29 maggio, 2011

6 giugno 1931 – Jimmy Blythe, il pianista affascinato dagli studi di registrazione

Il 6 giugno 1931 muore a Chicago, nell’Illinois, il pianista Jimmy Blythe. Ha solo trent'anni ed è nato a Louisville, nel Kentucky. Nonostante la giovane età attraversa da protagonista l'incontro del jazz con la riproduzione discografica. Quando arriva a Chicago ha da poco compiuto i quindici anni, ma si fa immediatamente notare per le sue qualità tecniche e per la sua fantasia. All'inizio degli anni Venti è già popolarissimo in tutto il South Side come accompagnatore dei principali solisti vocali e si difende bene anche come solista. Curioso e appassionato delle novità resta affascinato dalle sale di registrazione. Proprio in questi luoghi un po' angusti e spesso ricavati nei sotterranei di vecchi palazzi sembra dare il meglio di sé. La sua tecnica e la sua ispirazione si esaltano in assenza di pubblico. In un'epoca in cui il lavoro in sala di registrazione è effettuato in presa diretta, senza possibilità di errori, lui si afferma come leader e pianista di un'infinità di gruppi destinati a dare un impulso decisivo alla diffusione della musica afroamericana. Per tutti gli anni Venti non si muove quasi mai da Chicago, una città che gli dà sicurezza e ricca di sale di registrazione. Nel suo lavoro di studio è affiancato dall'inseparabile Jimmy Bertrand, un suonatore di washboard (asse per lavare i panni), uno strumento costituito da una tavola ricoperta da lamiera ondulata destinata a svolgere un lavoro di sostegno del ritmo. L'apporto di questo singolare sodalizio caratterizza in modo particolare le incisioni chicagoane dei musicisti afroamericani provenienti dalla scuola di New Orleans. Fra il 1924 e il 1931, l'anno della sua morte, partecipa alla realizzazione di una serie di pietre miliari della storia del jazz come, per fare alcuni esempi, Messin' around e Adams apple con Freddie Keppard, Weary way blues e Have mercy con Johnny Dodds o The blues stampede con il quartetto di Louis Armstrong. Il suo pianoforte caratterizza anche alcune tra le più significative esperienze discografiche di quel periodo come quella dei Chicago Footwarmers e dei Dixieland Thumpers. La sua ultima incisione è del 31 marzo e lascia intuire una freschezza d'ispirazione che promette nuove evoluzioni. La sua morte prematura chiude per sempre il discorso iniziato in quel lontano 1916 quando è arrivato per la prima volta a Chicago.

5 giugno 1971 – Grand Funk Railroad, grande paura della ferrovia

Il 5 giugno 1971 i biglietti per il concerto dei Gran Funk Railroad allo Shea Stadium di New York si esauriscono dopo sole settantadue ore dall'apertura dei botteghini. Si calcola che la band abbia guadagnato, prima ancora di suonare una sola nota, ben trecentoseimila dollari, superando il record dei Beatles del 1966 che era stato di trecentoquattromila dollari. L’organizzatore Sid Bernstein, interpellato sull'argomento, non nasconde la sua sorpresa: «Non avrei mai creduto che qualcuno potesse essere più popolare dei Beatles». Un bel colpo per una band snobbata dalla critica che la ritiene troppo "fracassona" e poco originale! Il gruppo nato a Flint, nel Michigan, per la verità, fracassone lo è davvero, visto che in brevissimo tempo è diventato uno dei capisaldi dell'hard rock statunitense, ma la definizione è un po' riduttiva. La potenza devastante della batteria di Don Brewer, ben supportata dalle evoluzioni al basso di Mel Schacher, è entrata nell'immaginario degli adolescenti statunitensi così come la potente voce del chitarrista Mark Farner, uno dei più amati "guitar hero" del periodo. Il loro nome significa letteralmente "Grande paura della ferrovia" e, come spiega lo stesso Farner, è la traduzione di un'espressione con la quale i nativi americani definivano il passaggio dei primi treni nelle loro praterie. Se non è vero non importa. Quando debuttano al Festival pop di Atlanta del 1969 sono poco più che sconosciuti, non hanno ancora un contratto discografico, ma galvanizzano gli oltre centoventicinquemila presenti. Il loro primo album On time, pubblicato dalla Capitol poco tempo dopo, senza passaggi radiofonici e ferocemente stroncato dalla critica, scala le classifiche e diventa "disco d'oro" in poche settimane. Il rapporto con il pubblico è il vero "valore in più" della loro storia anche se la critica non li accetterà mai.

4 giugno 2002 – L’hip hop newyorkese difende la scuola pubblica

Il 4 giugno 2002 gli artisti della scena hip hop newyorchese prendono posizione in difesa della scuola pubblica contro i tagli del budget decisi dal nuovo sindaco della città, Michael Bloomberg. Riuniti nell'Hip-Hop Summit Action Network decidono di fare sul serio. Russell Simmons, nell'inedito ruolo di portavoce invita i cittadini a mobilitarsi: «Qui si vuole investire più nelle prigioni che nelle scuole… Noi ci mobilitiamo perché l’educazione è la nostra priorità». Dopo le parole arrivano i fatti. Alle 14.30 del 4 giugno, un sabato viene indetta la prima manifestazione pubblica di protesta utilizzando il tam tam delle bande giovanili oltre che la diffusione di un documento davanti a tutte le scuole pubbliche. L'invito più originale è quello di Jay-Z, protagonista di un divertente e combattivo spot radiofonico nel quale, con un breve, incisivo e irridente brano, dà a tutti appuntamento nella piazza antistante il Comune di New York (la City Hall) per manifestare il dissenso nei confronti dei tagli. La manifestazione è anche la prima grande prova di forza del neonato Hip-Hop Summit Action Network, che sta discutendo se presentarsi o meno alle imminenti elezioni suppletive di novembre. L'elenco delle adesioni alla manifestazione è lunghissimo e comprende quasi tutti i nomi più prestigiosi della scena alternativa, in particolare dell'underground, del rap e dell'hip hop newyorkese: Ja Rule, Erikah Badu, Alicia Keys, Mos Def, Fat Joe, Wu-Tang Clan, Ashanti, Dead Prez, Nas, the LOX, Charli Baltimore, Lady May, Megahertz, Rah Digga, Rev. Run, Chuck D e Wyclef Jean. La manifestazione non va via liscia. Visto l'incredibile afflusso di dimostranti, ben superiore alle previsioni, la polizia tenta di contenere la folla negli spazi autorizzati non disdegnando di ricorrere alle maniere forti. Indignato, durante la sua esibizione l'ex Fugees Wyclef Jean invita il pubblico a ribellarsi alla compressione delle libertà civili. Per questa dichiarazione viene successivamente arrestato con l'accusa di aver dato il via a una lunga serie di tafferugli tra i giovani di New York e la polizia. Gli incidenti non hanno comunque gravi conseguenze se si eccettua un poliziotto ricoverato per ferite lievi.

3 giugno 1950 – Suzy Quatro, grinta da vendere

Il 3 giugno 1950 nasce a Detroit, nel Michigan, Suzy Quatro. Piccola di statura e fisicamente più simile a uno scricciolo che a una rockstar, sul palco si trasforma. Con il basso e la giacca di pelle nera è una delle prime donne capace di misurarsi con i maschi del rock sul loro stesso terreno: la grinta e la spigolosità del messaggio musicale. Figlia del pianista jazz Arthur Quatro, a otto anni debutta su un palcoscenico suonando i bongos nella band del padre, l'Art Quatro Trio. Innamorata della musica nera a quattordici anni canta con il nome d'arte di Suzy Soul. Nel 1965 con la sorella Patti e tre compagni di scuola forma i Pleasure Seekers una soulband dalla vita breve che chiude i battenti dopo un paio di dischi. Nel 1968 aggiunge alla formazione la sorella più giovane, Nancy, e ribattezza il gruppo con il nome di Cradle ritagliandosi un discreto spazio nei circuiti alternativi con gli Amboy Duke di Ted Nugent, Mitch Ryder e gli MC5. All'inizio degli anni Settanta il produttore Mickie Most la convince a trasferirsi in Gran Bretagna. Qui forma una nuova band con il chitarrista Len Tuckey, il batterista Keith Hodge e il tastierista Alastair McKenzie. Nel mese di maggio del 1973, dopo un tour al fianco degli Slade, la sua canzone Can the can arriva al vertice della classifica delle vendite e fa di lei uno dei fenomeni musicali più eclatanti del glam rock. Strapazza i colleghi maschi sfidandoli sullo stesso terreno con una grinta da far paura e un basso elettrico più grande di lei. Diventa anche una bandiera per le sue coetanee: «L'industria discografica non crede al rock suonato dalle donne. Io sono stata la prima a rompere la crosta, adesso tocca voi». Non si cura dell'immagine né dello stile, per lei il rock è energia. «Si può avere stile e si può avere grinta, ma non si possono avere tutti e due insieme», risponde a chi le suggerire di accentuare la sua femminilità. Quando nella seconda metà degli anni Settanta la sua popolarità inizia a declinare non accetta di riciclarsi. Preferisce pensare a se stessa e a Laura, la figlia nata dalla sua unione con il fido chitarrista Len Tuckey. Dopo un lungo periodo di silenzio, interrotto da qualche rara apparizione televisiva nelle vesti di attrice, sorprenderà pubblico e critica interpretando in teatro la parte della protagonista in una versione del musical "Anna prendi il fucile". In anni più recenti si è concessa qualche concerto sull'onda del revival. Nel 2006 è uscito Back to The Drive, un nuovo album per la EMI.

