Morello, Oscar Brown e moltissimi altri, compresi personaggi meno musicali come Jane Fonda, Susan Sarandon, Oliver Stone e Noam Chomsky. Tra le star che hanno fatto sentire la propria voce negli States contro la guerra ci sono anche (e come potevano mancare?) Bruce Springsteen, Moby e i Pearl Jam. L'onda, insomma, sta crescendo, impetuosa su entrambe le sponde dell'oceano sotto la spinta di un vento che torna a rianimare le piazze e a far sussultare le coscienze. E, come hanno detto i promotori di "Stop the War", questa volta non ci si fa intrappolare dalle parole, prima ancora di capire a chi si muove guerra bisogna capire che non esistono guerre giuste: bisogna cancellare l'idea stessa di guerra dalla coscienza dell'umanità.

01 ottobre, 2012

2 ottobre 1957 – L’ultimo traguardo di Luigi Ganna il primo vincitore del Giro

Il 2 ottobre 1957 muore a Varese Luigi Ganna, il primo vincitore del Giro d’Italia. Nato il 1° dicembre del 1883 a Induno Olona, in provincia di Varese, Ganna è stato, con Cuniolo, Galetti e Pavesi, uno dei “quattro moschettieri”, come vennero chiamati, all’inizio del secolo i quattro campioni capaci di suscitare in Italia i primi entusiasmi per uno sport giovane come il ciclismo. L’anno migliore della sua carriera fu il 1909 quando, dopo aver vinto la Milano-Sanremo davanti a Georget e Cuniolo, si aggiudicò la prima edizione del Giro d’Italia con due punti di vantaggio sull’amico-rivale Galetti, vincendo anche le tappe di Roma, Firenze e Torino. Tra i suoi successi figurano anche il Giro dell’Emilia e la Milano-Modena nel 1910 e la Gran Fondo nel 1912. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale decretò la fine anticipata della sua carriera agonistica, ma non del suo rapporto con il ciclismo. Intuite le grandi potenzialità produttive del settore si impegnò nella costruzione di biciclette che, approfittando della popolarità conseguita, chiamò con il suo nome. Le biciclette Ganna vennero portate alla vittoria negli anni successivi da Bottecchia, Demuysière e Fiorenzo Magni. Luigi Ganna morì a Varese il 2 ottobre 1957.