2 giugno 1981 – Ciao Rino

Il 2 giugno 1981 muore in un incidente d'auto a Roma Rino Gaetano, uno dei più interessanti e originali cantautori italiani. Dotato di un'amara vena satirica e di una rara capacità di sintesi della realtà nasce nel 1950 a Crotone, dove vive fino all'età di dieci anni quando, con la famiglia si trasferisce a Roma. Proprio nella capitale la sua vena creativa attira l'attenzione di alcuni personaggi importanti dell'ambiente discografico, primi fra tutti il produttore Sergio Bardotti e Vincenzo Micocci, proprietario dell'etichetta IT. Proprio per quest'ultima pubblica con lo pseudonimo di Cammamouris il suo primo singolo I love you, Marianna, una sorta di presa in giro della discomusic che gioca sull'assonanza "Marianna-marijuana". Di ben diverso spessore è il successivo, pubblicato con il suo vero nome, Il cielo è sempre più blu, una sarcastica presa in giro di vari aspetti della società italiana dell'epoca. Nel 1975 realizza il suo primo album Mio fratello è figlio unico che raccoglie una serie di brani composti negli anni precedenti. Nonostante l'inevitabile frammentarietà dell'insieme, il disco mette in evidenza una straordinaria ricchezza di spunti e affascina una larga parte di critica. Negli anni successivi s'impone come uno dei più originali cantautori del periodo con brani surreali come Aida, un vero e proprio affresco storico dell'Italia del novecento e Nuntereggaepiù. Nel 1978 viene scoperto dal grande pubblico grazie al terzo posto conquistato al Festival di Sanremo con la canzone Gianna che si piazza anche ai primi posti della classifica delle vendite. La fine degli anni Settanta segna anche una svolta nello stile. Il suo lavoro acquista maggior spessore con album come Resta, vile maschio, dove vai? e, soprattutto, lo splendido E io ci sto, nei quali la sua vena satirica sembra essere sempre più influenzata da un maggior impegno sociale, ma anche da un crescente pessimismo politico di fondo. Si percepisce una voglia di cambiamento, ancora non del tutto espressa, che lo spinge a tentare nuove strade, come un tour insieme a Riccardo Cocciante e i New Perigeo. La sua morte lascia per sempre senza risposta gli interrogativi sullo sbocco della sua evoluzione. Riscoperto alla fine degli anni Ottanta diventerà un punto di riferimento per i nuovi gruppi della scena rock italiana.

1 giugno 1973 – Il drammatico volo di Robert Wyatt

Il 1° giugno 1973 Robert Wyatt, l'ex batterista dei Soft Machine, da poco più di un anno impegnato con la sua nuova band, i Matching Mole, viene ricoverato d'urgenza all'ospedale dopo un pauroso salto nel vuoto dall'altezza di tre piani. Le prime notizie battute dalle agenzie parlano di "circostanze misteriose", lasciando intuire chissà quali retroscena. In realtà il povero Robert è stato vittima di una terribile fatalità provocata da un pizzico d'incoscienza. Ospite di amici, cerca di abbandonare furtivamente una festa uscendo dalla finestra di un solaio. La sua intenzione è quella di sorprendere tutti suonando il campanello e ricomparendo per la seconda volta all'ingresso. Uscito dalla finestrella del solaio deve percorrere un brevissimo tratto sulla copertura del tetto prima di calarsi sul balcone del piano dove si sta svolgendo la festa. Sono poco più di due passi, ma sufficienti a cambiargli la vita per sempre. Appoggia malamente un piede, scivola e rotola verso il vuoto. Manca l'aggancio con il balcone e fa un salto di tre piani. Ai primi soccorritori le sue condizioni appaiono subito gravissime. Trasportato d'urgenza al pronto soccorso riuscirà a sopravvivere, ma resterà paralizzato nella parte inferiore del corpo e passerà il resto della vita costretto a muoversi in carrozzella. Nei lunghi mesi delle cure e della rieducazione allo alternerà momenti di speranza a periodi di disperazione. Non tornerà più alla batteria, ma non abbandonerà la musica. Proprio sul lettino dello Stoke Mandeville Hospital comporrà nuovi brani. Il rock perderà un batterista, ma troverà un nuovo autore e interprete dalla amara vena intimistica. L'aiuto degli amici sarà determinante. Verrà organizzato un concerto destinato a raccogliere fondi per le sue cure che frutterà diecimila sterline. Vari artisti gli saranno vicini nella ripresa. Il più attivo sarà Nick Mason dei Pink Floyd, produttore dell'album Rock bottom che raccoglie i brani composti in ospedale.

19 maggio, 2011

31 maggio 1969 – Un letto, alcuni amici e una canzone che resterà nella storia

Il 31 maggio 1969 John Lennon e la sua compagna Yoko Ono sono impegnati nell'ennesimo "bed-in" per protestare contro la guerra nel Vietnam. Cosa sono i "bed-in"? Nell'impostazione di Lennon rappresentano una sorta di "pacifismo integrale". In genere funziona così: lui e la sua compagna si rinchiudono in una stanza d'albergo e stanno a letto per tutta la durata del "bed-in". Non è, ovviamente, un fatto privato, ma pubblico in cui non c'è niente di ozioso. John Lennon e Yoko convocano conferenze stampa, diffondono documenti, tengono riunioni, incontrano amici e giornalisti, con il solo limite di… non scendere mai dal letto. Nonostante gli scetticismi questo modo di manifestare per la pace e per il ritiro delle truppe statunitensi dal Vietnam ha una sua peculiare efficacia. Non può essere esteso perché non tutti sono in grado di attirare l'attenzione dei media come un componente dei Beatles, ma in questo caso funziona. Il 31 maggio 1969 i due sono rinchiusi da qualche giorno nella camera 1742 dell’Hotel La Reine di Montreal, in Canada. Il programma della giornata prevede la consueta conferenza stampa e vari incontri con alcuni esponenti dei movimenti pacifisti statunitensi e canadesi. Nonostante gli impegni John Lennon ha cercato di lasciare un'oretta libera, totalmente a sua disposizione. Vuole verificare la fattibilità di un'idea che gli frulla da qualche tempo nella testa. Convoca alcuni amici e fa portare nella camera un normalissimo registratore portatile. Uno dopo l'altro arrivano Tommy Smothers, Petula Clark, Timothy Leary e Allen Ginsberg. A tutti John consegna un foglio sul quale ha scritto alcuni versi di una canzone da lui composta. Impugna quindi la chitarra e con calma ne fa ascoltare la musica. Per fissare meglio l'andamento della melodia, che sembra un po' ostico a Leary e Ginsberg, canticchia il motivo scandendo bene le parole. Spiega poi a tutti che è sua intenzione registrare la canzone seduta stante con la loro collaborazione diretta. Ciascuno, oltre a cantare a squarciagola sul ritornello, può scandire il tempo con il battito della mani, con un tamburello o anche picchiando con le nocche su una sedia. Quando tutti sono pronti accende il registratore e lascia sul nastro una canzone destinata a restare nella storia della musica e a diventare uno degli inni della lotta per la pace: Give peace a chance.

30 maggio 1987 – L’arresto di King Ad-Rock dei Beastie Boys

Il 30 maggio 1987 il tour del gruppo rap bianco statunitense dei Beastie Boys fa tappa a Liverpool. Reduci dal grande successo ottenuto con l'esibizione eurovisiva a Montreux, in Svizzera, stanno vivendo uno dei momenti migliori della loro carriera e il loro brano (You gotta) Fight for you right veleggia nelle prime posizioni dei dischi più venduti nel Regno Unito. I tre rappers mostrano di non dare peso ai detrattori che li accusano di essere un gruppo "di plastica" nato da una attenta e indovinata operazione di marketing. Lontani anni luce dalla caustica e violenta carica eversiva dei principali gruppi neri, hanno il loro punto di forza nella capacità di saldare un linguaggio giovanile ricco d'eccessi e di provocazioni verbali con una musica molto ritmata, a volte violenta, ma priva delle asprezze dei rapper più radicali. Il loro discorso politico si riduce a slogan di carattere generale blandamente "rivoluzionari", accompagnati da frasi d'effetto, ma sostenuti da una ritmica incalzante e decisamente in grado di trascinare ed emozionare. La contestazione del sistema da parte dei loro fans si limita alla rimozione del logo della Volkswagen e della Mercedes dalle auto in sosta. Nonostante tutto i loro concerti catalizzano migliaia di giovani che, adeguatamente provocati dal palco, scatenano spesso gigantesche risse destinate a lasciare sul terreno decine di feriti e contusi. A Liverpool è ancora vivo il ricordo di una precedente esibizione del trio al Royal Court Theatre nel mese di novembre e terminato con un violento e ripetuto scambio di lattine di birra tra palco e platea. Per questo il 30 maggio quando i Beastie Boys arrivano nel loro albergo non si stupiscono della presenza della polizia nella hall. L'atteggiamento della forza pubblica non è, però, protettivo. Dopo aver proceduto alla loro identificazione gli agenti arrestano King Ad-Rock, all'anagrafe Adam Horovitz, accusandolo di lesioni colpose. A suo carico c'è la denuncia di una ragazza, Jo-Anne Clarke, la quale sostiene che il rapper le avrebbe scaraventato addosso con violenza una lattina di birra durante gli incidenti scoppiati nel concerto di novembre. Rilasciato dietro il pagamento della cauzione King Ad-Rock potrà continuare il tour ma verrà condannato a risarcire lautamente i danni fisici e morali alla ragazza.

29 maggio 1989 – Tace la chitarra di Cipollina

Il 29 maggio 1989 un enfisema polmonare si porta via il chitarrista John Cipollina, uno dei più rappresentativi personaggi dell'underground californiano. Due mesi dopo avrebbe compiuto quarantasei anni. Il suo nome è legato a filo doppio alla breve, ma intensa, storia dei Quicksilver Messenger Service, una delle band tra le più rappresentative del movimento sviluppatosi nella seconda metà degli anni Sessanta in una San Francisco divenuta crogiolo di esperienze musicali diverse. John Cipollina è figlio d'arte. Sua madre, pianista classica di grande fama, gli insegna i segreti della tastiera fin da piccolo e, volendo fare di lui un grande musicista, lo affida alle cure del pianista spagnolo José Iturbi. Il ragazzo fa tesoro dell'esperienza, ma preferisce liberare la sua creatività attraverso un altro strumento: la chitarra. Musicista vero, sperimenta sulle corde del suo strumento preferito le differenti tecniche, dal flamenco al country blues. In breve tempo diventa uno dei chitarristi più innovativi del periodo. Nella burrascosa vicenda dei Quicksilver, falcidiati da droga, carcere e frequenti cambiamenti, è, forse, quello che maggiormente difende il progetto musicale iniziale, anche a dispetto della realtà dei fatti. Tra lui e la band c'è un rapporto di amore e odio che durerà ben oltre la fine del movimento hippie e della vita stessa del gruppo. È Cipollina a pensare per primo ai Quicksilver come gruppo aperto alle più varie collaborazioni, ma quando le contaminazioni ne mettono in dubbio l'ispirazione originale se ne va. Le sue non sono mai, però, rotture definitive. Nel 1970, già in polemica con il gruppo, ma senza lasciare i suoi compagni, dà vita all'esperienza dei Copperhead, una band parallela ai Quicksilver. Sono le prime avvisaglie di una crisi che finirà con lo scioglimento. Lui non si arrenderà. Tenterà di proseguire sulla stessa strada formando vari gruppi di breve durata tra i quali i più significativi saranno i Man.

28 maggio 1965 - Geronimo se ne va

«È morto Alfredo. S’è schiantato con la macchina mentre tornava a casa dopo una serata» Il 28 maggio 1965 uno schianto nella notte chiude la carriera artistica di Alfredo Mazzini, in arte Geronimo, il fratellino adorato da Mina. La cantante è sconvolta dalla notizia, perché la colpisce in un periodo in cui tutto sembra andare male. La morte di Alfredo la segnerà per sempre. Tra i due fratelli c’era un legame profondo. Quando lui aveva deciso di tentare la carriera musicale lei gli era stata accanto, l’aveva spronato, incoraggiato e aiutato a orientarsi nell’ambiente. Anche il suo nome d’arte, Geronimo, l’aveva scelto Mina dopo aver fatto notare una curiosa somiglianza tra il naso del fratello e quello del grande capo indiano. Discreto cantante e buon chitarrista era riuscito a costruirsi uno spazio fuori dall’ingombrante ombra della sorella. Dinoccolato e con l’aria svagata aveva conquistato il pubblico con uno stile chitarristico in cui si notavano le influenze degli interpreti statunitensi del rock and roll più morbido come Duane Eddy. Quando muore ha ventitré anni. Da poco aveva ripreso a esibirsi dopo la forzata interruzione dovuta al servizio militare.

27 maggio 1971 – Avanguardia e nuove tendenze in Versilia contro i "padroni della musica"

Il 27 maggio 1971 nella pineta di Lagomare, a Torre del Lago, vicino a Viareggio, inizia il Primo Festival della Musica d’Avanguardia e delle Nuove Tendenze, che resterà nella storia del pop italiano come il primo grande raduno giovanile di massa. Organizzato da Massimo Bernardi dura sette giorni e presenta una eccezionale rassegna di gruppi e artisti emergenti, molti dei quali sono destinati a diventare protagonisti della musica italiana degli anni Settanta. Il Festival che originariamente si doveva tenere a Viareggio, si svolge a Torre del Lago perché l’amministrazione comunale di Viareggio, temendo incidenti, ha revocato nelle ultime settimane l’autorizzazione a utilizzare il Palazzo dello Sport. Nella pineta del Lungomare di Torre del lago convergono decine di migliaia di giovani che suppliscono con la buona volontà all'assenza di strutture d'accoglienza. Per una settimana si esibiscono i migliori talenti del panorama rock e pop italiano. C’è anche una gara, e non poteva mancare, affidata a una sorta di "giuria di qualità" che comprende, tra gli altri, il d. j. Renzo Arbore e il giornalista Armando Gallo. I riconoscimenti principali vanno alla Premiata Forneria Marconi, a Mia Martini & la Macchina e agli Osanna. Premi speciali vengono assegnati ai Fholks, alla Nuova Idea e ai Delirium. L'elenco dei gruppi che nei sette giorni del Festival si esibiscono a Torre del Lago è nutritissimo. Ci sono il Rovescio della Medaglia, gli Stormy Six, gli italo-inglesi Godfathers, i Circus 2000, Le Madri, gli Alluminogeni, i Flea On The Honey e molti altri. Nel ruolo di ospiti d’onore fuori concorso arriva anche la Formula Tre, mentre il pop internazionale è rappresentato da due gruppi britannici: i Jerico Jones e i Medicine Head. Il programma prevedeva anche l’esibizione degli Strawbs, ma le potenzialità dell'impianto audio sono insufficienti per la band di Rick Wakeman che è costretta a rinunciare. Non mancheranno momenti di tensione legati alla carenza di strutture, di cibo e acqua e nella giornata di chiusura la parte più politicizzata dei gruppi di giovani presenti al Festival improvviserà una manifestazione contro i “padroni della musica” e contro gli inviati delle televisioni, delle radio e dei giornali, accusati di essere “servi dei padroni” e di occuparsi dei giovani solo "quando fanno colore”.

26 maggio 1960 – Little Tony, un italiano a Londra

Il 26 maggio 1960 il settimanale di musica e spettacolo “Il Musichiere” racconta di un giovane cantante italiano di rock and roll che sta conquistando il pubblico della Gran Bretagna. Il suo singolo Too good ha venduto oltre mezzo milione di copie in un mese e il ragazzo è risultato tra i personaggi più votati nel programma televisivo “Wham!”, insieme ad altri tre idoli degli adolescenti: Adam Faith, Cliff Richard e Craig Douglas. Ha diciannove anni e si chiama Antonio Ciacci, ma per i fans britannici ha assunto il nome d’arte di Little Tony. Le scarne note biografiche raccontano la storia di un figlio d'arte, che ha iniziato fin da piccolo ad accompagnare il padre, fisarmonicista e cantante, nelle feste di piazza e nei locali alla moda. Da qualche disco regalatogli da turisti americani scopre il rock and roll e se ne innamora. Ha quindici anni quando, nel 1956, nel corso di una serata in un ristorante di Grottaferrata, trova il coraggio di proporre insieme ai fratelli, uno di questi scatenati brani dal ritmo nero che arrivano d'oltreoceano. Il pubblico, composto prevalentemente da turisti americani, lo applaude entusiasta e lo incoraggia a continuare su quella strada. Poco tempo dopo pubblica un disco contenente quattro classici del periodo: Believe what you say, Lara lovin', I'm walking e Take me nice. Il prodotto è destinato a essere venduto direttamente al pubblico che assiste alle sue esibizioni. Sono proprio quelle incisioni ad attirare l'interesse del conduttore del programma televisivo britannico "Boys meet girls" che lo scrittura. È l'inizio della fortunata avventura di Little Tony. Il successo ottenuto in Gran Bretagna gli aprirà le porte della scena musicale italiana. Alla fine del 1960 tornerà in Italia e, in coppia con l'altro astro nascente Adriano Celentano, porterà il rock and roll al Festival di Sanremo con 24.000 baci. La sua carriera non si interromperà più e sarà costellata da milioni di dischi venduti.

25 maggio 1968 – Orrore! Al Brancaccio c'è Jimi Hendrix

Il 25 maggio 1968 il Teatro Brancaccio di Roma ha in cartellone un concerto di Jimi Hendrix. È il secondo e ultimo della breve permanenza romana del chitarrista la cui popolarità si sta diffondendo anche in Italia dopo il successo ottenuto al Festival di Monterey. Nonostante la buona campagna promozionale i giovani della capitale non fanno la fila per essere presenti all’appuntamento ed Hendrix si esibisce in un teatro che presenta numerosi posti vuoti. Non si tratta di disinteresse. I prezzi dei biglietti sono troppo alti per le tasche del pubblico giovanile, l'unico consumatore di questo tipo di musica e un destino analogo tocca anche ai Soft Machine, ai Pink Floyd, a Donovan e Julie Driscoll. Nemmeno il tour degli Who raccoglie i risultati sperati in termini d'incasso, nonostante l'affollamento di ragazzi fuori dai luoghi dove si svolgono i concerti. Qualche tempo dopo il problema del costo dei biglietti ai concerti, legato a quello della reale fruibilità della musica da parte dei giovani, diventerà esplosivo e provocherà grandi mobilitazioni di massa. Nonostante la non entusiasmante partecipazione di pubblico l'esibizione di Hendrix al Brancaccio è all'altezza della fama del chitarrista. Sugli spettatori si riversano le note acide della sua chitarra, ricche di distorsioni armoniche e di suoni elettronici puri, su un tessuto ritmico solido e aggressivo. Un'ovazione accoglie le note di Hey Joe, il brano del suo repertorio più conosciuto dal pubblico italiano, mentre il chitarrista canta con un accento americano molto marcato mangiandosi le parole del testo. Il risultato è una cadenza suggestiva e allucinata che contribuisce all'espressività dell'esibizione. Nei giorni successivi una parte dei critici italiani ignorerà l'evento, ma non mancheranno i commenti entusiastici. Tra tutti, però, quello che passerà alla storia sarà il giudizio dell'inviato del "Messaggero” di Roma, presentatosi all'appuntamento senza conoscere niente dell'artista. Alcune righe del suo articolo gli regaleranno l'immortalità tanto da essere ancora oggi citate come uno dei più clamorosi infortuni del giornalismo musicale italiano. Sono quelle in cui, volendo forse sintetizzare le sensazioni provate, così descrive l'esibizione del chitarrista: «Orrore al Brancaccio... la bruttezza di Jimi Hendrix è tale da superare i comuni concetti estetici».

24 maggio 1986 – È di nuovo Monkeemania!

Il 24 maggio 1986 si riformano i Monkees o ciò che resta di loro. Forse è meglio andare per ordine. In occasione del ventesimo anniversario della nascita dei Monkees, una delle band statunitensi più amate dagli adolescenti della fine degli anni Sessanta, la rete televisiva MTV manda in onda, per un giorno intero, i loro vecchi telefilm. Il risultato è incredibile e sorprendente. Senza che nessuno possa prevederlo riesplode la "Monkeemania". Sette vecchi album del gruppo, praticamente tutta la loro produzione di vent'anni prima, entrano prepotentemente in classifica, quasi che il tempo si fosse fermato. Di fronte a quest'ondata di nostalgia nasce la proposta di una riunione della band. L'idea trova l'entusiastica adesione di tre dei quattro componenti dei vecchi Monkees, Davy Jones, Mickey Dolenz e Peter Tork, mentre il quarto, Mike Nesmith, fa sapere di non avere nessuna voglia di «fare un salto nel passato». I tre non si arrendono. Per qualche tempo cercano un quarto elemento sottoponendo a selezione, come già era accaduto ai primi Monkees, vari candidati, tra i quali Jason, figlio dello stesso Nesmith e Dodd, figlio di Bobby Darin. Nessuno però si rivela all'altezza del ruolo, per cui alla fine decidono di continuare in tre. Il 24 maggio 1986, quindi, al Concord Hotel di Kiamesha Lake, nello stato di New York, si esibiscono nel primo di una lunga serie di concerti destinati ad accompagnare la breve, ma intensa, esplosione della "Monkeemania di ritorno". Il tour è concepito per trasformarsi in un inno alla nostalgia. I Monkees, infatti, sono supportati dalla reunion di altre band degli anni Sessanta come gli Herman’s Hermits, i Grass Roots e Gary Puckett & The Union Gap. L'ondata finirà per esaurirsi ma servirà alla promozione di due album vendutissimi: Missing links con vecchie registrazioni e Live con le esibizioni dal vivo. Verrà prodotto anche Pool it! con nuovi brani, ma avrà meno fortuna perché, si sa, la nostalgia non si nutre di novità

23 maggio 1946 – Don Moye, la batteria del Regno di Mu

Il 23 maggio 1946 nasce a Rochester, New York, il batterista Don Moye. Questo, almeno, è il nome con il quale è stato registrato all'anagrafe, perché lui racconta che il suo vero nome è Dougoufana Famoudou Môyè. La storia del suo nome è legata anche alla ricostruzione immaginifica di una vita precedente. Convinto assertore della reincarnazione, sostiene di essere stato già un musicista trentamila anni prima della sua ultima nascita. Proprio con il nome di Dougoufana Famoudou Môyè sarebbe stato un membro della Società dei Musicisti Reali del Regno di Mu, situato nel leggendario continente perduto di Atlantide. Afferma anche di non essere nato per caso nel Novecento, ma di avere una sorta di missione da compiere. La sua reincarnazione, infatti, avrebbe lo scopo di tenere viva la musica e l’arte che hanno ispirato trentamila anni prima la leggendaria dell’Età dell’Oro dell'umanità. Decisamente più verificabili, le tracce novecentesche della sia vita rivelano che ha studiato percussione a Detroit tra il 1965 e il 1966 collaborando con il trombettista Charles Moore. Successivamente lo si ritrova nella formazione dei Detroit Free Jazz. Alla fine del 1968, dopo una lunga tournée europea con la band resta per un po' in Italia, a Roma, dove si esibisce insieme a Steve Lacy. Nel 1969 si sposta a Parigi. Nella capitale francese suona con un'infinità di gruppi e solisti come i Gospel Messenger Singers, Sonny Sharrock, Dave Burrell, Gato Barbieri e Alan Shorter, solo per citare i più importanti. Alla fine dello stesso anno l'Art Ensemble Of Chicago gli chiede di diventare il percussionista del gruppo che fino a quel momento ha utilizzato in quel ruolo strumentisti occasionali. Da quel momento la sua storia si legherà a quella della band. Parteciperà anche ai progetti singoli dei musicisti dell'Art Ensemble, senza rinunciare a esperienze diverse.

22 maggio 1959 – Don Cherry e Ornette Coleman, una tromba e un sassofono per l'Atlantic

Il 22 maggio 1959 due jazzisti ricchi di speranze e di idee ma non di successo entrano per la prima volta negli studi di Los Angeles dell'Atlantic. Uno si chiama Don Cherry e suona la tromba, il suo amico risponde al nome di Ornette Coleman ed è un fenomeno con il sassofono. Entrambi hanno alle spalle la solita trafila di concerti in vari club frequentati da appassionati di jazz. Da poco sono tornati a Los Angeles dopo un anno passato a New York a cercare fortuna senza trovarla. L'ambiente jazzistico li accusa di essere velleitari e presuntuosi. Fino a quel momento gli unici incoraggiamenti sono arrivati da un paio di abili improvvisatori come Cecil Taylor e Sunny Murray. È la seconda volta che varcano insieme le porte di una sala di registrazione per incidere un disco. La prima esperienza risale all'anno precedente quando, con la Contemporary, hanno inciso Something Else rivelatasi un fiasco. Nonostante le premesse l'Atlantic ha deciso di puntare su quei due squinternati strumentisti. Don Cherry e Ornette Coleman nella lunga seduta del 22 maggio registrano The shape of jazz to come e, al termine della registrazione vengono trattenuti da un funzionario della casa discografica per una "comunicazione ufficiale". In sostanza, l'Atlantic ha deciso che entrambi debbano andare alla scuola musicale di Lennox, nel Massachusetts, dove insegnano alcuni tra i migliori jazzisti di quel periodo come Max Roach, Milt Jackson, John Lewis e Bill Russo tra gli altri. Per le spese non devono preoccuparsi: pagherà tutto la casa discografica. La scelta rappresenterà l'inizio della scalata al successo e alla popolarità di entrambi. Proprio alla scuola di Lennox troveranno in John Lewis un entusiasta estimatore delle loro qualità, che li aiuterà a definire meglio uno stile destinato a rivoluzionare il jazz. La portata innovatrice delle loro concezioni musicali troverà, nel mese di ottobre dello stesso anno, la prima conferma nell'album Change the century.

21 maggio 1948 – Leo Sayer, clown triste per necessità

Il 21 maggio 1948 a Shoreham nel Sussex nasce Leo Sayer, un personaggio destinato a lasciare un segno nella musica pop britannica e non solo. Il pubblico si accorge di lui per la prima volta nel 1973 quando arriva improvvisamente al successo sia come autore che come cantante. Come autore scrive, in coppia con Dave Courtney, Giving it all away e le altre canzoni di Daltrey, il primo album da solista del cantante degli Who Roger Daltrey mentre come cantante scale le classifiche con l'album Silverbird e il singolo The show must go on, registrati nello studio personale dello stesso Daltrey. Sono gli anni del “glam”, un periodo in cui ogni interprete deve caratterizzarsi attraverso un personaggio fantastico da proporre, spesso con rutilanti travestimenti, all’immaginazione del pubblico. A questa regola non riesce a sfuggire neppure Leo che essendo piccolo di statura, esile e con una voce acuta, sceglie di presentarsi al pubblico travestito da clown triste. Il suo successo, ben sostenuto dalle canzoni composte in coppia con David Courtney e dall'abile guida di un manager come Adam Faith, continua con gli album Just a boy e Another year e con i singoli One man band, Long tall glasses e Moonlighting che, tra il 1974 e il 1975, ne fanno uno degli artisti più acclamati. Dopo la rottura con Dave Courtney, sostituito dall'ex Supertramp Frank Farrell, Sayer concentra la sua attenzione sul mercato statunitense portando al successo il singolo You make me feel like dancing e l'album Endless flight, prodotto da Richard Perry. Nel 1977 When I need you, un altro singolo estratto da quest'album, arriva al primo posto in classifica sia negli Stati Uniti che in Inghilterra. All'apice della sua carriera, Leo conferma il successo statunitense con gli album Thunder in my heart e Leo Sayer, entrambi prodotti da Richard Perry, e con i singoli Thunder in my heart, I can't stop lovin' you e Raining in my heart. Nel 1979, oltre all'antologico The very best, pubblica l'album Here, prodotto da David Courtney, che sembra preludere al suo declino. Proprio in quel periodo, però, Leo trova un nuovo partner in Alan Tarney, il leader della Tarney-Spencer Band, un eccellente autore, arrangiatore e produttore, che contribuisce a rinnovare il suo stile e il suo repertorio. Una nuova fase nella sua carriera viene aperta agli inizi degli anni Ottanta dall'album Living in a fantasy realizzato con Alan Tarney al basso e alle tastiere e Trevor Spencer alla batteria e dai singoli More than I can say e World radio che segnano il suo ritorno al successo. I tempi d’oro, però, sono lontani. Nel 1983 Leo Sayer debutta con un suo show televisivo e abbandona progressivamente la scena musicale, preferendo coltivare altri interessi.

15 maggio, 2011

20 maggio 1960 – Silver Beetles, gli anonimi scarafaggi d'argento

Il 20 maggio 1960 i futuri Beatles John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e il loro amico Stu Sutcliffe sono in Scozia e possono finalmente tirare un sospiro di sollievo. Per qualche tempo hanno temuto di non trovare più nessuno disposto a pagarli per suonare. Solo un paio di settimane prima si aggiravano per le strade di Liverpool con il morale a pezzi e le tasche vuote, dopo essere stati scartati dalla commissione incaricata di selezionare i componenti della nuova band del cantante di rock and roll Billy Fury. Eppure, quando ormai non lo speravano più, la ruota della fortuna ha ripreso a girare. La fortuna ha il volto e il nome del cantante Johnny Gentle, uno dei protagonisti minori della musica leggera britannica di quel periodo che, rimasto senza strumentisti e non disponendo di una grande cifra per pagarli, ha ingaggiato i quattro ragazzi di Liverpool. John, Paul, George e Stu non hanno avuto nemmeno il coraggio di discutere il prezzo, nel timore che il management del cantante si tirasse indietro. Anzi, hanno accettato una condizione aggiuntiva: «È ovvio che voi quattro non potete bastare. Vi manca un batterista. Quindi nel prezzo pattuito è compreso anche un quinto elemento che suoni la batteria...» Nessun problema. Fanno un fischio a Tommy Moore, un loro amico che se la cavicchia con tamburi, piatti, rullante, bacchette e spazzole e il gruppo è completato. Il 20 maggio 1960 sono, quindi, in Scozia per il concerto che segna l'inizio del tour. Le canzoni di Johnny Gentle non piacciono ai ragazzotti di Liverpool che, pur avendo sempre utilizzato il nome di Quarrymen, decidono di dare all'improvvisato gruppo il nome di Silver Beetles, scarafaggi d'argento. Il cambiamento di nome non è casuale. I cinque si vergognano un po' di suonare ogni sera le canzoncine del repertorio del cantante e temono i lazzi dei loro amici di Liverpool. McCartney, Sutcliffe e Harrison temono in modo particolare il momento in cui Johnny Gentle presenterà agli spettatori i musicisti che l'accompagnano e il loro nome risuonerà nella sala. Decidono pertanto di darsi uno pseudonimo. Così la sera del 20 maggio in Scozia Gentle non pronuncerà il nome di Paul McCartney ma quello di Paul Ramone, mentre Stu Sutcliffe diventerà Stuart da Stäel e George resterà Harrison ma cambierà nome nel più anonimo Carl.

19 maggio 1953 – Grace Jones tra dance e cinema

Il 19 maggio 1953 nasce a Spanish Town, in Giamaica, Grace Jones. A dodici anni si trasferisce con i suoi genitori a Syracuse, negli Stati Uniti. Quando ancora frequenta il college inizia a lavorare come modella per la Wilhelmina Modeling Agency di New York. Si trasferisce poi a Parigi dove il suo fascino molto aggressivo colpisce il fotografo Jean Paul Gode, il primo a ritenere che le sue potenzialità artistiche non possano essere sprecate sulle passerelle di moda. Divenuto suo manager le procura le prime scritture cinematografiche in film non destinati a entrare nella storia del cinema, se si eccettua una comparsata nello splendido "La guerra di Gordon" del 1973. Dotata di una voce roca e sensuale debutta come cantante nel 1977 con Windstorm, cui seguono vari singoli tra cui una personale e decadente versione de La vie en rose. In breve tempo si afferma come uno dei personaggi più convincenti della Dance. Il suo stile e la sua personalità appassionano il pubblico e affascinano gli intellettuali. Il successo non le toglie la voglia di rinnovare la propria immagine e di sperimentarsi. Nel 1980 si chiude nei Compass Point Studios di Nassau per registrare con un gruppo di musicisti come Michael "Mao" Chung, Wally Badarou, Sly Dunbar e Robbie Shakespeare, l'album Warm leatherette, prodotto da Chris Blackwell e Alex Sadkin. Il disco convince anche la critica più esigente. Da quel momento Grace si allontana definitivamente dal logoro cliché della discomusic e s'inerpica in una sorta di mix tra vari generi, fondendo la Dance e il reggae con ritmi di derivazione jazzistica. Tra i brani più significativi di questo periodo ci sono Nightclubbing, composto per lei dalla coppia formata da Iggy Pop e David Bowie e I've seen that face before, un'originale versione di Libertango di Astor Piazzolla. Il cambiamento d'immagine è accompagnato dal ritorno sullo schermo in film di cassetta come "Conan il distruttore" e "007 Bersaglio mobile". A partire dal 1986 la sua stella inizia ad appannarsi e il declino è accelerato dal sostanziale disinteresse dell'ambiente. Problemi personali e notevoli difficoltà economiche caratterizzeranno la sua attività alla fine degli anni Ottanta più della produzione di un paio di album di scarso successo e film da dimenticare come "Vamp" o "Boomerang".

18 maggio 1980 – Si uccide Ian Curtis, il fragile cuore dei Joy Division

Il 18 maggio 1980, alla vigilia del primo tour statunitense della sua band, Ian Curtis, il cantante dei Joy Division, si impicca nella sua abitazione di Manchester. La crisi del suo matrimonio e, soprattutto, i primi chiari ed evidenti sintomi di un’epilessia progressiva hanno minato la sua voglia di vivere. In casa viene ritrovato un biglietto scritto qualche giorno prima sul quale il cantante ha vergato di suo pugno una frase che assume il valore di un addio: «In questo momento desidero essere morto. Non ce la faccio più». Con la fine del "leader dal cuore fragile", come viene definito Ian Curtis in uno dei tanti articoli postumi scritti su di lui, si chiude la storia dei Joy Division, una delle band simbolo del post punk inglese degli anni Settanta. L'avventura inizia a Manchester nel 1976, quando tre compagni di scuola, il chitarrista Bernard Dickin detto anche Bernard Albrecht o Bernard Sumner, il bassista Peter Hook e il batterista Terry Mason formano gli Stiff Kittens. Dopo il debutto all'Electric Circuit di Manchester ai tre si aggiunge Ian Curtis, un giovane assistente sociale di Macclesfield. Il suo stile vocale e i suoi testi saranno fondamentali per il salto di qualità della band. Dopo aver cambiato nome in Warsaw, sostituiscono Terry Mason con il batterista Steve Morris, concittadino di Ian Curtis e, alla fine, accettano la proposta dello stesso Curtis e assumono il nome definitivo di Joy Division. La scelta non è casuale, visto il loro impegno antifascista. Il nome infatti è lo stesso dato dai nazisti agli spazi dei campi di concentramento destinati alla prostituzione delle detenute. Un paio di dischi prodotti dalle etichette indipendenti precedono il debutto radiofonico della band nella popolarissima "John Peel session" su Radio One il 31 gennaio 1979. Nell'estate dello stesso anno, l'album Unknown pleasures arriva al primo posto delle classifiche indipendenti inglesi. Il 1979 si conclude con la seconda "John Peel session" e con la pubblicazione del singolo Transmission. Il suicidio di Curtis trasforma la band in un mito. Nonostante le offerte i tre membri superstiti non ne prolungheranno la storia per rispetto della memoria del loro leader e, con l'aggiunta del tastierista e cantante Gillian Gilbert, ne continueranno il discorso assumendo la denominazione di New Order.

17 maggio 1959 – Elena Ledda, tra jazz e Sardegna

Il 17 maggio 1959 nasce a Selargius, in provincia di Cagliari, la cantante Elena Ledda. Il suo debutto nel mondo dello spettacolo avviene nel 1968 quando, con l'incoscienza dei suoi nove anni sale sul palco in una festa di piazza a Quartucciu, in provincia di Cagliari. L'esperienza improvvisata segna il suo destino. A dodici anni si unisce al gruppo folk di Quartucciu con cui resta fino al 1975. Negli stessi anni studia oboe e canto al Conservatorio di Cagliari e, insieme al fratello, il chitarrista Marcello Ledda, gira per le piazze della sua isola proponendo brani della tradizione sarda. Tra il 1977 e il 1978 lavora anche in teatro con la Cooperativa Teatrale Sardegna. Il suo debutto discografico avviene nel 1979 con la pubblicazione dell'album Ammentos. Nello stesso periodo entra a far parte del gruppo Suonofficina con cui si esibisce in una lunga serie di concerti. Due anni dopo forma insieme a vari musicisti di scuola classica Quelli dell'Orco Nuovo, una formazione impegnata nel recupero della musica antica italiana ed europea. In contemporanea con la pubblicazione del suo secondo album Is arrosas collabora anche alla realizzazione dell'album White winds di Andreas Vollenweider, che l'ha notata nella sua esibizione al Festival di Maur, in Svizzera, e l'ha voluta al suo fianco. Quest'esperienza le apre le porte della grande musica internazionale, in particolare le dà la possibilità di confrontarsi con i protagonisti della scena jazz. Nel 1987, chiusa l'esperienza di Suonofficina, fonda con Mauro Palmas i Sonos, una band che tenta di fondere la musica tradizionale sarda con il jazz e l'anno dopo scrive, con lo stesso Palmas e Alberto Balìa, il musical "Far away wave", rappresentato durante i festeggiamenti del bicentenario della fondazione dell'Australia. Conosciuta e stimata dagli addetti ai lavori collabora con moltissimi jazzisti come, tra gli altri, Don Cherry, Nana Vasconcelos, Lester Bowie, Fodè Joulè ed Enrico Rava.

08 maggio, 2011

16 maggio 1969 - Gli Who malmenano un poliziotto

Il 16 maggio 1969 gli Who si esibiscono al Fillmore East di New York. Lo scenario è quello che accompagna da sempre i concerti della band: una folla impressionante di ragazze e ragazzi si accalca urlante sotto il palco mentre il servizio d'ordine fatica a contenere l'entusiasmo dei più agitati. Ogni tanto qualcuno riesce a passare il primo cordone di sicurezza e ad avvicinarsi pericolosamente al palco per poi essere ributtato indietro di peso dagli addetti al servizio d'ordine. È un gioco pericoloso, ma fa ormai parte del tradizionale scenario dei concerti degli Who. L'assordante volume dell'amplificazione e la quasi completa insonorizzazione del locale impediscono agli spettatori chiusi nel Fillmore East di accorgersi che all'esterno c'è una situazione d'emergenza. Il palazzo vicino è in fiamme. Non c'è un pericolo immediato per il locale che ospita il concerto degli Who, ma si teme che al termine dell'esibizione l'uscita massiccia di centinaia di persone e l'inevitabile confusione possano creare problemi ai vigili del fuoco impegnati nello spegnimento. I responsabili dell'ordine pubblico decidono, pertanto, di avvertire gli spettatori del concerto di quanto sta succedendo all'esterno, invitandoli a defluire con calma e attenzione. Via radio vengono informati della decisione gli agenti in borghese all'interno del Fillmore East. Uno di loro decide di non aspettare la conclusione del concerto. Mentre Roger Daltrey il cantante della band sta presentando al pubblico il brano successivo balza sul palco e tenta di impossessarsi del microfono. Il chitarrista Pete Townshend, pensando di trovarsi di fronte a uno squilibrato sfuggito al servizio d'ordine, prima che l'agente riesca a qualificarsi si lancia verso di lui e lo colpisce con un tremendo calcio. Mentre il malcapitato cade a terra il bassista John Entwistle gli fracassa lo strumento sulla schiena. I poliziotti presenti nel locale tentano di intervenire in aiuto del loro collega ma vengono respinti dal servizio d'ordine. Nel parapiglia che segue anche il pubblico fa la sua parte e per qualche minuto il concerto si trasforma in una gigantesca rissa. Quando torna la calma il responsabile delle forze dell'ordine interne al locale arresta per aggressione Pete Townshend. Il chitarrista passerà la notte in carcere e soltanto il giorno dopo riuscirà a dimostrare la sua buona fede.

15 maggio 1965 – Roger Miller, King of the road

Il 15 maggio 1965 arriva al vertice della classifica britannica dei dischi più venduti il brano King of the road. La patria dei Beatles, centro della rivoluzione musicale della nuova generazione di adolescenti d'assalto, incorona sorprendentemente uno dei grandi personaggi del country statunitense, il ventinovenne Roger Miller. Il brano è in sintonia con il suo interprete, un po' spaccone e un po' vagabondo, come si addice a un cow boy fuori tempo. Il suo debutto come cantante risale agli anni Cinquanta quando dalla natia Forth Worth si trasferisce nella mitica Nashville per cercare fortuna. Qui sbarca il lunario componendo canzoni e accettando vari ruoli nei gruppi country. Preferisce cantare e suonare la chitarra, ma non disdegna di cimentarsi anche con altri strumenti, purché qualcuno lo paghi. In questo periodo accetta persino di suonare la batteria con Faron Young. Il suo fisico da "americano bianco" fa il resto, tanto che nei primi anni Sessanta trova modo di lavorare anche come attore. Nonostante l'apparenza, dietro la scorza da ragazzone c'è stoffa. Per molto tempo si accontenta di pubblicare canzoncine senza pretese, ma la storia cambia dopo l'esplosione del beat e l'invasione del mercato statunitense da parte dei gruppi britannici. Le case discografiche, in difficoltà, accettano di correre qualche rischio in più. Ormai ventottenne il ragazzone riesce così a centrare un paio di successi nel 1964 con i singoli Dang me e Chug a lug. L'anno dopo fa meglio e vince sette Grammy: cinque per King of the road e due per l'album The return of Roger Miller. L'elemento più straordinario del suo exploit resta, però, la capacità di conquistare il mercato del "nemico" britannico. Un paio d'anni dopo è già tornato nella normalità, anche se la sua carriera continuerà per anni nel circuito country. Nel 1985 il suo musical "Big River", ispirato a "Huckleberry Finn" di Mark Twain, vincerà il Tony Award per il miglior musical dell'anno.

14 maggio 1988 – Il suono fresco dei Fairground Attraction

Il 14 maggio 1988 al vertice della classifica britannica dei singoli più venduti arriva un disco decisamente inusuale per la scena musicale di quel periodo. Si tratta di Perfect, un brano che fa conoscere al grande pubblico i Fairground Attraction. In un'epoca in cui sembra che l'immagine e la sofisticazione del suono siano la sola risorsa del pop commerciale, la band britannica fa una scelta in controtendenza. Il brano e, ancor di più l'album The first of a million kisses si fanno notare per l'originalità del loro suono fresco e senza eccessive sofisticazioni, una sorta di miscela tra pop e folk con apporti diversi di stampo jazzistico. L'immagine del gruppo, in sintonia con la musica, è tutta affidata alla voce e agli atteggiamenti da antidiva miope della cantante, la scozzese Eddie Reader, all'anagrafe Sadenia Reader, una ragazza che ha all'attivo una lunga gavetta da corista in sala di registrazione e in tour di artisti come gli Eurythmics e Alison Moyet. È lei l'anima della band, la cui formazione comprende il chitarrista Mark Nevin, proveniente da una delle tante formazioni dei Belvederes di Jane Aire, il batterista Roy Dodds e il bassista Simon Edwards. Quest'ultimo nei Fairground non suona il basso tradizionale, ma il "guitarron", una chitarra acustica di origine messicana impostata e accordata come un basso. Il successo di Perfect viene confermato dal secondo singolo Find my love. Tra il 1988 e il 1989 la band colleziona una lunga serie di riconoscimenti da pubblico, critica e giornali specializzati. La maternità di Eddie impedisce però ai Fairground Attraction di sfruttare il buon momento per tentare il grande salto sul mercato internazionale. Quando la ragazza rientra in servizio nascono le prime tensioni tra lei e i compagni. L'insuccesso del secondo album farà il resto. In aperta rottura con il gruppo, la cantante deciderà di andarsene per continuare da sola, ma i risultati non saranno all'altezza delle aspettative.

13 maggio 1939 – Neil Sedaka, un uomo tranquillo e imperturbabile

Il 13 maggio 1939 nasce a Brooklyn il cantante e autore Neil Sedaka. Figlio di un tassista appassionato di pianoforte viene costretto fin da piccolo a passare gran parte delle giornate davanti alla tastiera. A quattordici anni frequenta l'Abraham Lincoln High School, dove stupisce i suoi compagni cantando le sue prime composizioni. Tra gli ascoltatori c'è anche un altro quattordicenne, si chiama Howard Greenfield ed è uno dei più brillanti nelle prove di composizione letteraria. I due si integrano alla perfezione: Neil scrive la musica e Howard le parole. Proprio all'Abraham nasce così, con un amicizia adolescenziale, una della coppie d'autori più prolifiche della storia della musica pop cui si deve la composizione di oltre cinquecento canzoni. Dopo il liceo Sedaka supera brillantemente la prova d'accesso alla prestigiosa Juilliard School che si svolge davanti a una giuria presieduta dal famoso compositore e direttore d'orchestra Arthur Rubinstein. Nel 1956, a diciassette anni, forma la sua prima band: i Tokens. Due anni dopo firma, insieme all'inseparabile Greenfield, un contratto editoriale con la Aldon Music e inizia a produrre brani di successo come I waited too long per LaVerne Baker, Since you've been gone per Clyde McPhatter e la famosissima Stupid cupid per Connie Francis. Il successo come autore non gli toglie la voglia di cantare. Nel 1958 centra il suo primo successo come cantante con The diary, una canzone inizialmente composta per Little Anthony & The Imperials. Visti i risultati ci prende gusto e pubblica una lunga serie di brani destinati a scalare le classifiche di tutto il mondo come la splendida Oh Carol, dedicata a Carole King. L'avvento del beat non lo sorprende e non cambia la sua carriera. Fedele alla sua immagine di uomo tranquillo e imperturbabile riduce la produzione discografica e le esibizioni come cantante scegliendo di dedicarsi quasi esclusivamente alla composizione con il fido Greenfield. Alla genialità compositiva del duo devono parte del loro successo alcuni protagonisti della scena musicale degli anni Sessanta e Settanta come i Monkees, Andy Williams, Fifth Dimension, Tom Jones e altri. Vivrà un nuovo breve momento di popolarità come interprete nel 1975 quando Elton John lo convincerà a tornare in sala di registrazione per la sua etichetta Rocket Record.

12 maggio 1942 – Italo Janne, il socio della Strambelli

Il 12 aprile 1942 nasce a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, il cantautore Italo Janne. Studia svogliatamente la chitarra e quando nei primi anni Sessanta la famiglia si trasferisce a Venezia inizia a frequentare i primi locali alternativi. Qui costituisce un duo con una certa Nicoletta Strambelli, destinata a diventare famosa con il nome di Patty Pravo. Stanco del ruolo di "socio della Strambelli", si imbarca su una nave che gironzola tra il Mar Rosso e l'Oceano Pacifico e intrattiene i passeggeri con le canzoni. Probabilmente il suo destino sarebbe lo stesso di tanti suonatori vagabondi dell'epoca, se il caso non gli avesse fatto incontrare Gianni Meccia e Bruno Zambrini che lo convincono a fermarsi a Milano. Dotato di una voce estesa e robusta, nel 1970 ottiene uno straordinario exploit commerciale con Centomila violoncelli, una sua canzone che fa da sigla a una serie televisiva de "Le avventure del tenente Sheridan". Da quel momento continua a lavorare in proprio e per altri, anche se non riesce più a ripetersi al livello del suo primo successo. No Lucky no e Lavora ragazzo sono gli unici brani degni di nota di questo periodo. Nel 1971 centra un nuovo successo commerciale con Supersonic band, un brano leggero leggero che fa da sigla a un programma radiofonico. I tempi sono, ormai cambiati, come del resto i gusti del pubblico e il buon Italo tenta di riciclarsi con un'operazione di restyling cambiando immagine e nome. Nasce così il personaggio di Jerry Mantron, destinato a finire ben presto tra le tante stranezze prodotte dall'ambiente musicale italiano. Lui per un po' se la prende con il destino, ma poi alza le spalle e se ne va. Torna a suonare nei piano bar e continua a scrivere nuovi brani sperando di trovare qualcuno disposto a interpretarli, come accade nel 1987 quando il vecchio amico Fausto Leali porta la sua Io amo al Festival di Sanremo.

11 maggio 1985 - Morire a diciannove anni in Vietnam

L'11 maggio 1985 arriva al vertice della classifica dei singoli più venduti negli Stati Uniti 19 (Nineteen), un brano di Paul Hardcastle che ha avuto più di qualche problema per poter essere pubblicato negli Stati Uniti. Si tratta, infatti, di una composizione antimilitarista, scritta a quattro mani dallo stesso interprete insieme a Mike Oldfield, il cui titolo è un esplicito richiamo all'età media (diciannove anni) dei ragazzi mandati dagli Stati Uniti a morire nella "sporca guerra" del Vietnam. A trentadue anni il produttore, solista e "mago" del synth Paul Hardcastle firma in proprio il suo primo successo commerciale. Considerato uno dei più abili creatori di atmosfere sonore di un periodo in cui la New Age è soltanto uno stile musicale, non ama presentare direttamente le sue composizioni, mentre i suoi arrangiamenti e la sua capacità di remixare fanno la fortuna di un numero incredibile di artisti. Dopo anni di oscuro lavoro in studio nel 1981 si unisce ai Direct Drive, gruppo che lascia nel 1983 insieme a Derek Green per formare i First Lights. In quel periodo si fa convincere anche a pubblicare due canzonette pop Explain the reason e Wish you where here che ottengono scarsi risultati. L'anno dopo decide di mettersi in proprio. Fonda una propria casa discografica, la Total Control, con la quale pubblica il singolo You're the one for me che precede il grande successo di 19 (Nineteen). Visti i risultati ci prende gusto e continua sulla stessa strada con una serie di brani tra i quali spicca, nel 1986, il nuovo successo discografico di Don't waste my time affidato alla voce di Carol Kenion. Nuove polemiche suscita il brano Just for money nel quale utilizza, tra le varie voci, anche quella di Ronald Biggs, uno degli autori della rapina del treno postale Glasgow Londra. Parallelamente all'attività in proprio si diverte anche a produrre dischi di genere più scanzonato come Papa's got a brand new pigbag con lo pseudonimo di Silent Underdog.

10 maggio 1969 – I Turtles hanno "sniffato" sul tavolo di Lincoln?

Il 10 maggio 1969 due gruppi particolarmente significativi vengono invitati a esibirsi alla White House, la Casa Bianca, di Washington in occasione di una delle tante feste che si svolgono nella residenza del Presidente degli Stati Uniti d'America. L'occasione è offerta da una sorta di "gala" in onore dei giornalisti accreditati. Gli "intrattenitori" d'eccezione sono il gruppo vocale dei Temptations e i Turtles. Proprio la presenza di questi ultimi, alfieri dell'ala più ironica e dissacrante del movimento hippie, sono un po' la novità della serata. Quando si era diffusa la notizia dell'invito in molti avevano scommesso sul loro forfait, ma nonostante le pessimistiche previsioni la band si presenta regolarmente sulla pedana allestita per l'occasione presentando una rassegna dei suoi brani più conosciuti, compresi quelli contenuti nell'album Turtle soup, fresco di sala di registrazione. L'austerità del luogo non li impressiona e gli intervenuti vengono trascinati nella consueta sarabanda di suoni, ritmi, battute e paradossi che caratterizza i loro concerti, compreso un appello a «lasciar perdere» la guerra del Vietnam. L'anima della band è rappresentata, come sempre, dai due imprevedibili istrioni Howard Kaylan e Mark Volman. Quando i Turtles chiudono, con un goffo ed esagerato inchino, la loro esibizione gli addetti al protocollo possono finalmente rilassarsi: non è successo niente. Non è così. Nei giorni successivi, infatti, i giornali riferiscono che proprio Kaylan e Volman, prima dell'esibizione avrebbero “sniffato” coca appoggiandosi all'antico e storico tavolo di Abramo Lincoln. Lo scandaloso comportamento, perfettamente in sintonia con lo spirito dissacrante della band, non verrà mai né confermato né smentito dai diretti interessati. L'esibizione alla Casa Bianca non porta troppa fortuna. Di lì a poco infatti inizierà della dissoluzione della band. Il primo ad andarsene è il chitarrista Jim Tucker e poi il batterista John Barbata, sostituito da John Seiter, già con gli Spanky & Our Gang. Il gruppo sembra ritrovare equilibrio ma la fine è solo rinviata di un anno. Nel 1970, dopo l'album Woodenhead, i Turtles si separeranno. Le due "pietre dello scandalo" Kaylan e Volman si uniranno ai Mothers of Inventions di Frank Zappa partecipando alla registrazione degli album Chunga's Revenge, 200 motels, At the Fillmore East e Just another band from L.A. Non sarà l'ultima tappa della carriera perché qualche anno dopo daranno vita all'eccentrico duo Flo & Eddie o, per citare la denominazione intera, The Phlorescent Leech & Eddie.

02 maggio, 2011

9 maggio 1974 – Ho visto il futuro del rock and roll e il suo nome è Bruce Springsteen

Il 9 maggio 1974 il Charley's di Harvard Square a Cambridge, nel Massachusetts ospita un concerto di Bonnie Raitt. La rockstar ha chiamato a farle da spalla un giovane artista con il compito di "scaldare il pubblico". Si chiama Bruce Springsteen e, tra i giovani della zona, è già una mezza celebrità. Confuso tra il pubblico c'è Jon Landau uno dei critici rock più influenti degli Stati Uniti, titolare di seguitissime rubriche sul prestigiose riviste musicali come Rolling Stone e Real Paper. Quella sera non è in servizio. Ha deciso di andare al concerto di Bonnie Raitt per rilassarsi un po' e per festeggiare il suo ventisettesimo compleanno. Quando sale sul palco Bruce Springsteen resta fulminato dalla sua carica e dal suo carisma. Dopo due ore ininterrotte di musica torna a casa in preda all'eccitazione. Si rigira a lungo nel letto aspettando di prendere sonno, ma non gli riesce. Per questo nelle prime ore del mattino, si siede dietro alla macchina da scrivere e butta giù di getto un articolo per Real Paper: «Sono le quattro del mattino e piove. Ho appena compiuto ventisette anni e mi sento vecchio ascoltando i miei dischi e ricordando come erano diverse le cose soltanto dieci anni fa. Ma stanotte c'è qualcuno di cui posso scrivere nel modo in cui scrivevo dieci anni fa, senza riserve di nessun tipo. Ieri all’Harvard Square ho visto il passato del rock and roll balenarmi davanti agli occhi. E ho visto anche qualcos’altro: ho visto il futuro del rock and roll e il suo nome è Bruce Springsteen. E in una notte in cui ho avuto bisogno di sentirmi giovane, mi ha fatto sentire come se stessi ascoltando musica per la prima volta». Quelle poche righe segnano il futuro di Bruce Springsteen e sono destinate a entrare nella storia del rock. In poche settimane l'etichetta "il futuro del rock and roll" fa il giro del mondo. Il cantante si ritrova sottoposto a enormi pressioni da parte della casa discografica CBS intenzionata a realizzare al più presto un album all'altezza delle sue performance dal vivo. Alcuni mesi dopo verrà pubblicato Born to run, una sorta di ponte stilistico tra passato e futuro che diventerà un classico fin dal primo giorno di distribuzione. Toccherà a un altro critico statunitense, Greg Marcus, scriverne l'apologia: «Chiunque ami il rock and roll è costretto a confrontarsi con questo lavoro, con il suo catalogo di stili, con la sua musica ruvida e forte, con le liriche che fondono insieme le speranze più luminose e alcuni aspetti più oscuri del sogno del rock and roll».

8 maggio 1964 – La prima volta di Mayall

L'8 maggio 1964 arriva nei negozi britannici il primo singolo di John Mayall & The Bluesbreakers. Contiene i brani Crawling up a hill e Mr. James. Il leader della band non è un giovanissimo. Con i suoi trent'anni suonati John Mayall segna un'inversione di tendenza nella moda "giovanilistica" del periodo. In più è un disco che propone un blues sanguigno, decisamente nero e con nessuna concessione alle esigenze di mercato. Bluesman per passione, il ragazzone bianco si guadagna da vivere lavorando come vetrinista e grafico. Avrebbe continuato così per sempre se pochi mesi prima non l'avesse ascoltato per caso Alexis Korner, uno dei più appassionati divulgatori del blues in Gran Bretagna. È lui che gli trova un contratto discografico e gli dà una mano per formare la band. Pochi giorni prima di incidere il disco nascono così i Bluesbreakers con il chitarrista Bernie Watson, il bassista John McVie, tra i futuri fondatori dei Fleetwood Mac, e il batterista Peter Ward, sostituito nello studio di registrazione dal più sicuro sessionman Martin Hart. Il singolo segna l'inizio della lunga carriera di Mayall e della sua band considerata una fucina di talenti. Da quel momento aver suonato con lui diventerà una sorta di attestato di qualità, una patente di buon musicista. Negli anni Sessanta la "scuola Mayall" sfornerà un numero incredibile di personaggi destinati a entrare nella storia del rock. Nelle oltre trenta formazioni della band passeranno, tra gli altri, chitarristi come Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor, Jerry McGee e Harvey Mandel, bassisti come John McVie, Jack Bruce, Rocky Brown e Steve Thompson e batteristi come Sam Stone, Keith Robertson, Ginger Baker, Peter Ward, Aynsley Dumbar, Mike Fleetwood, Keef Hartley e Jon Hiseman. Dall'esperienza nasceranno band fondamentali come i Cream, i Blind Faith, i Fleetwood Mac, i Family, i Juicy Lucy, i McGuinnes-Flint, l'Aynsley Dumbar Band, la Keef Harley Band, i Free, i Colosseum e molti altri.

7 maggio 1951 – Janis Ian star del folk a quindici anni

Il 7 maggio 1951 nasce a New York la folk singer Janis Ian. Ragazza prodigio, nel 1966, a soli quindici anni, diventa famosa negli ambienti folk americani con la canzone antirazzista Society's child, la storia di un amore impossibile tra una ragazza bianca e un ragazzo nero. Questo brano, se da una lato le consente di essere rapidamente inserita nell'élite del folk americano, dall'altro contribuisce a suscitare esagerate aspettative nei suoi confronti, quasi che Janis possa essere la nuova Joan Baez. Il risultato inevitabile di questa eccessiva forzatura è che i suoi primi album Janis Ian (1967), For all the season of the mind (1968) e The secret miles (1969) vengono sottovalutati perché considerati inferiori alle attese. La stessa Janis Ian, travolta dagli eventi e avvilita dalle critiche matura la decisione di lasciare la musica. È un peccato perchè la ragazza non è Joan Baez ma è tutt'altro che una delusione. La prova è che i suoi album, liberati dal clima d’attesa della loro pubblicazione, qualche anno dopo verranno recuperati dalla critica che ne riconoscerà l'originalità e la forte espressività. Appena maggiorenne si sposa e si trasferisce a Philadelphia con il marito Peter. Per la verità pubblica ancora più per obblighi contrattuali che per reale convinzione gli album Who really cares (1969) e Present company (1971). La sua decisione di farla finita con l'ambiente musicale durerà fino al 1974 quando la CBS riescirà a convincerla a lavorare a un nuovo album. Nello stesso anno verrà pubblicato Stars (1974), che farà da preludio allo splendido Between the lines (1975), il cui brano At seventeen, pubblicato in singolo arriverà al primo posto delle classifiche statunitensi. Nello stesso anno Joan Baez le farà un pubblico omaggio includendo alcuni suoi brani nel suo album Diamonds at rust (1975).

6 maggio 1945 – Bob Seger, l'operaio della musica

Il 6 maggio 1945 nasce ad Ann Arbor, nel Michigan, Bob Seger, uno dei più grandi talenti del rock statunitense. La città nella quale vede la luce è una sorta di "dormitorio" per gli operai che lavorano nella vicina "città dei motori" di Detroit. Anche suo padre, dopo essere stato il leader di una big band, fa l'operaio nell'industria automobilistica. Quando si stanca e se ne va lasciando la madre con il peso di due figli da crescere, per il piccolo Bob la musica si trasforma in una valvola di sfogo per dimenticare la realtà. Dopo le esperienze con alcune garage-bands come i Town ed i Decibel, diventa il tastierista degli Omens di Doug Brown. Il debutto discografico avviene con la pacifista e ironica presa in giro della Ballad of the green berets, la canzone del "marine" Barry Sadler. La vera svolta nella sua carriera arriva però nel 1967 quando, con i Last Heard, pubblica 2+2, un brano che prende apertamente posizione contro la guerra del Vietnam, cui segue un album militante come Ramblin' gamblin' man. All'inizio degli anni Settanta qualche problema di droga e il continuo boicottaggio da parte del music business gli fanno annunciare l'abbandono dalle scene. La decisione dura lo spazio di un mattino. Convinto dagli amici torna sui suoi passi. Nel 1975 pubblica lo splendido Beautiful loser, seguito l'anno dopo da Live Bullet, un doppio album registrato dal vivo con la Silver Bullet Band. Da quel momento vive un momento magico, anche se i problemi non mancano. Sembra quasi che il destino, invidioso e classista, non possa permettere a un figlio della classe operaia di godersi fino in fondo il successo. Un esempio? Nel 1978, in concomitanza con la pubblicazione di Stranger in the town, il suo più grande successo commerciale, l'amico al quale è più legato, il confidente dei momenti difficili, il batterista Charlie Allen Martin, resta paralizzato in seguito a un incidente stradale e non potrà più affiancarlo sul palco. Lui, come al solito, piega le ginocchia, ma poi si rimette in piedi. A chi gli chiede se si senta più vicino al soul o al rock risponde di essersi sempre considerato una sorta di «operaio della musica, figlio di tante culture e della rabbia di chi è costretto a scambiare i propri sogni con un lavoro in fabbrica». Negli anni Ottanta la sua stella sembra appannarsi definitivamente e in molti ipotizzano il definitivo ritiro. Ci penserà Bruce Springsteen, che si considera un po' il suo erede, a togliere la polvere dai suoi dischi e a convincerlo a tornare in concerto.

5 maggio 1972 – Basta con i bombardamenti sul Vietnam! Hollywood sta con McGovern

I più ferventi maccartisti, all'epoca della "caccia al rosso", avevano più d'un sospetto che il cuore di Hollywood, e più in generale del mondo dello spettacolo statunitense battesse a sinistra. Non a caso si erano dati da fare per incarcerare e mettere fuori gioco decine e decine di artisti, sceneggiatori, soggettisti, musicisti e così via. La loro intenzione era sicuramente quella di rendere permanente la campagna, ma con il trascorrere degli anni anche lo zelo anticomunista dell'FBI e delle varie associazioni "patriottiche" si era progressivamente arrugginito. Alla fine degli anni Sessanta l'esplosione del movimento contro la guerra del Vietnam aveva fatto il resto. Nonostante tutto, però, la conferenza stampa convocata da un gruppo di artisti guidato dall’attore Warren Beatty sembra una pugnalata al cuore dell'America più legata alla tradizione e alla bandiera. Si svolge il 5 maggio 1972. Warren Beatty, a nome di un nutrito gruppo di personaggi del mondo dello spettacolo annuncia la sua decisione di tenere dodici spettacoli per raccogliere fondi a sostegno della campagna presidenziale di George McGovern, esponente dell'ala pacifista del Partito Democratico e sostenuto dai movimenti per i diritti civili. Tra gli attivi promotori di questa iniziativa ci sono Judy Collins, Mama Cass Elliot e Michelle Gillian dei Mama's & Papa's, Goldie Hawn e Jack Nicholson. La popolarità dei personaggi è da sola sufficiente ad attirare l'attenzione dei media sulla conferenza stampa del 5 maggio, ma i componenti del gruppo hanno in serbo una sorpresa più eclatante. Il primo a parlare è Warren Beatty che spiega la decisione di sostenere McGovern con l'intenzione di far cessare al più presto la guerra nel Vietnam. «Il nostro paese deve sospendere immediatamente i bombardamenti sul Vietnam del Nord. Adesso, subito! McGovern si è impegnato a prendere immediatamente questa decisione e noi lo sosteniamo. Utilizzeremo gli spazi che ci verranno concessi in tutto il periodo della campagna elettorale per mobilitare l'opinione pubblica contro la guerra che il nostro paese sta conducendo nel Vietnam». Alcuni giornalisti fanno notare come, forse, la loro determinazione rischi di essere più un problema che un aiuto per McGovern perché potrebbe allontanare il voto dell'elettorato più moderato. Per tutti risponde Judy Collins: «Volete sapere la verità? Non ci interessa poi tanto che McGovern arrivi primo. Quel che ci interessa è far finire i bombardamenti sul Vietnam».

4 maggio 1956 – Be-bop-a-lula? Non è un granché…

Il 4 maggio 1956, negli studi della Capitol a Nashville entrano cinque strani ragazzi che, sulla base di un fresco contratto, dovrebbero registrare il loro primo disco. Li guida un arruffato ventunenne dall'andatura zoppicante per i postumi di un incidente stradale avvenuto un anno prima. Si chiama Eugene Vincent Craddock e si fa chiamare, per brevità, Gene Vincent. Non ha un lavoro fisso, ma si diletta a comporre canzoni e a suonarle nei locali della zona di Norfolk, in Virginia, dove abita. I suoi compagni sono i Blue Caps, una band formata dall'idraulico Cliff Gallup e dal disoccupato Willie Williams alla chitarra, dal bracciante Jack Neal al basso e dal quindicenne studente Dickie Harrell alla batteria. Mentre i due occupati hanno potuto chiedere un paio di giorni di permesso per andare a Nashville, il giovanissimo batterista ha dovuto marinare la scuola per essere della partita. La Capitol li ha scoperti grazie al fiuto di un produttore aperto alle innovazioni come Ken Nelson. Insomma, quella che il 4 maggio entra negli studi di registrazione di Nashville, più che un gruppo musicale è una compagnia di ragazzi animati da tanta buona volontà. Li attende il loro scopritore, quel Nelson che, per metterli a loro agio, li invita a scaldarsi con il brano che preferiscono. Gene Vincent e la sua band eseguono Be-bop-a-lula, un brano firmato dallo stesso Vincent. Nelson li ascolta e scuote la testa. «Non è un granché. Va bene per il lato B del disco… fortunatamente ho in serbo un brano di ben altro spessore…». Sulla facciata principale del disco figura così Woman love, mentre a Be-bop-a-lula è riservato il compito di riempire l'altro lato. Questa volta, però, il fiuto e la consumata esperienza di Nelson fanno cilecca. La canzone da lui ritenuta "minore" entrerà nella storia del rock and roll mondiale. Tre settimane dopo la registrazione, un disc jockey di Baltimora inizierà a trasmetterla a tappeto e, in poche settimane il disco scalerà la classifica statunitense, vendendo ben due milioni di copie soltanto nei primi cinque mesi. Sarà anche l'inizio della contrastata carriera di Gene Vincent, un rocker poco amato dall'establishment del suo paese. La violenza dei suoi concerti, la durezza dei testi, la carica provocatoria dei movimenti sul palco e la conclamata dipendenza dall'alcool gli alieneranno di lì a poco la simpatia del pubblico più conservatore e di parte della stampa, aprendo la strada a nuovi eroi dalla faccia perbene come Frankie Avalon e Ricky Nelson.